Politica economica Unione europea

Savona: perché il 2019 per l’Europa può essere un anno drammatico

Il ministro Paolo Savona
Il ministro agli Affari europei lancia l’allarme e invita al dialogo per garantire all’Europa un’economia aperta. “Attenzione alle elezioni europee, ai sovranismi e all’insoddisfazione. C’è gente insoddisfatta che non è sovranista”. “Gli errori nella costruzione dell’Ue rischiano di minare la scelta di fondo: un’economia aperta”. “Bisogna discutere, non lanciare anatemi. Per questo ho elaborato il documento su una politeia per l’Europa”
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di Paolo Savona*

 

Per la politica economica, come tecnico cerco di trovare le soluzioni che mi chiede la politica e cerco di stare quanto più fuori dalla politica perché, altrimenti, non svolgerei un’attività razionale per trovare soluzioni razionali ai problemi che ti pone la politica. Cioè, se a un certo punto mi viene posto il problema “tu devi stare in Europa”, io devo individuare come stare in Europa e non mi devo mettere a fare altro, anche perché, se voglio far politica, chiedo il voto e faccio le mie battaglie. Questo è lo spirito che mi anima.

 

Prendiamo il quadro generale del bilancio dell’Europa. So benissimo che negli Stati Uniti – e lo uso anche come argomento con i miei colleghi – fanno attività di redistribuzione del reddito interterritoriale molto elevata da questo punto di vista. In Europa – ne ho parlato con Oettinger anch’io – è inutile che a un certo punto una coperta corta, come quella dell’1,20 per cento, venga tirata da una parte e dall’altra, con argomenti che irritano il popolo: “Abbiamo bisogno di più soldi per la Difesa, anche perché ce lo chiede la Nato, e di più soldi per l’immigrazione e li togliamo dall’agricoltura e dalla politica di coesione”. Attenzione, si usa l’espressione “li togliamo”, ma la realtà è che con i parametri noi avremmo dovuto avere di più e ci fanno avere meno di quel di più.

 

Lo dico perché ci sono anche questo tipo di cose. Noi contavamo per la politica di coesione sul 18 per cento in più, secondo i parametri. Ci modificano i parametri e piglieremo il 12 per cento, quindi ci tolgono il 6 per cento e questa è una delle battaglie.

 

Il discorso fondamentale è che la coperta è corta e, se la tiriamo da una parte o dall’altra, dobbiamo essere capaci di spiegare agli elettori europei i motivi per cui questi spostamenti si fanno, perché altrimenti questo diventa motivo di scontro ulteriore. Può darsi anche che non si debba toccare da una parte e dall’altra, ma qui viene il problema sollevato delle risorse autonome, sul quale personalmente insisto (…)

 

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(…) Avviene – e lo ripeto, nonostante ciò che scrivono i giornali – che l’armonia che io ho trovato (con i partner europei, ndr) è decisamente più elevata di quanto mi aspettassi. Pensavo che a un certo punto lo scambio fosse più aggressivo, per dirne una. Sui singoli problemi, io penso che parte delle risposte vengano dal documento (quello presentato dal ministro Savona, a nome del Governo, dal titolo “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”, ndr).

 

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Tra parentesi, i sovranismi di cui parliamo sono uno diverso dall’altro: il sovranismo austriaco è diverso dal sovranismo francese, che è diverso dal sovranismo tedesco, che è diverso dal nostro sovranismo. Qual è, quindi, la mia preoccupazione?  È che nessuno ha mai discusso sul futuro di un’Europa di cui abbiamo bisogno per i motivi che più volte ho citato e che riguardano una scelta di fondo: un’economia aperta.

 

Il nostro sviluppo è basato sulle esportazioni, ma anche sulle costruzioni, un altro problema legato agli investimenti. L’economia italiana ha due motori e non uno. Ne abbiamo spento uno e l’aereo non vola. Tutto regge attraverso le capacità esportatrici, che addirittura poi non hanno effetti di moltiplicazione perché ci sono 50 miliardi circa di euro inutilizzati ogni anno che vanno all’estero a finanziare gli altri, come accade in tutta l’Europa. L’Europa ha un surplus di bilancio dei pagamenti correnti che è superiore al deficit degli Stati Uniti, quindi gli Stati Uniti si sviluppano e l’Europa non si sviluppa a sufficienza.

Non c’è una scienza esatta economica che ti dice il perché, però qualcosa del genere ci deve essere. Si tratta di un qualcosa che non può funzionare se, a un certo punto, la Germania ha il doppio del surplus della Cina. Si dice “Stai criticando e stai parlando male della Germania”. No, sto dicendo che le regole del gioco devono essere tali che chi sta in surplus deve spendere di più e aiutare le altre ad aggiustarsi. Tra questi, guarda caso, da un paio d’anni c’è l’Italia, il che vuol dire che il meccanismo non funziona.

 

Suggerisco qual è la cosa chela politica deve correggere: chiedo di spendere 16 miliardi in più (l’1 per cento del Pil circa) sui 50 miliardi di risparmio e mi si dice “ma quelli sono già andati all’estero”. Quelli sono già andati all’estero perché non facciamo gli investimenti. Le cose, quindi, si reggono le une con le altre. Questo è il ruolo di un tecnico, come io lo interpreto.

 

Il giorno dopo aver inviato il documento sono andato a un incontro con tutti gli ambasciatori in Italia dei Paesi dell’Unione europea ospiti dell’Austria, che ha la presidenza europea. Abbiamo avuto una discussione molto interessante e devo dire che mi hanno rivolto tutta una serie di quesiti, quasi tutti incentrati, alla fine della storia, su “ma lei cosa si attende?”. Ho risposto: “discutere con voi perché voglio sapere come la pensate”. E ho chiesto: “perché, voi siete in grado di sapere esattamente come la pensa la Romania, la Lituania o l’Olanda sui vari temi che ho sollevato?”. Non lo sappiamo e sappiamo solo che loro dicono “noi non vogliamo pagare i debiti dell’Italia”.

 

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Allora, siccome io non sollevo i problemi, ma indico soluzioni, quella citata è la soluzione che io ho indicato. In precedenza, già nel 1993, quando ho fatto il ministro dell’industria con Ciampi, avevo indicato: mettiamo tutti gli immobili e le ricchezze che abbiamo in un fondo comune e lo presentiamo a garanzia, quindi emettiamo i titoli del debito pubblico a tasso reale zero, ossia a un tasso pari all’inflazione. Questa era la proposta ed era possibile farlo, garantendo il rimborso del capitale reale.

Ciampi reagì e mi convinse, sempre per il principio che alla fine era lui che doveva comandare e non io: altro punto molto buono insegnato in Banca d’Italia.

 

Le discussioni che avevamo con Guido Carli sui temi di politica monetaria e fiscale erano durissime. Infatti, quando sono stato porta a porta con lui in Confindustria, gli ho chiesto: “ma lei come ci sopportava?”. E lui mi ha risposto: “voi facevate da sparring partner, da allenatori, e mi allenavate al dibattito che io avrei incontrato all’esterno”.

C’era un principio fondamentale che si discuteva per una o due ore. Alla fine della storia, il governatore decideva cosa fare e noi rispettavamo le sue decisioni. Questo è un altro punto fondamentale nel quale io credo e al quale oggi io continuo ad attenermi.

 

Questi ambasciatori hanno avvertito del documento tutti i loro Governi. Lo dico perché io parlavo autorizzato da Conte a nome del Governo italiano, ma prima aveva avuto l’incontro con Salvini, Di Maio e Moavero ed era stato avvertito il presidente della Repubblica, quindi non è che mi sia mosso disordinatamente. Ho detto all’ambasciatore austriaco, persona assolutamente cortese e perbene, come tutti gli altri peraltro, e veramente non lo dico per complimento, di avvertire il suo Governo che noi ci attendiamo che alla fine venga messa all’ordine del giorno, ma non mi accontento solo di questo perché già sono in contatto con i rumeni, che hanno la presidenza l’anno prossimo nel periodo più caldo dell’Europa, il periodo elettorale. Ho detto loro: se non riesco a farlo mettere all’ordine del giorno, prendetevelo voi l’impegno”.

 

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Sul fatto che i miei sono argomenti validi, voi (Savona si rivolge ai parlamentari membri della commissione, ndr) per certi versi mi avete dimostrato che non saremmo d’accordo su alcune cose, ma tutti voi, ovunque siate e ovunque operiate, avete la sensazione che questa Europa non funziona bene. Non c’è, quindi, per certi versi – mi permetto – un’unica inottemperanza.

 

Anche in questo caso posso sbagliarmi, ma non sono certo io a dire: attenzione alle elezioni europee per i diversi sovranismi o le diverse insoddisfazioni. C’è gente che è contro e insoddisfatta e non è sovranista. Per una serie di circostanze può esservi tra loro un incontro e la situazione dal lato europeo può sfuggire dalle mani. Siamo preparati ad affrontare una situazione del genere?

Io mi darò da fare per ogni genere di preparazione da questo punto di vista, quindi il discorso delle alleanze si formerà cammin facendo.

Questo è il punto: le alleanze verranno perché, più o meno, le esigenze ce l’hanno tutti, però voglio vedere se qualcuno può dire “a me non interessa mantenere un’economia aperta, ma desidero chiudermi”. C’è tutta una storia economica e politica, che è forte da questo punto di vista.

Certo, se si perde la speranza, allora si dice “che vada al diavolo e che non se ne parli più “e affronteremo le difficoltà. Però non è che le possiamo affrontare a cuor leggero con una economia italiana che ancora regge sulle esportazioni, come ho detto prima. Quantomeno facciamo partire nuovamente le costruzioni e gli investimenti in infrastrutture e facciamo ripartire nuovamente l’edilizia, dove il moltiplicatore è molto alto e coinvolge aziende industriali che forniscono dal cemento al ferro, alle piastrelle, alle cucine, ai rubinetti e così via.

 

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Perciò bisogna discutere, invece qua sta diventando un anatema: cioè se dico “badate che questa cosa non funziona”, apriti cielo, “sei un antieuropeista, vuoi distruggere l’Europa”, poi i giornali sono pieni di giornalisti stranieri o analisti miei colleghi i quali dicono che l’euro non funziona e sparano a zero, ma quelli possono parlare perché non danno fastidio al guidatore!

Questa è una cosa paradossale, la democrazia impone, la dialettica, impone che si discuta apertamente di queste cose, e non attribuendo all’altro idee o retropensieri che magari non ha, quindi il discorso anche lì passa da una discussione e questo è il tema principale.

 

Apriamo una discussione, apriamola subito, perché il 2019 può essere un anno drammatico per l’Europa, perché abbiamo le elezioni il cui risultato è incerto, perché tutti i Paesi hanno qualche problema di questo tipo, di tipo proprio pro e contro. Allora cosa sto a discutere di fare l’Europa più forte e più equa se poi ci salta di mano il meccanismo che la deve gestire?

Poi abbiamo la nomina della nuova Commissione, Juncker resta in carica fino a novembre; poi c’è la nomina del presidente della Bce. Quindi nel 2019 possiamo trovarci un’Europa migliore, più forte e più equa oppure un’Europa peggiore, meno forte e meno equa. Con questo documento (quello citato in precedenza, ndr) mi prefiggo questo scopo.

 

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Passo ai compiti a casa e mi riferisco anche problemi di principi generali dell’equità sociale. Certo, stando dentro il Governo dico la mia su questi punti di vista, ma non ho la minima idea e neanche la sensazione che si faccia quello che io dico. Però ci sono anche compiti fuori: cioè io mi sto dedicando a convincere che c’è anche un compito fuori dall’Europa e non solo dall’Europa perché, se viene l’ambasciatore giapponese, l’ambasciatore cinese o l’ambasciatore americano parlo cercando di spiegare il fatto che, alla fine della storia, come ho detto ad Oettinger, “mi va benissimo che noi discutiamo del bilancio, ma poi le persone che vanno in Parlamento, cioè i politici, devono dare una risposta a chi gli ha dato il voto”. E lui mi ha detto “anch’io sono nelle stesse condizioni”.

 

Quindi in Europa lo capiscono benissimo che fare il politico è decisamente più difficile che non fare il ministro tecnico, come faccio io.

 

*Ministro agli Affari europei

 

 

 

*Si tratta di passi scelti delle risposte date dal ministro Savona ai vari commissari durante l’audizione davanti alle Commissione riunite di Camera e Senato

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