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Tutte le Authority: inevitabile l’aumento dell’Iva

Iva
Si teme che senza l’incremento il deficit esploderà. Intanto L’Istat manda segnali rassicuranti: se l’aumento Iva sarà parziale l’impatto depressivo sui consumi sarà modesto
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di Sandro Roazzi

 

È l’ora della grande confusione. Il Def nelle audizioni parlamentari viene ‘assolto’ per il suo realismo, ma contestato per i rischi che provengono soprattutto dalla sua presunta …inconsistenza.

 

Il decreto sulla crescita che tanto è piaciuto al presidente della Confindustria non trova la strada della Gazzetta Ufficiale, quello sblocca-cantieri per il momento non si sblocca proprio.

Aumenta l’incertezza sulle sorti di Alitalia nel cui destino potrebbe entrare, si dice, perfino quella Atlantia che fa capo ai…Benetton (gli stessi di Autostrade).

 

Per fortuna l’unico sussulto dello spread, che continua a preoccupare gli Osservatori del nostro debito che vola sempre più su, si è manifestato timidamente dopo il dramma dell’incendio di Notre Dame.

 

Le ripicche fra Lega e Cinquestelle appaiono sempre più marcate da botta e risposta insofferenti, forse andando anche un po’ più in là di un ipotetico gioco delle parti. Malumori e tensioni interne perfino in Confindustria, dove i giovani industriali e il Nord est non vedono di buon occhio il riavvicinamento del presidente Boccia a Di Maio.

 

Lo stesso scandalo in Umbria finisce per essere un fatto interno al Pd dove…l’ultimo arrivato, Calenda sembra più sensibile di altri dirigenti, con maggiore anzianità di servizio, all’onore del partito.

 

Ma forse siamo solo immersi in quella …grande confusione sotto il cielo che piaceva tanto a Mao che intravedeva in essa il profilarsi di una situazione favorevole.

 

Il Def riceve ‘inchini’ di prammatica per il suo realismo, il vero obiettivo del ministro Tria che si è impuntato per ripartire da esso. Riconoscimenti sono venuti in questa direzione da Bankitalia, da Istat ed Ufficio parlamentare di bilancio.

 

Contemporaneamente è emerso un orientamento che non pare sposare la causa della flax tax gialloverde, mentre sembra imboccare la strada tracciata da Tria e che con ogni probabilità diventerà il vero banco di prova dopo il voto europeo del 26 maggio: quella, cioè, che riporta in evidenza (ed in connessione…) la questione dell’Iva.

 

Bankitalia è esplicita: “è condivisibile l’intenzione di non ricorrere ad ulteriore indebitamento per approvare una riforma fiscale”.

Ed accosta a questa considerazione qualche calcolo sul rischio che si coprano gli aumenti dell’Iva, le famose clausole di garanzie per 23 miliardi, in deficit: “il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021, al 3% nel 2022”.

Ed anche se con una notevole prudenza tipica dello stile di Via Nazionale, ma che forse riflette anche la situazione ancora fluida nella composizione dell’attuale Direttorio della Banca Centrale, viene riproposta l’attenzione su un aumento permanente dello spread di 100 punti che causerebbe la riduzione della crescita dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre.

 

Anche il temuto Ufficio parlamentare di bilancio giudica coerente il quadro macroeconomico ma converge poi sulle stime Bankitalia per quanto riguarda le coperture dell’Iva ed il rapporto con il deficit, che però nel 2022 potrebbe addirittura toccare il 3,8%. In più arriva il monito sul debito pubblico, visto arrivare sopra il 135% nel 2022 senza correzioni di tiro. Intanto per rispettare i saldi del Def si dovrebbero trovare misure per 25 miliardi nel 2020.

 

Interessante su questo versante l’opinione dell’Istat che, prendendo per buona l’asserzione di eventuali interventi sull’Iva ‘responsabili’ di scaricare sui prezzi solo il 60-70% degli aumenti in ballo, valuta l’effetto depressivo sui consumi abbastanza contenuto, ovvero dell’ordine di uno 0,2%.

 

In soldoni si può arguire che dalle esposizioni di queste…Authority emerge con chiarezza l’indicazione alla prospettiva finora esclusa categoricamente da Salvini e Di Maio: ricorrere all’Iva per liberare risorse.

Anche perché il Cnel con Tiziano Treu riporta alcune delle attese ‘urgenti’ delle parti sociali, a partire dalla riduzione del cuneo fiscale.

 

Lo stato di incertezza della politica economica del Governo si ripercuote inevitabilmente sugli imprenditori, che temono nuove perdite di affidabilità del nostro Paese sul piano internazionale difficili da recuperare, si mormora in giro, con i viaggi in Qatar e Dubai.

 

Ed in Confindustria emerge inopinatamente una verve contestatrice dei Giovani industriali finora sopita dal fatto che Boccia aveva interpretato il ruolo di maggiore critico dell’operato del Governo. Bisogna risalire ai primi anni ’90, ai tempi cioè di Tangentopoli e della riforma istituzionale proposta da Mario Segni (strizzando l’occhio alla Lega di Bossi), per ritrovare altrettanta combattività nei giovani leoni di Confindustria. Allora schierati con Segni e per un cambio radicale della politica misero in difficoltà la vecchia guardia di Confindustria (Agnelli in testa) con la ventata di ribellione che attraversò l’intero schieramento confindustriale senza ottenere grandi risultati sul piano politico, ma spingendo verso i vertici della Associazione degli imprenditori privati le medie imprese del Paese come mai era avvenuto in precedenza.

 

Ma allora, non va sottovalutato il ricordo, fu il preludio ad un rimescolamento della classe dirigente del Paese con l’avvento di Berlusconi da un lato e l’egemonia dei Ds di D’Alema e Veltroni dall’altro nel centrosinistra.

 

Oggi siamo solo ai malumori che possono finire nel nulla, come fare da battistrada ad inediti scenari per il dopo elezioni europee.

È prevedibile infatti che questa situazione non possa durare, anche se un leggero miglioramento dell’economia reale potrebbe consigliare gradualità nelle scelte future. Resta il fatto che l’economia chiama e chiamerà ancor di più dopo maggio. E la questione fiscale diverrà un baco di prova difficilmente evitabile.

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