Salute Sanità

“Sangue infetto”, la verità su una catastrofe sanitaria

A destra l'autore del libro, Michele De Lucia
Il libro di Michele De Lucia alza il velo su cosa accadde davvero. L'autore: “Qualcuno ha detto che non c’è nulla di peggio che togliere alle vittime il proprio carnefice. Io invece credo che qualcosa di peggio ci sia e cioè dare in pasto alle vittime il carnefice sbagliato”  
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di Liliana Chiaramello

 

“Qualcuno ha detto che non c’è nulla di peggio che togliere alle vittime il proprio carnefice. Io invece credo che qualcosa di peggio ci sia e cioè dare in pasto alle vittime il carnefice sbagliato”.

 

La copertina di “Sangue Infetto”, il nuovo libro di Michele De Lucia

A parlare è Michele De Lucia, giornalista, scrittore e autore del libro “Sangue infetto”, presentato nella sala Nilde Jotti della Camera dei deputati: 475 pagine di rigore scientifico attraverso cui scardina una verità falsa costruita per dare senso a un incredibile caso giudiziario.

 

È la catastrofe sanitaria, il contagio agli inizi degli anni ’80, quando decine di migliaia di persone in tutto il mondo furono infettate da virus fino ad allora sconosciuti: quello dell’Hiv e quello dell’epatite C.

Due ‘cigni neri’, come li definisce l’autore, che sottolinea: “Quella di sangue infetto non è una storia che può essere raccontata retrospettivamente, con il senno di poi, come se 30/40 anni fa avessimo avuto le stesse conoscenze scientifiche di oggi, perché così facendo c’è il rischio di distorcere e falsificare. ‘Sangue infetto ’ è un’indagine per ricostruire non solo come, ma anche perché tutto questo è stato possibile”.

 

De Lucia ci ha lavorato per anni studiando carte e documenti, analizzando centinaia di casi, seguendo il filo delle indagini e l’evolversi dei processi. Obiettivo: capire se la catastrofe poteva essere evitata. Risposta: no.

 

Un no costruito faticosamente sulla cronologia degli eventi. Il virus dell’Aids fu segnalato per la prima volta nel 1981 e isolato il 23 aprile del 1984. Il test “Elisa”, capace di individuare il virus e quindi di scartare i donatori infetti, fu approvato negli Stati Uniti solo nel marzo del 1985. Gli studi hanno dimostrato che il picco del contagio da Hiv era già stato toccato fra ottobre ’82 e luglio ’84.

Lo stesso vale per l’epatite C, i cui tempi furono ancora più lunghi: il virus fu isolato nel 1989 e il test reso disponibile nel ’91.

I fatti dunque dimostrano che l’infezione non era evitabile: “Al massimo -spiega l’autore- si sarebbe potuto ridurne la portata”.

Le imprese che in Italia hanno lavorato nel settore degli emoderivati, accusate di ogni nefandezza, in realtà hanno agito nel pieno rispetto delle norme vigenti. Le trasfusioni di sangue nel nostro Paese hanno salvato vite innumerevoli, ma vi sono stati anche molti errori e vittime innocenti, talvolta per incapacità ma in molti casi perché la ricerca scientifica non aveva ancora raggiunto quel grado di efficienza tale da scongiurare ogni rischio.

 

E se in tanti anni di processi sono state individuate le responsabilità di alcuni, c’è anche chi dopo decenni di gogna mediatica è stato riconosciuto innocente. Come è accaduto per esempio alla famiglia Marcucci – operatori del settore tra i più colpiti dall’ondata di giustizialismo che derivò dall’onda emotiva di Tangentopoli – con cui il ‘sangue infetto’ non ha nulla a che vedere.

 

Tuttavia i processi ne risentirono. Emblematica la vicenda processuale di Trento, nata da un esposto dell’ex giudice Carlo Palermo, incentrata sull’accusa di avere architettato una vera e propria ‘strage degli innocenti’. Dopo anni di gogna, tutti gli imputati furono assolti nell’indifferenza totale dei media.

“Sangue infetto”, attraverso materiale utile a ricostruire con esattezza e precisione l’avvicendarsi di colpi di scena di casi italiani e internazionali, demolisce verità false a favore di verità nascoste. “Continuare a dire alle vittime che si poteva fare tutto e invece non si è fatto niente, significa aggiungere al danno anche la beffa”, chiosa l’autore.

 

Un libro di grande attualità, dunque, perché, per quanto possa sembrare tremendo anche solo pensarlo, prima o poi accadrà che come allora verrà fuori un virus sconosciuto di cui nessuno all’inizio capirà nulla e dovremo farci trovare pronti per affrontarlo, evitando magari gli errori del passato e gli strilli in copertina, buoni solo a sconvolgere l’opinione pubblica.

 

“Spero che il libro possa contribuire a rompere il silenzio su un fronte ancora aperto – conclude De Lucia – e cioè la battaglia delle vittime per ottenere indennizzi e risarcimenti da uno Stato che ha giocato persino sulle prescrizioni per non pagare. Senza dimenticare l’incapacità di una politica che avrebbe dovuto comunque prevedere un welfare ad hoc per le vittime e invece ha voltato loro le spalle, non adempiendo a uno dei suoi principali doveri: quello della responsabilità dell’assistenza. Perché se hai preso l’epatite C con una trasfusione negli anni Settanta non puoi essere abbandonato al tuo destino solo perché ti sei trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato”.

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