Politica

Salvini e Di Maio di lotta e di governo. Ma il Pd si preoccupa di cosa farà Renzi

I dem non riescono a voltare pagina e la strada congressuale appare una lunga veglia funebre
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di Antonio Maglie

Le strade del consenso in Italia hanno tutte le caratteristiche del quarto mistero di Fatima: il fatto che una maggioranza raccogliticcia e un governo sostanzialmente inerte godano di un consenso così ampio (almeno secondo i sondaggi) va oggettivamente oltre ogni immaginazione politica. Sembra di essere tornati indietro, ai tempi della Dc, quando le situazioni precipitavano ma i risultati elettorali restavano invariati. Questa rigidità all’epoca era giustificata dalla natura in buona parte clientelare del consenso, motivazione che oggi non regge, per quanto attraverso la retorica evocazione del “nuovo” (peccato che nessuno faccia riferimento al “meglio”) si sia assistito in questi mesi a una corsa non propriamente inedita all’occupazione dei posti di comando attraverso lo spoil system (la ministra Giulia Grillo ha fornito un ultimo contributo con “l’azzeramento” del Consiglio superiore di sanità).

La “svolta” romana
con Virgiania Raggi

Questa incrollabilità fideistica è probabilmente figlia della speranza di una “svolta” conseguente alla delusione di anni di governo in cui quasi quotidianamente veniva descritta alle persone reali una trasformazione immaginaria. A qualcosa del genere si è assistito ad esempio a Roma con l’arrivo al Campidoglio di Virginia Raggi: l’attesa del cambiamento ha assunto dimensioni messianiche, contrariamente a quanto avveniva con i predecessori per i quali non si andava oltre i cento giorni (peraltro sufficienti a cancellare qualsiasi illusione). Per quanto riguarda la Capitale, a parte gli ultras pentastellati, quasi nessuno crede possa trasformarsi a breve nel giardino dell’Eden, nonostante sia questo il mese di Babbo Natale e ci si possa concedere un po’ di infantile credulità.

Proposta e alternativa,
tutto nel Governo

Per il governo il discorso è diverso. La speranza di un “miracolo” resta ben piantata al centro della nostra mente, nonostante le previsioni di Goldman Sachs consiglino, più che prudenza, aperto pessimismo. Le analisi della banca americana non sono il Vangelo, anche alla luce dei contributi offerti dall’istituto ai problemi che ci hanno afflitto nell’ultimo decennio (la crisi mondiale del cibo del 2007, i mutui tossici, il mascheramento del debito pubblico greco alla base dell’esplosione della crisi del 2011), ma è sempre aperta la trattativa con Bruxelles e un benefico colpo di coda può sempre mutare i nostri destini.
Il fatto è che nella vita si può dissentire se esiste un’idea alternativa, un “pensiero diverso” per il quale spendere il proprio impegno. In Italia in questo momento esistono però soltanto due idee, alleate e concorrenziali allo stesso tempo. Nel recinto di due partiti si esaurisce tutta l’elaborazione (o, forse sarebbe meglio dire, quel che resta, scarnificata e ridotta all’osso) politica. Situazione così comoda da indurre Matteo Salvini a fare pubblicità alla sua adunata romana dell’Immacolata (quasi in concorrenza con il Papa che si ferma a piazza di Spagna mentre lui “occupa” Piazza del Popolo) utilizzando le immagini di chi gli si oppone, nella convinzione (probabilmente fondata) che la segnalazione degli assenti porti voti. Bisogna ammetterlo: dal punto di vista del marketing non una pessima trovata. Anche se poi, insieme a quelli immortalati nei manifesti, ci saranno tanti altri che gireranno alla larga dalla sua piazza.

Se manca
una visione diversa

La questione non riguarda più l’inesistenza dell’opposizione, ma coinvolge la mancanza di un progetto, di una visione che proponga una società diversa da quella “salvimaiana”. Ci sono pezzi di mondo che si muovono ma che non riescono a trovare una sintesi nell’offerta politica: dagli imprenditori riuniti dalla Confindustria ai sindacati silenti e un po’ spaesati, dai ragazzi che sono tornati a occupare le piazze alle “madamin” torinesi, da chi non si rassegna a una società fatta di muri (e quelli intellettuali sono peggiori di quelli materiali) a coloro che manifestano più o meno spontaneamente contro decreti che usano la “sicurezza” come un anestetico per coprire i dolori (e la visibilità) dei problemi reali.
Manca la definizione di una proposta in grado di mobilitare. Manca chi dovrebbe farla. Manca il luogo in cui comporla come un mosaico. Perché quel luogo non può certo essere il dibattito pre-congressuale del Pd, dove ci si misura per la conquista di una poltrona che il tempo sta trasformando in un simbolo vuoto.

Nel Pd il dibattito
è solo su Renzi

Il problema sembra essere Renzi non l’Italia: resta o non resta? Possiamo irritarlo o dobbiamo corteggiarlo? Si può dire che le sue politiche hanno dissolto quel che rimaneva del blocco sociale ed elettorale del partito o dobbiamo far finta di nulla e continuare sulla strada del silenzio imboccata il 5 marzo? Fa un partito con Berlusconi? Lo fa da solo? Non lo fa per nulla? A sua volta Renzi appare impegnato (insieme alla Boschi) a dare sfogo ai risentimenti grazie all’occasione offerta dal padre di Di Maio. “I cinquestelle hanno creato un clima infame”, dice aggiungendo soprattutto un messaggio interno: “Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi 5S. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Pd”.
Ma tutto questo quanto interessa? Ci si può sorprendere se poi gli italiani continuano a riservare un consenso così vasto ai due alleati-concorrenti? I dirigenti del Pd, avendo fatto del governo la propria ragione di vita, in questa nuova versione di oppositori appaiono innocui e nella forma polemica addirittura meno “vivaci” di Brunetta e della Gelmini. La strada congressuale in queste condizioni rischia di essere una lunga veglia funebre. Bisognerebbe buttare il cuore oltre l’ostacolo, recuperando valori e riferimenti dimenticati lungo la strada di Palazzo Chigi; dicendo con chiarezza che è stato un suicidio il Jobs Act, la rottura con il mondo della scuola e con i lavoratori del pubblico impiego, le foto con Marchionne e non con i lavoratori, gli 80 euro spacciati per redistribuzione del reddito rinunciando alla vera redistribuzione attraverso la riforma fiscale, l’esaltazione dei dati finali sull’occupazione e la scientifica sottovalutazione di quelli sulla diffusione del precariato, il disinteresse per la giungla dei nuovi lavori sottopagati, l’abuso della flessibilità contrattuale, la mancanza di attenzione per il futuro dei giovani, l’assenza di una politica di investimenti per avvicinare il Sud al Nord. Il Pd ha bisogno di voltare pagina e questo aiuterebbe anche ciò che sta alla sua sinistra, quell’ectoplasma che per facilità di lettura chiamiamo Leu. Con coraggio e senza la paura che tutto ciò possa allontanare Renzi. E chissà, non è detto che sia un male.

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