Politica

Servizi e strade contro libertà: il revisionismo stonato di Tajani

La gaffe del presidente del Parlamento Ue: gli errori e orrori di Mussolini non furono legati solo all’alleanza con Hitler
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di Antonio Maglie

L’uso della storia andrebbe vietato in pubblico ai politici. Le loro interpretazioni rischiano di essere poco istruttive in quanto ispirate dalle esigenze di bottega. Un esempio lampante è stato fornito un paio di giorni fa dal presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, che si è lanciato imprudentemente in una rappresentazione del fascismo e di Mussolini a dir poco criticabile. Ai microfoni del programma radiofonico “La zanzara”, ha spiegato che il duce “fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non si è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro paese, poi le bonifiche. Da un punto di vista di fatti concreti realizzati, non si può dire che non abbia realizzato nulla”.

Tanto per cominciare ‘la vicenda’ di Giacomo Matteotti (cioè il rapimento e l’uccisione di un avversario politico) non fu propriamente una parentesi irrilevante, perché ebbe delle conseguenze che hanno segnato l’evoluzione del ventennio. Ma soprattutto il giudizio morale, prima ancora che storico, nei confronti di un sistema politico non dipende dal numero di strade costruite o di terreni bonificati, ma dal segno complessivo valoriale, istituzionale e sociale che dà il senso a quell’esperienza. Le leggi razziali hanno sicuramente rappresentato (insieme alla guerra affrontata con atteggiamento dilettantistico e straccionesco) il punto più basso del ventennio, ma non sono spuntate all’improvviso come i funghi; sono arrivate (epilogo probabilmente inevitabile) perché tredici anni prima era nato un ‘regime’ che avrà pure eliminato la malaria da alcune zone del Paese ma non per questo può essere oggi assolto dalla responsabilità di aver cancellato libertà fondamentali e diritti e insieme a essi una quota consistente di dignità umana (per quanto tutto questo possa essere avvenuto in un contesto di complice consenso).

Se si potesse dare una data di nascita al regime, forse bisognerebbe individuarla nel 3 gennaio del 1925 quando dopo l’omicidio di Matteotti e la crisi che ne seguì, Mussolini si presentò in Parlamento e, contando sulla passività della monarchia e l’inconcludenza della risposta aventiniana, rivendicò quasi con orgoglio tutto quello che era accaduto prima e dopo le elezioni dell’anno prima, quelle con la legge Acerbo: “Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione”. E concluse annunciando le “leggi fascistissime”, cioè il regime: “L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza”. Usò soprattutto la seconda.

Arrivò la legge 2300 del 24 dicembre 1924 quella che imponeva giuramenti e totale adesione ai ‘principi’ del nuovo stato fascista, la legge a cui, ad esempio, non si piegò Silvio Trentin, papà di Bruno, docente alla Ca’ Foscari che nella lettera di dimissioni spiegò di non poter conciliare “il rispetto delle mie intime e salde convinzioni di studioso del diritto pubblico con l’osservanza dei nuovi doveri di funzionario che mi vengono imposti”. Poi fu la volta della libertà di stampa abolita con il provvedimento del 31 dicembre 1925 numero 2307. Quindi fu tumulata la libertà di organizzazione sindacale prima con il Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925 (“Tutti i rapporti contrattuali tra industriali e maestranze dovranno intercorrere tra le Organizzazioni dipendenti della Confederazione dell’industria e quelle dipendenti della confederazione delle corporazioni. In conseguenza le commissioni interne di fabbrica sono abolite e loro funzioni sono demandate al sindacato locale, che le eserciterà solo nei confronti della corrispondente Organizzazione industriale”); poi con la legge del 3 aprile del 1926 numero 563; infine con la Carta del Lavoro approvata dal Gran Consiglio nella riunione del 21 e 22 aprile del 1927 (“Solo il sindacato, legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori”).

L’ultimo anello della catena il 17 maggio 1928 quando con la legge 1019 le elezioni vennero trasformate in un plebiscito dovendo il cittadino esprimersi su una lista di candidati messa a punto dal Gran Consiglio. Bontà sua, Tajani ammette che Mussolini non è stato “un campione della democrazia” però “alcune cose sono state fatte, bisogna sempre dire la verità”. La verità, appunto. Ad esempio sul modo in cui Mussolini (non da solo) assecondò la deriva autoritaria cancellando la legge proporzionale invisa ai gruppi più retrivi della politica italiana (Salandra ad esempio) e preparando in un clima di terrore le nuove elezioni con la legge Acerbo: a novembre del 1923 la casa di Francesco Saverio Nitti venne devastata da una squadraccia del duce; il 26 dicembre Giovanni Amendola subì una “imboscata” per strada; a febbraio del 1924 Bruno Buozzi fu aggredito a Torino; a Genova una decina di giovani pieni di “passione superba” ma soprattutto armati di bastoni, provvide a interrompere il comizio del candidato socialista Enrico Gonzales; a Reggio Emilia fu ucciso un altro candidato socialista, Antonio Piccinini; a Bari i candidati socialisti con la forza vennero praticamente espulsi dalla città; Matteotti, a sua volta, fu aggredito nella sede del partito a Ferrara (schiaffi e sputi) e a Castelguglielmo (picchiato, abbandonato in aperta campagna, costretto a tornare a piedi a Rovigo).

Le parole che pronunciò Matteotti il 30 maggio del 1924 puntando il dito contro Mussolini e i fascisti, quelle che gli costarono la vita, qualcosa potrebbero spiegare a Tajani: “Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi, sì veramente rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della nazione”.
Franklin Delano Roosevelt manifestò un certo interesse per il corporativismo fascista, volle studiarlo andando alla ricerca di soluzioni che potessero far uscire gli Stati Uniti dalle sabbie mobili della Grande Depressione. Ma non ne fece nulla forse perché comprese che per far funzionare il sistema era necessaria una pre-condizione: l’annullamento delle libertà cioè della “ragione morale della nazione”. Ci pensi bene, Tajani, e valuti se un giudizio su un’esperienza politica si possa ragionevolmente basare su “strade, ponti, edifici, impianti sportivi” o se, al contrario, non debba riguardare i valori irrinunciabili, esattamente quelli evocati da Matteotti e per i quali Matteotti morì.

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