Politica

Se il centro non è più al centro della politica

L’esito delle elezioni negli Stati Uniti confermano: non è quello lo spazio dove si determinano le vittorie
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di Antonio Maglie

È scomparso il “centro”, al pari delle mezze stagioni. Non è un mutamento nuovo o nuovissimo, ma le elezioni americane che si si sono rivelate tanto per Trump quanto per i democratici una mezza vittoria (per chi vede il bicchiere mezzo pieno) o una mezza sconfitta (per chi lo vede mezzo vuoto), hanno confermato la dipartita. Per lungo tempo è stato inseguito: ora l’annuncio funebre ufficiale con tanto di invito conclusivo, “una prece”.

I Clinton
Lì, al centro, è avvenuta la santificazione di grandi leader accompagnati da previsioni rosee circa la durata del loro regno sul quale, come diceva un famoso monarca, il sole non sarebbe mai tramontato o sarebbe calato molto tardivamente. Bill Clinton di quel centro fu l’interprete più schietto, così schietto da far passare la moglie Hillary per una pericolosa rivoluzionaria. Poi, ironia della sorte, proprio Hillary, ormai convertitasi al centro, ha pagato il pedaggio di questa lunga e progressiva migrazione smarrendo la strada del ritorno alla Casa Bianca a vantaggio di quello che possiamo considerare il campione della nuova politica che non solo non riconosce il “centro” ma lo considera un luogo di vera e propria perdizione, cioè Donald Trump.

Da Blair a Schroeder
Tony Blair, l’inventore del blairismo, sembrava ispirare tutti i leader democratici, progressisti ma non troppo, socialisti ma molto moderati. Lui era la “stella polare” della nuova sinistra (chissà perché se ne cerca una nuova nonostante non siano mai stati realizzati gli obiettivi della vecchia): si eclissò in una nuvola di bugie costruite per trascinare la Gran Bretagna nella guerra in Iraq. Cavalcava la sua onda il tedesco Gerard Schroeder, autore di una riforma del mercato del lavoro che sta facendo scomparire la Spd. Lui, però, fece in tempo a sistemarsi sotto l’ombrellone russo di Gazprom.

Il centro in Italia
Per molti il “centro” è sempre stato solo un punto geometrico; per altri la cassaforte di tutte le virtù e di tutti i successi politici. Per alcuni era solo lo spazio che separa destra e sinistra, per altri un sinonimo di moderatismo, in nome del quale in Italia abbiamo visto crescere personaggi che con una concezione moderata della vita prima ancora che della politica avevano veramente poco a che vedere. Il nostro è stato il Paese in cui il “centro” ha trovato la sua più longeva interpretazione di governo.
Di tanto in tanto si sente dire che il Movimento 5 stelle è la nuova Dc. In parte lo è nel senso che cogliendo fior da fiore le sue proposte (un po’ a destra e un po’ a sinistra, un po’ come va il vento e un po’ come va l’utile elettorale) riesce a coagulare consensi trasversali. Un partito pragmatico orientato dal senso comune; a-ideologico più che post-ideologico e in quanto tale privo di un patrimonio di idealità. Insegue i bisogni senza preoccuparsi di calarne il soddisfacimento in una visione sociale strategica.

La Balena bianca
Tutto questo lo faceva anche la Dc. Ma giustificava la sua centralità con dell’altro che poi era il suo vero marchio di fabbrica. La Democrazia Cristiana era il partito dei cattolici, il partito che guadagnò una valanga di voti nel 1948 anche grazie a uno slogan coniato da Guareschi: nella cabina Dio ti vede, Stalin no. Aveva una ideologia di riferimento che a livello socio-economico si ispirava alla dottrina sociale della Chiesa.
La Dc non era semplicemente trasversale nel voto, era interclassista e per esserlo doveva giocare al centro. Era il partito della mediazione perciò si trovava a suo agio nell’Italia del proporzionale nonostante il tentativo di De Gasperi di correggerlo in senso maggioritario (che non riuscì) e comunque molto più rispettoso del principio di rappresentanza di quanto non lo siano state alcune leggi elettorali approvate in tempi recenti e poi inevitabilmente cancellate dalla Corte Costituzionale.

Il M5s
Il Movimento 5 stelle non gioca al centro, tanto è vero che fatica a operare all’interno di un sistema che obbliga a fare politica, cioè a costruire e poi a convivere in coalizioni. Il partito di Grillo battezzato dal capo nelle eroiche giornate dei “Vaffa” è sincera espressione della politica che abolisce il centro, anche se poi prova a nasconderlo con la storia del conflitto alto-basso, popolo-élite: nel fare la conta dei buoni e dei cattivi ci son pezzi di popolo che vengono infilati strumentalmente tra le élite, contro il loro volere e la realtà dei fatti.

La Lega
Ovviamente ancor più schietto come campione di questa politica che abolisce il centro (non a caso affascinato da Bannon al pari della Meloni che, comunque, non ha mai ambito a sistemarsi nel mitico luogo) è la Lega di Salvini, con il forte radicamento al Nord, lo sguardo sempre attentamente rivolto ai ceti più agiati “confusi” col popolo per soddisfare soprattutto il trasversalismo elettorale, unico strumento che può garantire grandi successi. Ma la politica economica della Lega non ha nulla a che vedere con il bisogno più urgente della società italiana (e non solo italiana) di rimettere in moto i meccanismi che consentano la redistribuzione della ricchezza, del reddito. L’obiettivo della Flat Tax non è questo. E non è questo nemmeno l’obiettivo dei condoni, alias “pace fiscale”, perché i condoni non redistribuiscono e se lo fanno, la direzione che seguono non è verso il basso ma verso l’alto.

Le elezioni negli Usa
Le elezioni americane hanno confermato che il centro non esiste più. Tanto è vero che i democratici hanno vinto laddove hanno presentato candidati “radicali”. Piuttosto agevolmente sono stati confermati Bernie Sanders ed Elisabeth Warren, personaggi con identità chiare, facilmente identificabili. Dall’altra parte, hanno vinto coloro che hanno sposato il Trumpismo. In tutto questo un ruolo centrale lo hanno svolto i nuovi mezzi di comunicazione, accessibili a tutti e per questo al servizio della semplificazione dei messaggi. Una novità assoluta? No, perché questa radicalizzazione fu evidente in anni incerti come quelli tra la prima e la seconda guerra mondiale. Franklin Delano Roosevelt interpretava in maniera antagonistica la sua azione di governo. Come Trump divise l’America: J.P. Morgan chiedeva ai suoi ospiti di non nominarlo; altri, come ha raccontato nel suo libro “Il New Deal” Kiran Klaus Patel, scrivevano con la minuscola la lettera iniziale del suo cognome. La stessa vittoria su Herbert Hoover contiene in qualche misura le motivazioni del successo di Trump su Hillary: al pari della Clinton, Hoover veniva considerato il tipico politico-politicante.

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