Editoriali

Salvati: il Pd resti europeista

Politici esperti, che ben conoscono i problemi che il nostro paese, e il Partito democratico in esso, devono oggi affrontare, non potevano non rendersi conto che l’analisi di Cacciari (al Forum del Pd a Milano del 27 e 28 ottobre, ndr) non solo non offriva ad essi soluzioni politiche – non era suo compito farlo – ma neppure li inquadrava con la necessaria chiarezza. E qui mi limito a tre affermazioni apodittiche avendo già espresso le mie valutazioni in proposito in un precedente articolo.
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di Michele Salvati*

La prima affermazione è che contro la fase attuale di capitalismo neoliberale e globalizzato un singolo paese non egemonico non può fare nulla e deve assumerlo come un vincolo esterno: l’attuale regolazione di questo regime può essere alterata solo dall’incontro/scontro tra grandi potenze. La seconda è che l’Europa, se fosse politicamente unita, potrebbe essere una grande potenza capace di influire sul regime economico e finanziario internazionale. Di conseguenza, come membro dell’Unione, l’Italia potrebbe far sentire la sua voce, non decisiva ma importante. Ma l’Unione non è politicamente unita e un vero disegno federale resta un obiettivo per cui combattere, non una realtà. Per combattere, però, bisogna partire dalla realtà, e la realtà è che per avere voce in Europa bisogna rispettare le regole che l’Europa si è data. Regole che fotografano l’attuale scarsa volontà degli stati membri di integrarsi politicamente, in particolare con paesi che le attuali regole non intendono rispettare. Abbiamo certamente bisogno di un ‘foedus’, come ha detto Cacciari, ma un foedus con stati degni di ‘fiducia’ (…stessa radice di foedus). L’Europa ha certamente profonde tradizioni che la legano, ma non così profonde come quelle che hanno dato origine agli attuali stati nazionali o federali: se la Lega Nord era esitante, dopo 150 anni di unità nazionale, ad aiutare economicamente le regioni meridionali – che a suo dire sprecavano gli aiuti concessi – come possiamo pretendere che non lo siano, nei confronti dell’intera Italia, lontani paesi del Nord Europa? (Cacciari fa bene ad insistere sul significato profondo del terzo valore della triade rivoluzionaria francese, ‘fraternité’, ma fa male a ricollegarlo unicamente al patrimonio cristiano dell’Europa: fin dall’inizio, e soprattutto in seguito, esso venne soprattutto riferito alla nazione, alla solidarietà nazionale). Da qui discende la terza affermazione. Non solo per porre su basi realistiche il nostro rapporto con l’Europa, ma soprattutto nel nostro stesso interesse, dobbiamo affrontare un gigantesco problema di ricostruzione economica, istituzionale, morale del Paese. Le origini del declino italiano sono profonde e risalgono almeno alla fine degli anni sessanta del secolo scorso: è nella seconda parte della Prima repubblica che si è formato il debito pubblico che ci portiamo appresso e sono state trascurate quelle riforme istituzionali ed economiche che ci avrebbero consentito di affrontare la fase meno benigna del regime economico internazionale in cui siamo entrati negli anni 80. Di affrontarla, almeno, nel modo e con i risultati di altri grandi paesi con i quali ci confrontiamo. È poi vero che in questo compito l’adesione all’Unione europea non ci aiuta quanto vorremmo. Ma neppure ci ostacola, anche quando ci appare come una mera cinghia di trasmissione dei vincoli che comunque (… ripeto, comunque, anche se uscissimo dalla moneta unica e dall’Unione) il regime di globalizzazione neoliberale ci imporrebbe. E intanto ci consente di partecipare a un disegno politico che potrebbe condurci ad un vero stato federale e a giocare un ruolo di primo piano in un nuovo e migliore disegno quei vincoli, inevitabili per un paese aperto al mondo. “Non chiedete quanto l’America può fare per voi, chiedete quanto voi potete fare per l’America”, disse John Fitzgerald Kennedy in un famoso discorso elettorale: lo stesso, per l’Italia e l’Europa, potrebbe essere detto da un politico lungimirante nelle prossime elezioni europee. Per la Francia, questo è quanto disse Macron alla Sorbona: accetto i vincoli che attualmente mi impone l’adesione ad una Unione incompleta, in cui non si sono ancora formati i rapporti fiduciari indispensabili per passare allo stadio di una vera unione federale.
Ma li accetto proprio per rendere possibile questo passaggio. A maggior ragione è questo che dovrebbe dire il politico italiano che mi piacerebbe vedere alla guida del Pd, di un partito che fieramente rivendicasse il suo europeismo. Mi dispiace che il discorso di Cacciari sia stato interpretato da alcuni come un discorso antieuropeo, cosa che non era certo nelle intenzioni di chi l’ha pronunciato. Ma ciò è potuto avvenire perché mentre Cacciari denunciava la distanza tra l’Europa che vorremmo e quella che di fatto abbiamo, diceva ben poco sugli impegni che dovremmo assumere affinché ‘l’Europa che abbiamo’ si convinca che l’Italia sarebbe un membro affidabile dell’’Europa che vorremmo’. Ora è del tutto evidente che finché l’Italia sarà governata dalla Lega e dai 5 Stelle mai otterremo dall’Unione quanto ad essa chiediamo. Ma il Pd è un partito che si oppone ai populisti ed è inevitabile chiedergli che strategia intende seguire:
(a) per meritarsi la fiducia degli italiani consapevoli dei rischi che stiamo correndo e di conseguenza la fiducia dell’Europa, (b) per convincere anche chi oggi consapevole non è. Di conseguenza bloccare il declino dei suoi consensi, in prospettiva vincere le elezioni e avere la possibilità di tornare al governo del paese. Solo se il punto (b) fosse stato affrontato Cacciari sarebbe entrato in piena sintonia con gli affanni delle ‘prime file’ che l’ascoltavano rapiti. Perché questo è il vero problema del Pd e fonte non ultima dei conflitti che l’attraversano. Per risolverlo è necessario affrontare un doppio compito, uno difficile, l’altro molto difficile. Il primo, quello ‘solo’ difficile, è definire un programma di governo che affronti seriamente le arretratezze economiche, istituzionali e sociali che stanno all’origine del declino italiano. Questo è un compito che si è appena iniziato a definire e che si scontra con diverse analisi del declino presenti nel partito e con diverse prospettive su come uscirne. Il secondo, quello molto difficile, è come ‘vendere’ questo programma agli elettori. Perché, se si affronta in modo serio il primo compito, non può che uscirne un programma che comporta un lungo periodo di grande impegno collettivo, e soprattutto un programma lento a sortire i suoi effetti benefici. E che comporta una complessa riorganizzazione del partito per poterlo trasformare in una macchina comunicativa almeno altrettanto efficace di quelle con le quali si confronta. Al momento non vedo molte possibilità di trasformare in tempi brevi un elettorato che si è fatto convincere dalla propaganda populista in uno disposto ad accettare un programma che sappia invertire la tendenza al declino radicata da tempo nel nostro paese.
E non vedo un leader che sappia incarnare e rendere credibile e affascinante, in nome di un orgoglio nazionale beninteso e di un richiamo ai valori fondanti di una società civile, un programma di governo all’altezza di questo compito. I populisti non riusciranno a porre rimedio alle annose debolezze della nostra economia e delle nostre istituzioni e ne potrebbe uscire una società più povera, questo è sicuro, ma insieme più delusa, arrabbiata e ancor meno propensa ad accettare un messaggio di moderazione e di realismo, e un elettorato sempre in attesa di qualche nuovo demagogico Messia. Ma proprio per questo credo sia importante che il partito resti unito e mantenga la sua rotta di sinistra liberale e filoeuropea: verrà un momento in cui la sua coerenza sarà premiata.

*www.libertaeguale.it

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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