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Savona: la Manovra? È cauta e moderata

il professor Paolo Savona
Il ministro insiste: senza crescita l’Ue finirà contro un iceberg. E per crescere occorrono più investimenti. In tutta Europa c’è una voglia di cambiamento, bisogna ‘europeizzare il cambiamento”. La Manovra è molto seria e così cauta che è posta sotto due condizioni. Io euroscettico? Una sciocchezza, è vero esattamente il contrario
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di Paolo Savona*

 

Non è possibile analizzare correttamente il Def, o la proposta di Def perché quello vero e proprio arriverà tra non molto nella sua integrità, senza conoscere il discorso più generale perché sottostante sia al Def che al documento “Una politeia per un’Europa più forte e più equa” (preparato da Savona, fatto proprio dal Governo e presentato alle Istituzioni europee, ndr) è una visione diversa della politica economica, che parte dai difetti di architettura che furono necessari nel 1992 perché le condizioni allora erano diverse rispetto a quelle che viviamo oggi. E non si può capire il Def se non si conosce il contenuto di questo documento.

 

In tutta Europa c’è una voglia di cambiamento e allora il problema è ‘europeizzare il cambiamento’, altrimenti avverrà che si ‘europeizza la conservazione’

 

Dico questo perché dappertutto c’è una voglia di cambiamento molto forte e il problema è ‘europeizzare il cambiamento’, cioè far confluire queste forze in direzione di una comune valutazione, perché altrimenti si finisce, cosa che io temo e che per evitare la quale mi batto, e il documento ha proprio questo scopo, con l’‘europeizzare la conservazione’. Cioè conservare l’attuale struttura imperfetta, all’epoca fondata motivata da fondate ragioni perché dovevamo portare dentro anche i paesi più riottosi (e tra i paesi più riottosi c’era anche l’Italia). Nelle memorie sulla discussione relativa presentazione, nel 1991, del messaggio alle Camere da parte di Francesco Cossiga, descrivo il dibattito che si era tenuto all’interno del governo e con forze come la Banca d’Italia che, essendo autonome, sono portatrici di valori di stabilità, mentre ovviamente, inevitabilmente i governi sono portatori di valori di sviluppo e di equità. Nella dialettica tra queste forze si era tenuto un lungo dibattito e alla fine era prevalsa non solo la decisione di firmare il Trattato di Maastricht, con dentro la moneta unica, ma anche – e prese tempo, perché anche in questo caso ci fu una profonda discussione – quella di aderire fin dall’inizio anche ai parametri. Nonostante io sostenessi la tesi che l’Italia fosse impreparata, alla fine prevalse la tesi portata sostenuto dal mio capo, Guido Carli, firmatario di Maastricht, di Ciampi – altro mio capo ed amico, che allora era governatore Allora della Banca d’Italia – e di Francesco Cossiga, che era presidente della Repubblica, secondo cui alla fine l’Italia ce l’avrebbe fatta. Lascio a voi il giudizio se l’Italia sia stata o non sia stata in grado di rispettare gli impegni.

 

L’architettura istituzionale Ue ha difetti evidenti. L’Unione è governata da un pilota automatico, ossia dai parametri

 

Il documento perciò parte da quelli che io chiamo difetti di architettura istituzionale, cioè del tipo di strutture che sono state date, partendo dalla Banca centrale europea che indubbiamente è la forza più assestata definita e quindi quella che può operare con più efficacia nel sistema rispetto al funzionamento del Parlamento della Commissione, che invece presentano profonde anomalie rispetto a quello che noi conosciamo in termini di come deve funzionare un Parlamento dotato da potere di iniziativa, ma soprattutto come deve funzionare la politica fiscale. Fu deciso allora che la politica fiscale rimanesse nei poteri degli Stati sovrani. E si decise che però questo potere non poteva rimanere fuori da ogni controllo, ma dovesse essere sottoposto a un controllo, che inevitabilmente divenne meccanico. Ossia i parametri di Maastricht, che è un addendum al trattato, non stanno dentro al trattato. Questo lanciare una moneta comune e garantire la stabilità monetaria.

 

Allora si parlava solamente di stabilità monetaria, che significa impedire l’inflazione, poi dopo si è capito che ovviamente non era solo un problema di politica monetaria e mi riferisco ai problemi che oggi affrontiamo, perché problemi di inflazione seri non esistono e però ci sono problemi di riflesso sulla politica finanziaria e in particolare sul ruolo dei debiti pubblici. Insomma, come detto fu deciso di porre parametri meccanici, direi un pilota meccanico che, rispetto alla rapidità con cui mutano le cose nel mondo e alla necessità di conciliare politica monetaria e politica fiscale, mostra inevitabilmente dei difetti. Il documento passa quindi dall’architettura monetaria e fiscale alla politica che interpreta, sotto i vincoli di questa architettura, che cosa sia possibile fare.

Il documento, pur essendo di 17 pagine, ha un allegato frutto di una settimana in cui ho lavorato con Jan Kregel, uno dei fondatori della scuola post keynesiana, discutendo e formalizzando sempre come si possa in Europa conciliare la politica monetaria con la politica, giungendo alle conclusioni alle quali siamo pervenuti adesso.

 

Il Def che abbiamo prodotto è degno di un’analisi seria, tenendo presente che è stato approvato dal Consiglio dei ministri sotto due condizioni

 

Il programma di governo che noi abbiamo presentato è, da un punto di vista di logica economica e di necessità pratiche del paese, molto preciso. Ed è a mio avviso moderato e con tutte le cautele necessarie. Ho già detto che non si può leggere il Def se non si legge il documento, ma nell’insieme non si possono giudicare le scelte da noi fatte se prescindiamo dal discorso più generale al quale, nella specializzazione dei compiti, mi sto particolarmente dedicando, in modo tale che Tria affronti il più difficile dei compiti e Moavero fa dall’altra parte il suo lavoro sotto la guida del presidente del Consiglio.

E credo che il documento che abbiamo prodotto sia degno di un’analisi seria, tenendo presente che esso è stato approvato – come afferma la prima delibera del Consiglio dei ministri – sotto due condizioni.

 

La condizione numero uno è che ogni trimestre sottoporremo a verifica gli andamenti generali dell’economia e la rispondenza del piano agli obiettivi di crescita e di stabilità finanziaria che ci siamo prefissati, a cominciare dal 31 dicembre di quest’anno per decidere addirittura se partire o no. Quindi più cautela di questa non c’è. Lo riesamineremo rima ancora che inizi il periodo di competenza 2019 e lo faremo ogni tre mesi.

Siamo quindi ragionevolmente convinti che la nostra sia una politica corretta, cauta e moderata, perché si potrebbe fare anche molto di più rispetto alle condizioni reali del paese.

 

 

E l’altra cautela è creare una cabina di regia – che partirà già dai prossimi giorni – per rilancio degli investimenti pubblici e privati, finché è possibile tutti e due, perché la posizione espressa fin dal principio della Nota introduttiva al Def dice chiaramente che lo strumento per ottenere la crescita sono gli investimenti e quindi in gran parte il prestigio, la significatività la validità del Def dipende dalla capacità di far partire gli investimenti. E c’è anche scritto quali sono i vincoli che noi incontreremo: vincoli di legislazione, ma non sono vincoli finanziari. Sono vincoli soprattutto legati un tipo di legislazione interna ed europea che, invece di agevolare una reazione rapida di fronte a una situazione di difficoltà come quella che stiamo affrontando, richiede tempi troppo lunghi perché il sistema avverta che c’è una mano che guida il processo di sviluppo.

 

Non ho mai detto che nell’Ue sia tutto sbagliato. Dico che ci sono delle imperfezioni che si possono superare discutendo. Mi fa molto piacere quanto su questo ha detto, al termine del nostro incontro, il ministro agli Affari europeo tedesco. Io euroscettico? No, è il contrario

 

Sia ben chiaro, io non ho detto che nell’Ue sia tutto sbagliato. Io ho detto e dico che l’Ue ha delle imperfezioni che sono emerse e che vanno corrette. Ciò che ho proposto è di discutere di ciò, cosa che ho fatto recentemente col ministro agli Affari europei, Roth. Capendo quali sono i problemi per cercare di mutare la rotta. Penso che sia dovuto discutere e infatti mi ha fatto molto piacere quando il ministro Roth ha dichiarato che dobbiamo smettere di parlare gli uni degli altri, ma bisogna parlare gli uni con gli altri. Questo è quello che io propongo e naturalmente la base di partenza è il bilancio.

Se chi parla viene definito euroscettico – e io non lo sono, anzi – e quindi dice stupidaggini per definizione e viene considerato prevenuto, non ne usciamo più.

Diro di più: l’assetto dell’Unione europea deve rimanere tale, ma se riusciamo a parlare gli uni con gli altri potremo ‘europeizzare il cambiamento’. Quello che può essere definito nazionalismo, sovranismo, ha caratteristiche diverse da paese a paese. Il mio timore che a un certo punto ognuno si pigli propri difetti e se li gestisca. Io ho sempre sostenuto esattamente l’opposto. Noi abbiamo bisogno di una forte collaborazione, di decidere partendo dalla discussione di che cosa intendiamo a fare.

 

Qualcuno mi deve spiegare perché il deficit al 2,4% è troppo

 

Detto questo, qualcuno mi deve spiegare perché un deficit del 2,4% del Pil sia troppo. Si dice che sia troppo perché l’Italia aveva preso l’impegno di fare meno. Ma siamo in una situazione in cui la politica monetaria tende a diventare non dico restrittiva, perché non sta diventando restrittiva, ma cautelativa o quantomeno cambia segno, e lo sviluppo economico per via delle nuove tendenze del commercio internazionale tende a scendere. Sto parlando delle statistiche che pubblica la Commissione europea. E allora che cosa fa l’Europa? Continua a tenere il pilota automatico di cui parlavo prima? Ma così rischiamo di andare contro un iceberg.

 

Nella proposta che ho avanzato mi sono ispirato alla soluzione che l’Italia nel 1929 dette alla grande crisi

 

Laddove c’erano debiti che nel breve periodo non potevano essere incassati è intervenuta la Banca d’Italia, creando un fondo sovvenzioni che collocò questi crediti esigibili a lunga scadenza, che sono sopravvissuti fino a pochi anni fa nel bilancio della Banca d’Italia.

Una delle proposte da me avanzate è che, se vogliamo essere rigorosi sui parametri, noi dobbiamo sistemare prima la diversità che c’è. È chiaro che adesso col debito pubblico al 130% diventa più difficile, però è questa la strada da seguire.

 

E va ribadito che, se c’è qualche paese che ha timore che questo eccesso di nostro debito finisca con il ricadere sulle spalle dei cittadini del loro paese, ci sono tecniche che possono affrontare questo problema. Una tecnica è proprio quella di una garanzia che fornisce all’Italia la Banca centrale europea, che non permetterà il default del debito pubblico al di là del parametro stabilito del 60%. E quindi riusciremo anche noi in Italia ad essere un po’ più severi nelle vincoli di bilancio, perché significa mettere in forse la stessa ricchezza degli italiani. Perché si farebbe come già in parte è stato fatto con l’Iva: se non riesce a rientrare nel parametro si aumenta l’Iva. Se non si vuole aumentare l’Iva, bisogna caricarsi deve caricarsi dell’onere relativo dell’aggiustamento. Questo governo parte con un handicap di 12,5 miliardi, con cui si poteva finanziare tutta l’operazione che le due parti contraenti dell’accordo di governo chiedevano. La somma di 12,5 miliardi per i principali punti messi nel Contratto da M5S e Lega è, infatti, l’equivalente di quello che ci siamo dovuti caricare per via di impegni che i governi precedenti hanno preso.

 

*Ministro agli Affari europei

 

 

*Passi scelti della conferenza stampa tenuta dal professor Savona alla Stampa estera

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