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Voto Europee, gli ‘europeisti’ affonderanno l’europeismo?

Elezioni europee
Un voto chiesto solo sulla base della paura sarebbe un autogol. L’attuale maggioranza di governo è votata da ceti che rappresentano una fetta piccola del Pil e che non hanno nulla da perdere. La carta della paura non funziona con chi da perdere non ha nulla e che, pur non essendo antieuropeista, chiede all’Europa politica di crescita, sviluppo, di piena occupazione. Se gli ‘europeisti’ italiani non parleranno questo linguaggio in maniera credibile e se non mostreranno di voler poi essere conseguenti nelle iniziative e nelle alleanze nel Parlamento europeo, andranno incontro a una disfatta elettorale. Ma se la base di partenza è quella del Manifesto di Calenda si parte male, moto male
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di Giuseppe Castellini

 

C’è un grosso rischio che corrono i partiti che si definiscono ‘europeisti’, e soprattutto – se verrà realizzato – il rassemblement ‘europeista’ di centrosinistra lanciato dall’ex ministro Calenda.

Il grosso rischio è che la campagna elettorale, almeno in Italia, si polarizzi sulla sfida tra sovranisti tout-court ed europeisti tout-court e che, su queste basi, una probabile sonora sconfitta di questi ultimi porti davvero al trionfo del sovranismo (che di certo non è la linea di questo giornale, come non lo è l’europeismo senza aggettivi), che come una calamita a quel punto attrarrebbe quelle ampie fasce di elettorato non antieuropeiste (presenti certamente anche nei partiti di governo, certamente nei Cinquestelle), ma che non ci stanno a difendere ‘perinde ac cadaver’ l’attuale architettura istituzionale e di regole di politica economica dell’Unione europea di oggi.

 

Insomma, se la campagna elettorale si giocherà, da parte del fronte autoproclamatosi ‘europeista’, solo sulla paura di quello che potrebbe accadere se in Europa vincessero i partiti sovranisti, ci sono buone probabilità che si trasformi in un clamoroso autogol.

Consegnando, a quel punto sì, il Paese al vero e proprio sovranismo.

 

Partiamo da un dato reale, contenuto nella lucidissima analisi del professor Paolo Savona, ministro agli Affari europei, nell’intervento di alcuni giorni fa su queste colonne. Savona ha affermato tra l’altro che “uno dei punti fondamentali è che gran parte di questo elettorato oggi rappresentato in Parlamento rappresenta una parte trascurabile del Pil italiano, non ha niente da perdere e quindi a un certo punto è disposta ad andare in piazza”.

Qui ci sono due punti da rendere chiari.

 

Primo: se a questo elettorato maggioritario –che non ha nulla da perdere – ci si presenta chiedendo il voto perché altrimenti vincono i sovranisti, ma senza prospettare una vera e dura battaglia per un’Unione europea che conceda qualcosa in termini di crescita e sviluppo, nemmeno si verrà ascoltati.

 

In altri termini, se la campagna elettorale, da parte degli autoproclamati ‘europeisti’ senza aggettivi, non porrà l’attenzione su una battaglia vera per uno scatto in avanti dell’Unione verso politiche di crescita e lo sviluppo, chiedendo solo un voto della paura, troverà il cesto mezzo vuoto perché ha paura chi ha qualcosa da perdere, non chi da perdere non ha nulla o quasi.

 

Secondo: se il tema della riforma dell’Europa, con proposte concrete – sulle quali poi bisognerà essere coerenti in termini di posizionamento e di alleanze nel Parlamento europeo, altrimenti la disfatta sarà solo rinviata – rimarrà in ombra, sarà plastica la vera scelta di fondo: chi ha perdere qualcosa – o molto – è sul fronte europeista e a chi non ha da perdere non resterà che essere contro questo schieramento. La sfida, col voto della paura, diventerebbe quella tra conservatori – perché hanno paura di perdere quello che gli altri hanno già perso –  e un gruppone eterogeneo (M5S, Lega, ma anche altri), ma su cui convergerebbero confusi voti di sovranisti, europeisti tiepidi, europeisti dubbiosi, riformisti vari e così via.

 

Accadrebbe insomma il meccanismo che si è messo in moto il 4 marzo nei confronti del Pd, che come evidenziano tutti i flussi elettorali, e in particolare come sentenzia uno studio dettagliatissimo sul flussi elettorali elaborato dalla Luiss – e pubblicato qualche mese fa su queste colonne – ha finito con l’essere nelle urne l’unico partito di classe (tutti gli altri, chi più chi meno, hanno avuto un voto interclassista). Ma all’incontrario per un partito di centrosinistra, nel senso che il Pd è stato votato solo da quelle che la Luiss chiama ‘lé elites’, ma che forse sarebbe meglio chiamare “i ceti che ce la fanno da soli”.

 

Se ‘l’europeismo’ italiano che si presenterà agli elettori darà l’impressione di nascondere, dietro la bandiera ‘anti sovranista’, gli interessi dei ceti abbienti, non verrà neppure ascoltato. Verrà semplicemente travolto stante l’attuale quadro socio-economico del Paese.

 

Questa ampia, amplissima fetta di italiani ‘che non ha nulla da perdere’ non è antieuropeista né, come afferma Savona, contro l’euro. Vuole che l’Europa non si presenti solo come un problema, con la faccia arcigna e il dito puntato, ma che offra concrete iniziative e concrete speranze di crescita e di sviluppo. E chiede a chi imbraccia questa bandiera di essere chiaro su questo punto.

 

 

Ma i fronte ‘europeista’, se parte sulla base dell’appello Calenda, parte male. Molto male. Il suo appello si intitola “Manifesto per la costituzione di una Lista Unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni europee”. Aggiungerci “per cambiare l’Unione e fare politiche economiche di crescita e di sviluppo puntando alla piena occupazione e alla giustizia sociale” sarebbe stato più convincente.

 

Ma forse sono concetti, obiettivi, aspirazioni che da quelle parti non sono più di moda.

 

Se non si prende coscienza della situazione e ci si limita a sottolineare l’incompetenza dei ministri, la somaraggine di quello o quell’altro, la contraddizione nelle leggi approvate, le parole in libertà del tale o talaltro ministro si andrà poco lontano. Si tratta di solletico che neppure arriva a chi ha altri problemi, attende altre risposte e altri impegni. Forse nel medio-lungo periodo, se l’esperienza del governo gialloverde dovesse rivelarsi fallimentare, sarebbe una strategia che potrebbe funzionare. Ma nel breve – e le elezioni europee ci saranno tra quattro mesi – certamente no. In questo caso Calenda farebbe rima con ‘delenda’, elettoralmente parlando.

 

A colmare questo vuoto potrebbero essere i corpi sociali intermedi del Paese, a cominciare dai sindacati – ma anche da non poche associazioni imprenditoriali – che sembrano aver ritrovato una nuova vitalità. Ma anche loro, davanti ai manifesti ‘calendiani’, rischiano di trovarsi in difficoltà.

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