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Valori: così il franco CFA strangola l’Africa

Un africano dà fuoco per protesta al franco CFA
Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France presidente di International World Group: ecco come funziona lo strumento che impedisce ai Paesi africani francofoni crescita e welfare. La parità fissa con l’euro. La Francia usa questa tecnica finanziaria, pagata dai popoli francofoni, per ridurre il suo deficit e pagare il debito pubblico. Il Tesoro di Parigi ha a disposizione 12 miliardi di euro, le quote dell’export dell’area CFA sia verso la Ue che verso Cina e Usa. I Paesi francofoni dell’area CFA non possono manovrare i tassi di cambio e organizzare una propria politica monetaria
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Alla luce della crisi diplomatica che i è aperta tra Italia e Francia dopo le dichiarazioni del vice premier Di Maio sul franco FCA, riproponiamo sull’argomento l’articolo molto dettagliato del professor Giancarlo Elia Valori su queste colonne, pubblicato il 16 settembre scorso.

 

di Giancarlo Elia Valori

 

Il Franco CFA è stato costituito il 25 dicembre del 1945 dalla sola Francia. Pleven, allora ministro delle Finanze di De Gaulle, disse che la creazione di un’area monetaria africana legata al franco era per “evitare ai fratelli africani gli errori che noi stessi abbiamo compiuto”.

In effetti, l’organizzazione, che vedremo tra poco, della rete CFA somiglia molto ai rapporti finanziari che si erano stabiliti tra la Francia di Vichy e le forze di occupazione tedesche. Tutti gli occupanti si fanno mantenere dagli occupati. Anche gli Alleati, in Italia, tolsero dalla circolazione le famigerate AM-Lire quando il totale dell’inflazione generata da questa moneta finta ebbe eguagliato i costi materiali dell’occupazione in Italia.

Il decreto, firmato la notte di Natale del 1945 da Charles De Gaulle, impone sempre una quota, variabile, di dirigenti francesi nelle banche di emissione dei 14 Paesi africani e delle Comore che, nell’ultimo caso dell’arcipelago del Pacifico, accettano solo in parte ma in tutto, in Africa, il Franco CFA, (‘Colonies Françaises d’Afrique’ oppure, oggi, ‘Franc Communautè Financière Africaine’).

 

Il Franco CFA strumento di sfruttamento dell’Africa

 

Si tratta di un piano di cooperazione monetaria che riposa su quattro principi:

 

  1. a) la fissità del cambio tra il franco, oggi euro, delle vecchie colonie di Parigi e quello metropolitano;

 

  1. b) la centralizzazione delle riserve di cambio dei paesi africani all’interno di un conto presente presso il Tesoro francese;

 

  1. c) la garanzia della convertibilità illimitata del CFA in Franco francese (e oggi Euro, ovviamente);

 

  1. d) la libera circolazione dei capitali all’interno dell’area, che è formata precisamente da Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo.

 

In realtà esistono due tipi di franco CFA, ma questo non cambia il significato politico di una valuta che, se agganciata ad una moneta più forte, diviene uno strumento di sfruttamento dell’Africa da parte di chi detiene la valuta più forte e stabile, non più diffusa.

Tutta l’area CFA, dei due franchi, copre 150 milioni di abitanti per un totale di 170 miliardi di dollari di Pil, che però è solo il 5% di tutto il Prodotto interno lordo africano. La Banca di riferimento è oggi, per entrambi i due Franchi CFA, la Bce, mentre prima era, ovviamente, la Banque de France.

Londra, pur con il suo immenso e antico impero che oggi si riflette tenuemente nel Commonwealth, non ha mai obbligato i suoi ex-possedimenti all’uso di un cambio fisso con la sterlina, né alla creazione obbligata di una moneta ad hoc.

Tutti e i 54 vecchi Paesi coloniali della Corona di Londra hanno a tutt’oggi la loro sovranità monetaria che, spesso, sostiene, anche involontariamente, la divisa degli antichi colonizzatori.

 

I Paesi del Franco CFA ogni tanto chiedono a Parigi il ritorno alla loro sovranità monetaria. E furono proprio i Servizi di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva ridefinire i vecchi contratti petroliferi. La questione delle tantissime armi francesi trovate in mano agli jihadisti di Boko Haram

 

Ogni tanto, però, i paesi del Franco CFA chiedono a Parigi il ritorno alla loro sovranità monetaria. Che, in questo caso, è anche politica, sociale ed economica. Infatti, nel marzo 2015 il ministro delle Comunicazioni del Ciad, Sylla Ben Bakari, ha affermato che il 40% delle armi che erano state sequestrate dai loro apparati a Boko Haram erano di fabbricazione francese, mentre è ormai noto che furono proprio i Servizi di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva la ridefinizione dei vecchi contratti petroliferi, troppo ‘bassi’ per i produttori, oltre a proporre, con un roboante discorso da rais di tutta l’Africa, il Dinaro d’oro come tramite di pagamento per i petroli di tutta l’Africa verso i paesi occidentali.

Due sonori pugni in faccia per l’egemonia a distanza, di tipo monetario e politico, che la Francia intende continuare a gestire nella Françafrique e anche altrove, nel continente nero.

Se meglio leggessimo quindi il ‘cui prodest’ di tanto jihad della spada, avremmo le idee più chiare su come debellarlo.

Poi, nell’agosto del 2015, il leader ciadiano Idriss Deby ha chiesto ufficialmente l’uscita del suo Paese, entro il 2018, dal Franco CFA, per poter successivamente emettere una valuta legata, senza ovviamente tassi fissi, all’euro, al dollaro e allo yuan cinese.

Parigi contro Pechino, Parigi contro Washington, la Francia ancora legata ad una egemonia locale in Africa, ultimo retaggio di potenza coloniale contro quelli che Ennio di Nolfo chiamava “gli imperi tecnologici”.

Anche il Niger ha, peraltro, riaffermato le notizie sulle forniture d’armi francesi a Boko Haram e non ha mai ritrattato, malgrado le esplicite richieste provenienti da Parigi.

Armi francesi, spesso evolute, proprio come quelle in mano al jihad di Bengasi, furono ritrovate in mano al gruppo jihadista di origine nigeriana, il solito Boko Haram, armi che furono intercettate, in quei giorni, dai servizi del Camerun. E ancora tante altre operazioni di destabilizzazione, con o senza il supporto del jihad, sono avvenute in Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana.

 

Le privatizzazioni nell’Africa francofona sono state il grimaldello per far entrare il capitale francese all’interno delle ex colonie africane

 

Nell’Africa francofona e legata al CFA, i monopoli delle telecomunicazioni, bancari, portuali e delle materie prime sono detenuti da società francesi. Le privatizzazioni sono state, anche nell’Africa della Francophonie, il grimaldello per far entrare il capitale francese all’interno delle ex-colonie africane. I nomi sono sempre quelli dei finanzieri d’oltralpe descritti in tutti i media attuali.

 

Gli africani perdono molto denaro nelle transazioni denominate in euro. Ed è stato il Franco Cfa a mettere non pochi Stati africani nelle mani dei prestiti esteri il cui pagamento degli interessi li sta prosciugando. La doppia tenaglia che strangola i Paesi Africani CFA, sia quando l’euro si rafforza (meno export), sia quando si indebolisce (rincaro dei rimborso sugli ingenti prestiti esteri contratti)

 

Gli africani perdono, comunque, ‘ipso facto’, molto denaro nelle transazioni denominate in euro. Tanto più si apprezza la moneta comune europea, tanto meno questi Paesi esportano. Qualcuno ha calcolato che la perdita di valore dell’export africano prodotto in ambito CFA valga, dal momento dell’introduzione dell’euro in poi, almeno 250 miliardi di franchi CFA; con un ovvio rapporto inverso.

Rapporto in cui, se l’euro si apprezza verso il dollaro Usa, nella stessa proporzione i proventi dell’export dell’area CFA verso gli Stati Uniti vengono decurtati. Qualora poi l’euro sia temporaneamente più debole del dollaro, allora i debiti africani denominati in valuta nordamericana aumentano automaticamente. E sono i debiti maggiori, oggi. Siamo a 270 milioni di dollari per tutta l’Africa e la cifra è in costante ascesa. I Paesi a rischio immediato sono Tanzania, Kenya e Uganda.

In Kenya il peso del debito con l’estero vale un terzo del Pil attuale, mentre nello Zimbabwe siamo a un costo del debito contratto all’estero che arriva ad un incredibile 88% del Pil, mentre nel Mozambico siamo ad un incredibile 299%. In Nigeria si teme che gli interessi sul debito possano superare, il prossimo anno, gli introiti petroliferi.

Ecco, la luna che i diti dei cretini indicano quando si parla di emigrazione in massa dall’Africa: il debito, la demografia, la scarsità di capitali che, quando ci sono, vanno a ripagare i crediti o a proteggersi, se criminali, all’estero.

È stato quindi proprio il regime CFA a mettere quelle economie in mano ai prestiti, pericolosissimi, delle banche di affari nordamericane e britanniche.

Occorre casomai pensare ad una Banca per l’Africa, tra Ue, Israele, Russia, Cina, Stati Uniti, che finanzi a bassissimo costo e a tempi lunghissimi le infrastrutture.

 

Il meccanismo base del CFA. Così la Francia si serve di questa tecnica finanziaria, pagata dai popoli francofoni dell’Africa, per ridurre il suo deficit o per pagare il costo del suo debito pubblico. Un meccanismo infernale che impedisce agli Stati africani di svilupparsi

 

Ripetiamo ancora, per chiarezza, il meccanismo-base del CFA: quando, fino al 1973, l’area francofona dell’Africa esportava x in materie prime, essa depositava tutta la valuta pregiata ottenuta nel conto riservato presso il Tesoro di Parigi.

Dal 1973 al 2005, gli africani francofoni erano invece obbligati a versare ‘solo’ il 65% del totale delle operazioni in valuta, spesso in anticipo, ma sempre presso il ‘conto per le operazioni’ aperto presso il Tesoro francese. Dal 20 settembre 2005, infine, si è passati a una quota di depositi del 50%.

Depositi che vanno versati in tutte le valute utilizzate, quindi anche in quelle della Cina o del mondo arabo, che investono spesso oggi nella Françafrique. Se poi qualcuno vuole comprare materie prime africane, lo fa comunque in dollari Usa. Il 60% di questi dollari finisce comunque presso il Tesoro francese, che si rifornisce quindi di valuta gratis.

Allora, la Francia tiene nel ‘conto di operazioni’ il 60% di credito in Franco CFA in più, che dovrebbe essere formalmente a disposizione del mantenimento del tasso fisso tra euro e la valuta CFA.

Ma la Francia non mette in circolo alcuna quantità monetaria reale per favorire le transazioni in CFA, si limita unicamente a scrivere un segno più sul registro del conto di operazioni centrale.

In sostanza, la Francia si serve di questa tecnica finanziaria, pagata dai popoli francofoni dell’Africa, per ridurre il suo deficit o per pagare il costo del suo debito pubblico.

Il Tesoro di Parigi, oggi, ha comunque a disposizione 12 miliardi di euro, le quote dell’export dell’area CFA sia verso la UE che verso la Cina e gli Usa.

La libera circolazione dei capitali africani in area francofona ha permesso peraltro la fuga dall’Africa CFA di 850 miliardi, in valuta statunitense, dal 1970 al 2008, mentre oggi, dopo la grande crisi del debito africano, dovremmo essere arrivati, secondo le fonti di Parigi, ad almeno 1.230 miliardi di usd.

Un euro è oggi scambiato contro 665, 956 franchi CFA il che, ovviamente, permette di stabilizzare le anticipazioni economiche senza rischio di cambio per chi opera in euro ‘europei’. È però impossibile svilupparsi, con un cambio fisso come questo, per i Paesi africani che aderiscono al sistema CFA.

Nessuno, come è facile immaginare, presente nell’area CFA, ha finora mostrato una credibile crescita del Pil, con l’eccezione della Guinea Equatoriale, che ha un prodotto interno lordo maggiore del 2% annuo e per un lungo periodo.

È anche questo un dato del tutto ovvio: se il Franco CFA è legato all’euro con una parità fissa, e l’euro è una moneta incomparabilmente forte rispetto all’area CFA, è ovvio che gli Stati aderenti al trattato del 1945 non possano manovrare i tassi di cambio e organizzare una propria politica monetaria. Casomai, sono proprio i ritmi dell’euro che si scaricano sulla Françafrique, rendendo ulteriormente difficile la crescita delle economie CFA.

Se dovessero esportare stabilmente in Europa e in Usa, i Paesi CFA dovrebbero rifornirsi di una moneta bassa ma competitiva, come quelle asiatiche; mentre l’euro è, quasi sempre, più forte del dollaro. E quindi le attività produttive dell’Africa francofona, che sono tutte in settori a basso valore aggiunto, come il tessile o alcune materie prime non-ferrose, sono penalizzate in partenza. Vendere in franco CFA piuttosto che in dollari, dove non c’è parità fissa, è quindi molto costoso per il compratore, con un costo tale da eliminare in partenza qualsiasi vantaggio competitivo per i produttori.

Quindi, dato che i prodotti importati sono relativamente a buon mercato e a bassissimo costo di produzione, con il Franco della Françafrique, i Paesi del CFA tendono a importare troppi beni dall’estero, e soprattutto da Europa e Usa. Il che blocca evidentemente qualsiasi tentativo di creare delle imprese di sostituzione locali, anche in mercati che sarebbero ottimali per i singoli membri africani della rete CFA.

 

Dal 2% fino al 9%, ecco lo spread che fa guadagnare le banche africane (spesso di proprietà francese, in area CFA) e quindi distrugge ogni possibilità di welfare state, con gli immaginabili risultati politici, strategici, demografici

 

Il che blocca evidentemente qualsiasi tentativo di creare delle imprese di sostituzione locali, anche in mercati che sarebbero ottimali per i singoli membri africani della rete CFA.

Da qui, la necessità degli Stati africani aderenti alla rete del CFA di finanziarsi sui mercati internazionali dei capitali, con un meccanismo che, in Italia, abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa: le banche centrali prestano alle banche commerciali che, infine prestano allo Stato, con un ovvio e progressivo aumento dei tassi di interesse.

 

Aumenta quindi anche il mercato delle obbligazioni internazionali emesse dagli Stati africani CFA. Tutta la finanza africana pubblica è oggi del tutto insostenibile e medio e lungo termine.

Invece di vedere solo il dito che la indica, la crisi migratoria, occorrerebbe studiare anche la luna delle cause economiche e finanziarie che fanno da sfondo al trasferimento di masse ingenti di popolazione sia all’interno del continente africano che verso l’Ue.

 

*Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France; presidente di International World Group

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