Economia Politica economica

Salvatore Rossi (Bankitalia): sviluppo, i tre pilastri lesionati in Italia

Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d'Italia
Il direttore generale di Bankitalia: perché l’Italia cresce poco e alcune proposte per ripartire. Le altre economie sono cresciute tanto più di noi perché hanno aumentato l’efficienza delle imprese, , in particolare la componente dovuta alle tecnologie e all’organizzazione aziendale, quella componente che gli economisti chiamano produttività totale dei fattori (Ptf). I problemi del sistema educativo interagiscono con quelli del sistema produttivo: un circolo vizioso. Rilanciare lo sviluppo non è facile, occorre modificare caratteri e scelte politiche della nostra comunità
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di Salvatore Rossi*

 

In questo mezzo secolo l’Italia è molto cambiata, almeno in alcuni suoi tratti. Nel 1968 l’Italia usciva dal miracolo economico che l’aveva resa moderna, ed entrava in anni procellosi, di turbolenze sociali e politiche.

 

Sviluppo

 

Sappiamo che da oltre vent’anni lo sviluppo economico in Italia si è inceppato. Tra il 1997 e il 2007, quindi nel decennio precedente la crisi mondiale, il nostro prodotto interno lordo crebbe di meno di un punto l’anno in media, contro i 3 punti e mezzo del resto dell’area dell’euro. È poi arrivata la doppia recessione a cavallo dei due decenni, di origine prima mondiale poi europea, e il nostro paese ne è stato travolto, molto più degli altri paesi avanzati. Ancora nel secondo trimestre di quest’anno il PIL, pur dopo tre anni di ripresa, è stato del 5 per cento inferiore al livello massimo raggiunto nel 2007; nel resto dell’area è salito del 6 per cento.

Come hanno fatto le altre economie a crescere tanto più di noi? Aumentando l’efficienza media delle loro imprese produttive, in particolare la componente dovuta alle tecnologie e all’organizzazione aziendale, quella componente che gli economisti chiamano produttività totale dei fattori (Ptf). Dal 1997 a oggi quella componente è rimasta piatta in Italia: ha sospinto la crescita media annua dell’economia di mezzo punto percentuale in Germania e Francia, di 0,2 in Spagna.

Il sistema produttivo italiano si è dimostrato nel complesso troppo fragile e frammentato per puntare sull’efficienza tecnologica e organizzativa e ha perso competitività nei confronti della concorrenza internazionale. Alcune imprese, prevalentemente medie, sono ora emerse dalla grande crisi con una rinnovata capacità di competere e stanno sostenendo le esportazioni italiane, ma le altre sono ancora deboli.

 

Competenza

 

Una causa molto importante di svantaggio delle nostre imprese sta nel difficile incontro fra domanda e offerta di personale qualificato, quindi nella relativa incapacità del sistema nazionale d’istruzione di dare agli studenti la competenza giusta.

Cito dati ben noti, usando come fonte l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che da tempo dedica molte risorse di ricerca e impiega molte statistiche nello studio comparativo dell’istruzione nei paesi avanzati. I diplomati in Italia sono un quarto in meno della media europea: 60 per cento della popolazione nella fascia di età 25-64 anni, contro 80. Per i laureati la situazione è ancora peggiore: in Italia sono poco più della metà della media europea, 17 contro 35 per cento degli adulti in età di lavoro.

Se diplomati e laureati sono da noi relativamente più rari dovrebbero essere più ricercati, invece no: i casi di sovraistruzione rispetto all’impiego effettivo sono numeosi da noi come negli altri   all’inizio della carriera lavorativa.

Questi risultati non sono casuali, sono il frutto di una scelta strategica risalente a un secolo fa e mai cambiata da allora, secondo cui le risorse pubbliche andavano indirizzate relativamente di più nelle scuole materna ed elementare, meno nella scuola secondaria, ancor meno nell’università e nei dottorati. Era una scelta volta a risolvere il grande problema italiano di quel tempo, l’analfabetismo di massa. Nel confronto con i grandi paesi europei, la scuola primaria italiana riceve però ancor oggi fondi pubblici più di quella francese e spagnola, in misura quasi equivalente a quella tedesca. Nella scuola secondaria superiore l’Italia scivola all’ultimo posto, poco al di sotto della Spagna. Nell’università è ancora ultima ma ben al sotto della penultima Spagna. E comunque, il denaro pubblico complessivamente dedicato all’istruzione è in Italia minore di quello speso negli altri tre paesi europei, a parità di orientamento prevalentemente pubblico dell’istruzione.

In altri termini l’impegno del settore pubblico italiano nell’istruzione non è proporzionato alle esigenze della modernità, fatta di ricerca scientifica spinta, di innovazione continua, di competizione esasperata. L’inadeguatezza è sia nel totale delle risorse impiegate sia nella composizione della spesa per gradi d’istruzione. Ma immaginarsi oggi un forte aumento delle risorse a carico del bilancio pubblico o una loro redistribuzione a favore delle università e in particolare delle scuole di dottorato, in cui si dovrebbero forgiare gli scienziati-innovatori di domani, è politicamente irrealistico.

 

Competitività

 

Le difficoltà del sistema educativo interagiscono con quelle del sistema produttivo determinando un circolo vizioso: da un lato la scarsa offerta di capitale umano qualificato limita la propensione all’innovazione delle imprese, dall’altro la limitata adozione di tecnologie innovative riduce il rendimento delle competenze, disincentivando l’investimento in capitale umano.

Nei quasi vent’anni tra il 1999 e il 2017 gli investimenti in beni immateriali, costituiti per oltre metà da spese per ricerca e sviluppo e brevetti, sono cresciuti in Italia solo del 30 per cento, contro il 70 di Francia e Germania e il 140 della Spagna. In rapporto al Pil l’accumulazione immateriale della nostra economia è oggi inferiore a quella tedesca e francese (3 per cento contro, rispettivamente, 4 e 6), ed è simile a quella spagnola, nel frattempo quasi raddoppiata.

La diffusione delle nuove tecnologie digitali, pur in crescita, rimane inferiore a quella media dell’area dell’euro. Ancora l’anno scorso meno del 10 per cento delle imprese italiane aveva introdotto sistemi di ‘supply chain’ management, oltre un terzo in meno di Germania e Francia.

La frammentazione del sistema produttivo in molte micro e piccole imprese è la principale determinante della scarsa propensione a fare R&S dell’economia italiana. Ma anche a parità di dimensione, le piccole imprese italiane sono meno produttive di quelle di paesi come la Francia e la Germania.

L’atrofia delle imprese italiane comincia fin dalla nascita: rispetto a quelle delle altre economie sviluppate, le imprese neonate hanno dimensioni inferiori, crescono a tassi più modesti, si stabilizzano presto su una piccola dimensione.

Conseguentemente, le esportazioni italiane sono andate peggiorando dalla fine degli anni Novanta e sono state duramente colpite dalla crisi: il tasso di crescita medio annuo delle nostre esportazioni tra il 1997 e il 2010 (1,8 per cento) è stato ben al di sotto di quello registrato in Francia, Spagna e Germania (rispettivamente, 3,5, 3,8 e 5,9 per cento).

Questi risultati deludenti vanno ricondotti almeno in parte alle debolezze peculiari del tessuto produttivo italiano. Le nostre micro e piccole imprese sono state meno capaci di sostenere l’apprezzamento del tasso di cambio dell’euro e l’aumentata concorrenza internazionale.

Dal 2010 le esportazioni si sono riprese, crescendo a tassi di poco inferiori a quelli tedeschi. Ha giocato l’aumentata polarizzazione del sistema produttivo italiano, con un gruppo d’imprese – prevalentemente di media dimensione – innovative, molto proiettate fuori d’Italia, che hanno non solo resistito ai rigori della crisi, ma ne sono uscite rafforzate.

Il riassetto del sistema delle politiche industriali, iniziato nel 2012, ha fornito alcuni risultati incoraggianti. Gli interventi in favore delle start-up innovative ne hanno innalzato valore aggiunto e produttività. Quelli per le altre piccole e medie imprese sono stati più limitati. È ancora da valutare bene l’efficacia effettiva degli incentivi alla spesa in ricerca e sviluppo e quelli allo sfruttamento di beni immateriali (patent box).

Credo che si debba proseguire in quella direzione. Sono politiche che vanno al cuore del problema strutturale italiano. Non può esserci sviluppo economico se non si risolve quel problema.

 

Credito

 

Cominciamo con l’osservare che il sistema finanziario italiano è nel complesso più piccolo rispetto a quello dei principali paesi europei: è circa 4 volte il Pil, un valore inferiore non solo a quello inglese, ma anche a quelli tedesco e francese. Le banche, come sappiamo, rivestono all’interno del settore finanziario italiano un peso nettamente superiore a quello osservato nel Regno Unito e più alto anche di quelli tedesco e francese, sia pur di poco.

Ora, gli investimenti in innovazione sono particolarmente rischiosi e hanno rendimenti difficilmente stimabili da parte di chi non viva all’interno dell’azienda che li fa. Quindi il loro finanziamento non può non essere fatto innanzitutto con risorse interne. È ciò che vediamo da qualche anno a questa parte: l’autofinanziamento ha coperto il 90 per cento di questi investimenti, venti punti in più rispetto al 2012. L’aumento dei mezzi propri si è accompagnato alla flessione dei debiti bancari, il cui peso sul totale delle passività delle imprese è sceso dal 24 per cento del 2012 al 19 registrato nel 2017. 

Nelle imprese nate da poco un sostegno importante può venire da un ‘venture capitalist’ che entri nel capitale dell’impresa col suo bagaglio fatto di denaro, che serve a finanziare l’idea innovativa, ma anche di competenze specialistiche. In Italia l’industria del ‘venture capital’ è però molto piccola nel confronto internazionale e non è facile, anche per le imprese innovative più promettenti, trovare finanziatori specializzati che partecipino al capitale.

Le imprese più consolidate possono emettere e collocare nuovo capitale per finanziare investimenti in tecnologia e innovazione. Questo presenta in linea teorica importanti vantaggi: rispetto al debito bancario, l’equity non richiede collaterale, riduce i problemi di azzardo morale, consente all’investitore di partecipare ai profitti in caso di successo del progetto innovativo. La letteratura empirica mostra che in molti paesi, in particolare negli Stati Uniti, questi vantaggi sono riconosciuti e il capitale di rischio riveste spesso un ruolo più importante del debito nel finanziare l’innovazione. Tuttavia le imprese italiane sono in media relativamente poco dotate di capitale: la leva finanziaria era nel 2017 circa il 40 per cento, un valore superiore a quello registrato in Francia, Germania e Spagna.

Un’ulteriore strada per il finanziamento dell’innovazione è quella dell’emissione di obbligazioni. È una strada che le grandi imprese italiane stanno percorrendo con maggior decisione da qualche anno. Rispetto ad altri paesi europei il cui sistema finanziario è dominato dal credito bancario, come la Germania, la quota di obbligazioni emesse dalle imprese sul totale dei loro debiti finanziari è maggiore, di poco superiore al 13 per cento, contro il 12 tedesco e dell’area dell’euro, mentre rimane nettamente inferiore a quella inglese (23) e americana (41), ma anche a quella francese (21). Questi sono i risultati di una crescita forte negli anni post-crisi. Recenti iniziative (Pir, minibond) stanno contribuendo a rafforzare questo processo.

Tuttavia, rispetto agli altri paesi permane una differenza riconducibile sia alle caratteristiche delle imprese italiane sia al ruolo limitato da noi degli investitori istituzionali.

Le imprese grandi, specialmente se già quotate e con prospettive di crescita, hanno più reputazione e sono più trasparenti, doti fondamentali per attrarre sottoscrittori di obbligazioni. Per le imprese medio-piccole, molto diffuse in Italia, la carenza di informazioni visibili all’esterno è un ostacolo formidabile al loro accesso al mercato obbligazionario.

Gli investitori istituzionali italiani detengono poche obbligazioni private e molti titoli pubblici nel confronto con gli altri maggiori paesi europei. Lo scarso peso dei fondi pensione aggrava il fenomeno della relativa debole presenza degli investitori istituzionali italiani nel mercato delle obbligazioni emesse da imprese.

Il credito bancario, che esaminiamo da ultimo, conserva in Italia un ruolo molto importante nel finanziamento dell’innovazione, non solo per le imprese più grandi, che vantano una storia creditizia e possono offrire garanzie, ma anche per quelle piccole, perfino per le startup. Come abbiamo visto prima, quello creditizio non è il canale finanziario ideale per gli investimenti in innovazione. Ma le banche possono giocare un ruolo nel favorire una maggiore diffusione del finanziamento obbligazionario fra le imprese più piccole, in particolare nel collocamento e nella sottoscrizione iniziale dei titoli. Farebbero il loro stesso interesse ottenendo ricavi da commissioni che sono diventati nel frattempo interessanti e riequilibrerebbero un mercato ora dominato dalle banche estere.

 

Conclusioni

 

Per concludere, rilanciare lo sviluppo economico nel nostro paese, dopo oltre vent’anni di ristagno o di avanzamento troppo lento, è la priorità assoluta dell’intera società. Se la nazione non accumula più ricchezza alla fine declina, nonostante i talenti e le capacità che il mondo ci riconosce. Lo sviluppo deve essere armonico e sostenibile nel tempo, ma non può non esserci. Gli stessi equilibri finanziari del Paese possono essere ritrovati soltanto grazie a un maggiore sviluppo.

Ma rilanciare lo sviluppo non è facile, occorre modificare in profondità tratti caratteriali e scelte politiche della nostra comunità nazionale che affondano le radici nel passato anche remoto.

*Direttore generale della Banca d’Italia

*Intervento alla 50esima Giornata del credito

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