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Superficiale e sbagliato il giudizio del ‘Bruno Leoni’ sui cittadini romani

La prima seduta del consiglio comunale di Roma dell'era Raggi
Un lettore replica al Dossier elaborato dal think-tank liberale. I cittadini romani non sono deresponsabilizzati, ma pagano ogni giorno il prezzo di dissennatezze che non hanno voluto
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Caro Direttore,

l’Istituto Bruno Leoni conclude uno studio pubblicato ieri sul Nuovo Corriere Nazionale impartendo, attraverso il signor Rocco Todero che lo ha elaborato, questa lezione di educazione civica ai cittadini romani (compreso l’autore di questa lettera): “L’omessa dichiarazione del dissesto finanziario ha fatto sì che gli elettori romani, esentanti dall’obbligo di subire in via esclusiva le conseguenze nefaste del default, non abbiano ragionevolmente avuto interesse ad indagare sulle responsabilità politiche di quanto sin qui narrato, confortati dalla peggiore delle strumentalizzazioni della solidarietà nazionale, e che, dunque, la classe amministrativa e politica della città, di qualsiasi fazione sia, non venga mai chiamata a rendere conto della gestione dei servizi e dei beni di Roma Capitale”.

 

Le questioni al centro dello studio sono lo stato comatoso dei conti di Roma Capitale e il provvedimento, recentemente approvato dal governo, attraverso il quale la sindaca Virginia Raggi riuscirà, probabilmente, a ridurre dell’addizionale Irpef (il motivo dello scandalo che ha armato la mano dell’illustre istituto, insieme al fatto che non sarebbero stati sino ad ora i romani a pagare il conto del dissesto ma l’intera comunità nazionale, soprattutto quella viaggiante in aereo).

 

Non sono un tecnico della materia ma sono anche convinto che, quando si affrontano temi così delicati che riguardano la vita delle persone in carne e ossa, bisognerebbe avere un po’ di rispettoso equilibrio, cosa che evidentemente va al di là della freddezza dei numeri che possono spesso gelare anche i cuori e le menti di chi su di essi si concentra in maniera totalizzante, perdendo di vista la realtà complessiva.

 

Sinceramente non credo che i cittadini romani, obbligati a sopportare il prezzo dei guasti della politica (pressione fiscale compresa: nella parte delle addizionali locali la più alta d’Italia), siano degli irresponsabili avendo per giunta maturato l’idea di essere “esentati dall’obbligo di subire in via esclusiva le conseguenze nefaste” di un default che non è stato dichiarato ma che, se lo fosse stato, non avrebbe prodotto conseguenze negative solo sui residenti ma anche sulle funzioni di ‘Capitale d’Italia’ che la città viene chiamata a svolgere quotidianamente e i cui costi (non solo o non prettamente economici) ricadono sull’intera collettività romana.

 

Se, come sostiene l’Istituto e l’autore del report, gli elettori romani non avessero avuto consapevolezza dei danni economici prodotti dalla politica locale, probabilmente non avremmo avuto nel giro dei ultimi undici anni tre sindaci diversi, espressione di tre diverse maggioranze (oltre a un commissario prefettizio).

 

Purtroppo, la qualità della classe dirigente è quella che è e nessuno al momento ha una ricetta efficace (nemmeno i ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni) per migliorarla.

 

Le “magnifiche sorti e progressive” propagandate dal liberismo (corrente di pensiero alla quale l’Istituto in questione sembra fare statutariamente riferimento) ci hanno, prima del 2008, regalato l’illusione che attraverso la ‘finanza creativa’ (cavallo di battaglia di un noto ministro dell’economia) potessero essere reperiti i capitali necessari per realizzare le grandi opere di cui Roma aveva bisogno.

I cittadini capitolini così “poco consapevoli” pagano ancora il conto, subendo pazientemente la fragilità di una città che va in difficoltà non per un default ma per molto meno, ad esempio per il guasto di un paio di scale mobili con conseguente chiusura di tre stazioni centrali della metropolitana.

 

A parere dell’estensore di quel report e dell’Istituto che ha deciso di renderlo pubblico, tutti quanti noi (tre milioni circa, cinque milioni e mezzo allargando lo sguardo a Roma Città Metropolitana) saremmo “confortati dalla peggiore delle strumentalizzazioni della solidarietà nazionale”.

 

Con tutto il rispetto, analisi molto superficiale, che non tiene conto del soffocante intreccio che si realizza a Roma tra politica locale e politica nazionale, con i governi che tendono a garantire ‘aiutini’ e ‘aiutoni’ alle maggioranze locali amiche (pratica seguita da tutti coloro che si sono avvicendati a Palazzo Chigi a beneficio dei colleghi d’area o di partito che conquistavano il Campidoglio); che sorvola sui costi che il ruolo di Capitale scarica sulle spalle dei residenti, a livello economico, sociale o della vivibilità quotidiana; che sembra osservare i cittadini di Roma attraverso le lenti distorte di luoghi comuni peraltro poco originali e decisamente arcaici.

 

La questione nel suo complesso non è affrontabile in maniera produttiva con gli strumenti semplicistici offerti dal dibattito ‘default sì, default no’.

 

Sul ‘caso Roma’ (su cui negli ultimi sessant’anni si sono misurati grandi intellettuali, forse anche più autorevoli di quelli impegnati con l’Istituto Bruno Leoni) occorrerebbe una serissima riflessione.

Ma quella proposta è solo una scorciatoia, tecnicamente ben costruita ma viziata da valutazioni pregiudiziali e/o preconfezionate. Pertanto lontana dalla realtà, dal vissuto di una collettività che, lungi dall’essere deresponsabilizzata, paga ogni giorno il prezzo di dissennatezze che non ha voluto, che vorrebbe anche sanare ma si ritrova a combattere in un tragico deserto senza la sponda di interlocutori affidabili.

E questo studio ne è, purtroppo, la conferma.

 

Antonio Maglie

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