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Zaia: L’Autonomia? Non è secessione dei ricchi Per due motivi

Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia
Il presidente della Regione Veneto: su 20 regioni 17 hanno iniziato il percorso dell’autonomia. Non si toccano sussidiarietà, solidarietà e perequazione. Noi chiediamo ventitrè competenze, assolutamente in linea con quanto prevede la Costituzione. Nella scuola, come in altri settori, non vogliamo smontare nulla, ma solo dare servizi migliori. In Veneto situazione paradossale di sottodotazione di personale in settori cruciali, ecco i dati
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di Luca Zaia*

 

Qualcuno dice che questa è la secessione dei ricchi. A noi fa male sentir dire che è la secessione dei ricchi, che è una secessione mascherata, è un atto di ingordigia e di vanità di alcune regioni. Decisamente no, per due motivi.

 

Il primo è che, di venti regioni italiane, diciassette hanno già intrapreso il percorso di autonomia. Cinque delle diciassette sono regioni autonome. Le altre dodici sono regioni che hanno chiesto il percorso per l’autonomia.

Al momento, restano fuori – non vorrei sbagliarmi – la Calabria, la Puglia, la Basilicata, e poi a me risulta che le altre abbiano chiesto comunque di partecipare al percorso.

 

Abbiamo avuto, di recente, un incontro dal ministro Stefani presso il Ministero con tutte le regioni, e anche lì il tavolo è assolutamente di regioni che, con le diversificazioni nella richiesta, comunque avanzano la richiesta del comma terzo.

Si va dal Piemonte, che chiede dodici materie, all’Emilia-Romagna, che ne chiede quindici, al Veneto, che ne chiede ventitré, alla Lombardia, che ne chiede ventitré, all’Umbria che presenta un progetto ad hoc assieme alle Marche, alla Toscana, con un progetto ancora alternativo, ma questa è la Costituzione, non la Babele istituzionale. Questa è la Costituzione.

 

Accade anche in Paesi nei quali si dà per assodato che siano Paesi federalisti. Tra uno Stato e l’altro federale degli Stati Uniti o tra un Länder e l’altro della Germania, comunque la diversificazione delle competenze c’è.

 

Noi chiediamo ventitré competenze. Chiediamo assolutamente competenze in linea con quello che è previsto dalla Costituzione. Abbiamo, non per vanità, la volontà di pensare che, se il centro decisionale è vicino al cittadino, il centro decisionale sia più responsabilizzato.

In Veneto si dice che ‘l’ocio del paron ingrassa il cavallo’. I veneti mi capiscono. In italiano vuol dire che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Potrebbe essere il ‘pay off’ dell’autonomia. Vuol dire che la diminuzione delle catene decisionali ci permette di essere molto più performanti.

 

Perché non è la secessione dei ricchi? Se, da un lato, ho detto che comunque diciassette regioni su venti hanno intrapreso un percorso di autonomia, dall’altro dico che, leggendo bene la bozza di intesa che è stata depositata, si scopre che è una bozza che assolutamente non mette mano al tema della perequazione, a quello della solidarietà e della sussidiarietà nazionale. Qualcuno dice che non c’è scritto: ma è proprio perché non si tocca.

Se avessimo dovuto cambiare, avremmo dovuto scriverlo. Si dà per assodato che quei temi non devono essere toccati.

 

Qualcun altro dice: non costerà un euro in più. Nella bozza si parla dei costi storici, poi della spesa storica media nazionale e, infine, dei fabbisogni standard e dei costi standard. Dipende dal Governo e dallo Stato procedere negli anni in tempi ragionevoli al passaggio.

 

Vorrei anche ricordare un altro errore che, secondo me, si commette quando si dice che il fabbisogno standard e il costo standard penalizzeranno qualcuno.

 

Voglio dire che non serve scrivere un’intesa per l’autonomia. È già previsto dalla legge che bisogna fare i costi standard e i fabbisogni standard. C’è una legge che prevede che l’Italia si debba dotare dei fabbisogni standard e dei costi standard, che non sono altro che la virtuosità.

 

Se poi a qualcuno va ancora bene difendere l’idea che i Forestali in una regione possano essere un decimo di quelli che ha una regione simile per montagne e per abitanti, ne prendiamo atto.

 

Ho letto anche della polemica su alcune materie che chiediamo, che dovrebbero essere oggetto di ulteriore approfondimento, ci sembra di capire, da parte di qualche ministro.

 

Noi sull’istruzione non vogliamo smontare la partita della scuola e vogliamo essere assolutamente rispettosi del mondo della scuola.

In materia di istruzione il Veneto intende, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, partecipare alle funzioni del governo del sistema educativo formativo – penso sia un diritto sacrosanto potersi occupare della scuola, e del resto parzialmente già lo stiamo facendo con l’autonomia scolastica e con alcune partite – con il coinvolgimento diretto degli attori di tutti i soggetti portatori di interessi nel campo dell’istruzione.

Si vuole dar vita a un modello organizzativo che consenta di soddisfare i bisogni di famiglie e studenti, in primo luogo attraverso il superamento delle carenze di organico che fino a oggi hanno fortemente penalizzato il Veneto.

 

A tal proposito forniscono alcuni dati concreti. La copertura di dirigenza scolastica attraverso il ricorso all’istituto della reggenza ha assunto dimensioni insostenibili.

 

In Veneto, nell’anno 2018-19 attualmente i dirigenti scolastici titolari sono 336 per 600 scuole, e 264 di questi inevitabilmente hanno il doppio incarico di reggente presso un secondo istituto, con evidenti pesanti ricadute sulla qualità dei servizi erogati.

Considerato che il 40 per cento dei posti oggi è vacante e che, a causa delle domande di pensionamento, potrebbe aumentare del 10 per cento, quindi 50 per cento dei posti vacanti, mi auguro che quest’insostenibile situazione sia almeno in parte mitigata dagli effetti di una procedura concorsuale per la nomina di dirigenti scolastici.

Quanto alla carenza di direttore di servizi generali e amministrativi, Dsga, nel Veneto solo 359 scuole hanno un dirigente, e vi ho detto che ce ne sono 600. Tale quadro sarà aggravato da 72 domande di pensionamento, dalla gravissima carenza di insegnanti e così via.

 

Con riferimento ai 52mila 056 posti di docenti presenti nel Veneto si stima che, a causa delle dinamiche della mobilità interregionale, dell’esaurimento delle graduatorie concorsuali e dei pensionamenti, circa il 20 per cento dei posti (due su dieci) sia ricoperto da personale supplente, con evidenti ripercussioni sulla continuità didattica, e così per il personale Ata.

 

È tutta una partita complicata. È evidente che il ministro Bussetti si sta dando da fare, ma eredita decenni di mancata programmazione, di guai, di accordi non fatti e altro e quindi questa è una partita da risolvere. Proporre di essere nella partita e di poter pensare di dare una mano a risolvere questi problemi, a me non sembra che sia volontà di distruggere la scuola.

 

Un ultimo piccolo ‘focus’.

Nell’ambito del Servizio sanitario nazionale è da tempo in evidenza la problematica riguardante i medici specialisti. Si dice che in Italia ne manchino almeno 56mila. Tra l’altro, noi siamo al centro del ciclone per la storia dei pensionati.

 

Non vogliamo dedicare la sanità ai pensionati. Pensiamo che la sanità del futuro debba essere in mano ai giovani, ma è pur vero che, davanti alla mancanza di 1.295 posti di medici in Veneto, ho dovuto predisporre una delibera: nel momento in cui manca il medico – abbiamo fatto i concorsi, e all’ultimo concorso per 80 posti si sono presentati in una decina (pronto soccorso) –  bandisci i concorsi, vai sul libero mercato, cerchi tutte le figure assumibili in età lavorativa, ma la delibera dice che, se non le trovi e se sono messi a repentaglio i livelli essenziali di assistenza, puoi operare e a questo punto richiamare qualche medico in pensione.

 

Abbiamo 1.295 posti scoperti: anche qui, tutto il tema della sanità si presterebbe bene a essere affrontato con l’autonomia, ad esempio con le borse per le scuole di specializzazione. È il vero dramma a livello nazionale che ci sentiamo di riuscire ad affrontare a livello regionale.

 

Oggi la fase è quella in cui chiediamo che il Governo faccia uscire dal Consiglio dei ministri il provvedimento, l’intesa, e venga incardinata direttamente nell’ordine del giorno della discussione nelle due Camere.

 

Perché dico questo?

Abbiamo pareri autorevoli e siamo convinti che la Costituzione sia scritta in maniera assolutamente chiara: è impensabile, anche da un punto di vista proprio di buon senso, che una persona terza o due persone terze scrivano un contratto che devono firmare altre due persone che non sanno niente di quel contratto.

La Costituzione è chiara e afferma: serve un’intesa in Parlamento, che deve essere votata con un sì o con un no.

Penso che sia utile che vada in Parlamento. Penso che sia utilissima la discussione, perché eleva anche la qualità della discussione stessa. Alcune discussioni alle quali assistiamo, infatti, sono lunari, non c’entrano nulla con quello che è scritto nell’intesa.

 

Una mia proposta è, ad esempio, quella di pensare che il Governo potrebbe far uscire dal Consiglio dei ministri non un’intesa, ma una pre-intesa, senza considerarla quindi un provvedimento definitivo per rispetto del Parlamento, mandarla in Parlamento e accettare una discussione con le mozioni, le osservazioni e le raccomandazioni; quindi acquisire tutto questo materiale, tornare in Consiglio dei ministri, definire con le singole regioni tutto quello che è accoglibile rispetto alla discussione parlamentare, stilare l’intesa definitiva e mandarla al voto.

Noi siamo in questa fase. Ripeto che non abbiamo altro da aggiungere, se non di pensare che il lavoro è stato fatto bene. Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato da parte della regione Veneto, ma anche da parte dei diversi ministeri, a iniziare dal ministero del ministro Stefani. È un lavoro copioso.

 

Leggo che qualcuno dice che bisognerebbe adesso mandare avanti un provvedimento, magari legislativo, che stabilisca dei regolamenti di attuazione, di applicazione del Titolo V in una maniera più opportuna: dopo vent’anni, uno non può inventarsi una roba del genere. Dopo vent’anni, si applica la Costituzione, punto e basta, anche perché vorrei ricordarvi che si omette sempre di ricordare che nel frattempo in questi vent’anni la Corte costituzionale ha prodotto giurisprudenza a iosa rispetto a questi temi. Non abbiamo bisogno di nuovi regolamenti applicativi, che mi sanno tanto di allungare il brodo per non arrivare mai alla cottura finale.

 

Noi siamo convinti che i presupposti giuridici ci siano tutti, dopodiché, se a qualcuno non piace il Titolo V, non piace il comma terzo del 116 della Costituzione, il 117, il 118 e il 119, non faccia altro, nella sua veste magari di parlamentare, di rappresentante dei cittadini, che produrre una modifica della Costituzione: la porti in Parlamento e veda se gliela votano o no.

 

*Presidente della Regione Veneto

 

*Si tratta di passi dell’audizione tenuta da Zaia davanti alla commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale

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