Politica

Un governo, due parti in commedia. E tanti saluti al Pd

“Ci voleva una condizione di libera discussione per farci capire che i problemi erano molto più complessi e che dietro il fascismo c’erano i vizi della nostra società, del nostro temperamento, dei nostri costumi che risalivano ben al di là del 1922, e che nessuno sarebbe riuscito a estirparli dall’oggi al domani. La democrazia non è fatta per chi ha fretta, è una scuola di pazienza. La prima condizione per vivere in una società democratica è di porsi un problema per volta. Non dico che le scoperte che abbiamo fatte siano tali da rallegrarci. Quel che è irritante è che le cose poco rallegranti che siamo andati scoprendo vengano imputate alla democrazia la quale non ha fatto altro che permetterci di scoprirle e, quindi, se avremo le virtù necessarie, di porvi qualche rimedio”.
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di Antonio Maglie

Sono trascorsi sessantaquattro anni dal giorno in cui Norberto Bobbio esprimeva questi concetti. A quindici anni dalla sua scomparsa (il 9 gennaio del 2004) è questa, almeno dal punto di vista di chi scrive queste poche note, la maniera più consona per sollevare uno di quei problemi a cui forse dovremmo “porre rimedio”, ovviamente avendone “le virtù necessarie”.
La domanda, sollecitata dai sondaggi che fotografano la cristallizzazione degli equilibri partitici nonostante le performance della maggioranza non siano state al momento particolarmente esaltanti, è facilmente sintetizzabile: gode di buona salute un sistema in cui sembra mancare l’opposizione politico-parlamentare? Fa bene al governo e alla qualità della sua azione l’assenza di un concorrente pronto a candidarsi come alternativa? Lo strano caso italiano propone da un lato partiti di minoranza che con enormi difficoltà cercano di affrancarsi dalla condizione di semplici spettatori non riuscendo, però, a sviluppare una reale opposizione impreziosita dalla produzione di idee e proposte alternative; dall’altro un governo che fa opposizione a sé stesso litigando su ogni argomento all’ordine del giorno, ma riuscendo sempre a trovare una mediazione in grado di offrire ai due soci la possibilità di potersi definire contemporaneamente vincitori o, al limite, non sconfitti. È come se l’intero arco parlamentare si esaurisse all’interno del perimetro di palazzo Chigi: chi ne é fuori non può fare altro che adattarsi, o tacendo o lanciando qualche invettiva (com’è avvenuto recentemente sul salvataggio di Carige). Il politologo Roberto D’Alimonte, a proposito di Matteo Salvini (in foto con Luigi Di Maio), ha sottolineato che questa formula di governo al leader leghista va più che bene, non avendo alcuna voglia di favorire una riedizione del vecchio centro-destra (perderebbe la patente di ‘nuovo soggetto politico’ che gli è stata riconosciuta da Luigi Di Maio), finendo così per ritrovarsi accanto forze politiche che l’elettorato ha platealmente condannato, decretando così la fine dei protagonisti (leader e partiti) che hanno caratterizzato la storia della seconda Repubblica.
Insomma, meglio non confondersi con Silvio Berlusconi: una silenziosa cesura che può agevolare lo svuotamento del vecchio ‘contenitore’ elettorale a vantaggio del nuovo protagonista sovranista. In più Salvini in questa maniera non ha oppositori, considerate la consistenza residuale delle forze un tempo alleate rimaste fuori dal governo e, contemporaneamente, la debolezza del Pd.
Una condizione favorevole che riguarda anche il M5S, che deve guardarsi le spalle solo dal socio-alleato mentre i concorrenti, impegnati ancora a leccarsi le ferite, vivacchiano nei sondaggi più o meno sugli stessi livelli del 4 marzo non riuscendo nemmeno a capitalizzare gli errori del governo pentaleghista. Una situazione ideale perché alla fine la maggioranza fa tutto: governa e si oppone, litiga e si accorda. M5S, d’altro canto, nasce protestatario ma con l’obiettivo di costruire un nuovo ‘centrismo’, di inaugurare una forma rinnovata di interclassismo diversa da quella democristiana fondata su un riferimento chiaro a comuni valori religiosi, sul clientelismo e, in economia, su una traduzione molto italiana dell’ordoliberismo. Il ‘centrismo’ pentastellato è pragmatico, non va oltre le ideologie ma le somma, cogliendo fior da fiore, un po’ di qua e un po’ di là. Un partito, insomma, molto più propenso alla mediazione di quanto non dichiarasse anni fa, quando considerava la conquista del potere il premio di una corsa solitaria. La Lega è cosa diversa. Partito di destra. Anzi: partito onnivoro di destra, nel senso che tutti gli elettori che cercano risposte in quell’area, possono trovarle nella creatura di Salvini che, a sua volta, non ha freni inibitori di tipo ideologico ed è perciò
pronto a combattere qualsiasi battaglia purché produttiva di consensi elettorali. Soprattutto quelle che hanno come riferimento non tanto il buon senso, ma il senso comune che normalmente in Italia pende da una parte. In qualche maniera, nel leader della Lega sembra incarnarsi il Guglielmo Giannini del terzo millennio. Al di fuori di questi due protagonisti non sembrano esserci spazi. Ma anche se ci fossero, difficilmente chi sta fuori dal recinto di palazzo Chigi riuscirebbe a occuparli con profitto. Da una parte, cioè nell’area del vecchio centro-destra, Forza Italia immalinconisce insieme all’anziano leader che ha perduto il fascino dei tempi migliori, e insieme al fascino anche la vitalità. Ed è evidente che un partito personale non può vivere senza il suo inventore. Fratelli d’Italia, erede più del Msi che di quel progetto imperfetto che fu Alleanza Nazionale, raccoglie ciò che resta dello zoccolo duro di un decimato elettorato nostalgico. Dall’altra parte c’è il Pd, con numeri in fondo di  tutto rispetto ma non per  questo considerato dall’elettorato come una concreta alternativa di governo. È come se quei voti fossero congelati, e il partito esiliato in una sorta di ‘riserva indiana’ con storie e valori radicati ma devitalizzati, e quindi non in grado di trasformarsi nel patrimonio di una maggioranza. Il Pd è fermo al 4 marzo. Anche nella valutazione dei cittadini che lo hanno considerato strumento di una normalizzazione voluta da Bruxelles e dai grandi centri finanziari, scarsamente sensibile alle paure, alle angosce, ai drammi individuali e collettivi creati da quel cocktail esplosivo composto da globalizzazione e terza rivoluzione industriale. Bloccato da una vecchia leadership che non ha mai voluto pubblicamente riconoscere gli errori commessi, e da una nuova che stenta a emergere (e forse non esiste nemmeno). La conseguente carenza di idee e proposte alternative trasforma oggi il Pd in pura testimonianza, rendendo così ‘zoppa’ la democrazia italiana.

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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