Fisco Politica economica

Su ‘reddito’ e flat tax è un tiro al bersaglio

Il premier Conte e il ministro Tria
I sindacati vanno a testa bassa contro entrambi, Confindustria attacca il Def. Svimez: fisco ‘piatto’, Sud penalizzato. Intanto un Rapporto della Uil rivela che non pochi Comuni stanno aumentando le addizionali
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di Sandro Roazzi

 

Flax tax e Def bersagliati da critiche nella prima giornata di audizioni in Parlamento. Cresce la sensazione che, dopo il voto europeo, giocoforza le carte in tavola cambieranno.

 

Uniche valutazioni ‘benevole’ quelle di Confindustria ma…per il decreto dignità, mentre sul Def la censura è per un atteggiamento che “rischia di aumentare l’incertezza e rallentare l’economia”, l’opposto di quel che serve.

 

Il fisco pare sempre più diventare il terreno di battaglia prossimo venturo. Da Cgil, Cisl e Uil, oltre all’accusa di Def generico, parte anche la contestazione verso la flax tax senza indulgenze di sorta: per ora  solo titoli, senza credibili coperture, con premi per i redditi alti.

 

Perfino la Svimez giudica la ‘tassa piatta’ (che piatta non sarà comunque) poco meno di un pasticcio a sfavore dei redditi meridionali: “avrebbe una ricaduta territoriale fortemente asimmetrica a svantaggio del Mezzogiorno, l’ara con i redditi più bassi”. Un ‘danno’ che si assomma alla previsione di un Pil tendenziale (con gli interventi previsti dal Governo) allo 0,2% nel 2019, ma a -0,2% per il Sud.

 

Ed anche per la Svimez la ricaduta degli effetti del reddito di cittadinanza sarà assai modesta.

 

Ma che il fisco sia sulla strada di diventare un rischioso nuovo banco di prova ‘incandescente’ per i mesi a venire dopo le elezioni di maggio, lo si intuisce da alcuni fatti evidenti.

 

Il primo riguarda le dichiarazioni del ministro Tria, che immagina una riforma fiscale niente affatto simile alla flax tax, ma con la riduzione attraverso la rimodulazione delle attuali aliquote Irpef. Vale a dire un intervento riformatore classico. E che secondo il ministro dovrebbe, per giunta, far cadere il tabu di un’altra riorganizzazione fiscale, vale a dire quella dell’Iva.

 

E non vanno trascurati poi altri dati che si presentano con un carico di potenziale insofferenza sociale sul tavolo del governo.

Riguardano incrementi che vanno contro le assicurazioni della maggioranza di agire per ridurre la pressione di imposte e tasse. È il caso degli aumenti dei carburanti nell’attuale periodo pasquale, dopo che è sfumato nel nulla l’impegno a ridurre le accise su benzina e gasolio.

Ma è soprattutto ad agitare i ceti medio bassi la situazione di ritocchi striscianti delle imposte locali, ben documentati da un primo report della Uil.

 

La ricognizione ha riguardato Imu/Tasi, Irpef comunale e Tari. La facoltà concessa dalla legge di bilancio, in particolare ai ai Comuni, di andare oltre il blocco triennale delle aliquote, è stata già utilizzata da un buon numero di Amministrazioni locali, anche se il quadro non è ancora completo.

 

Secondo la Uil, per quanto riguarda le addizionali Irpef su 2mila 352 comuni che hanno rese note le decisioni in materia, 250 di essi hanno scelto di aumentare le aliquote e fra di essi ci sono 5 capoluoghi di provincia. Solo 75 hanno imboccato la via inversa, quella di diminuire l’imposizione.

 

Anche su Tari e Imu fra i Comuni che hanno deciso variazioni prevalgono quelli che l’hanno compiute al rialzo. E, tanto per comprendere meglio di quali cifre si sta parlando, la ricerca Uil evidenzia che l’anno scorso il gettito medio per l’intera tassazione in questione si è aggirata sui 1.340 euro annui pro capite.

 

Ha indubbiamente inciso il minor trasferimento di risorse dallo Stato in una congiuntura economica che non poteva di per se stessa far prevedere aumenti di gettito.

Ma resta il fatto che la lievitazione, sia pure a macchia di leopardo, di questi oneri fiscali finirà per aggravare il reddito disponibile di lavoratori e in particolare pensionati sui quali gravano un ritorno di ‘fiscal drag’ e per gli anziani un’indicizzazione meno favorevole al costo vita rispetto a quella che avrebbe dovuto essere in vigore.

 

Del resto le risorse su cui poter contare sono al momento una grande incognita.

Bankitalia informa di aver rivisto al rialzo per 5,3 miliardi di euro il debito pubblico 2018. Ed a febbraio è salito ancora, toccando il livello record di 2.363,68 miliardi di euro.

Naturalmente il dato non potrà determinare conseguenze negative nel breve periodo, ma di certo è stato annotato da coloro che vedono proprio nel debito italiano la zavorra più pesante per realizzare politiche economiche espansive. È l’Europa, sono i mercati che, fra l’altro, in questo periodo, a detta di non pochi analisti, non scommettono sulla recessione, ma intravedono spiragli per un rasserenamento possibile dell’economia internazionale.

 

Ma da Banlkitalia giunge anche un altre segnale assai poco promettente: “a febbraio le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,9 miliardi, in calo dell’1,7% rispetto a gennaio”. Vero è che Bankitalia usa per il gettito fiscale un sistema di calcolo diverso da quello del ministero dell’Economia, ma resta pur sempre un indicatore della debolezza dell’economia di casa nostra.

 

E per ora, fino almeno a Pasqua, i provvedimenti che dovevano preparare la ‘riscossa’ sul piano economico per il secondo trimestre ancora non si sono affacciati nei lavori parlamentari.

Mentre si minacciano, da parte delle Associazioni degli investitori ‘traditi’ dalle banche, nuove mobilitazioni. Lamentano di essere rimasti con i ‘cerino’ in mano di assicurazioni che non hanno trovato traduzione pratica. Altra spina nel fianco di Conte e maggioranza.

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