Economia Sindacato

Salario minimo e contrattazione: no al lobbismo sindacale

Spazio al pluralismo contro quel totem del contratto collettivo sul quale si sono arroccate Cgil, Cisl, Uil e Confindustria
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di Maurizio Ballistreri*

È un quadro molto grave sul piano salariale, quello che è emerso dalle stime elaborate recentemente dall’Inps per una platea di oltre 5 milioni di lavoratori dipendenti sulla base delle dichiarazioni contributive dell’ottobre 2017 dei lavoratori, che hanno lavorato a full time per tutto il mese: il 22% dei lavoratori del settore privato (eccezion fatta per i settori agricolo e domestico) si trova sotto una soglia di retribuzione oraria lorda di 9 euro. Su queste stime una platea del 9% è al di sotto anche degli 8 euro di salario orario; il 40% della platea si pone sotto 10 euro.

A fronte di questa condizione il ministro del Lavoro e vicepremier ha presentato una proposta di salario minimo per legge. Si tratta di un istituto che esiste in ben ventidue Paesi dell’Unione europea su ventotto, che hanno un sistema legale di fissazione dei minimi retributivi. Alla più antica tradizione francese risalente al 1950 dello Smig, si sono uniti altri Stati che hanno introdotto il salario minimo legale, da ultima la Germania con la legge approvata nel 2014. E, d’altra parte, nel novembre 2017 a Göteborg in Svezia, i 28 capi di Stato e premier dei paesi aderenti all’Ue hanno discusso di ‘Europa sociale’; discussione preceduta dal tema dell’adozione del cosiddetto ‘Pilastro europeo dei diritti sociali’, che tra gli obiettivi fondamentali ha il salario minimo per legge, quale strumento legale strategico per contrastare il dumping sociale.
Una proposta del governo certamente accettabile quindi, in quanto finalizzata a garantire a tutti i lavoratori italiani un minimo salariale inderogabile, che può essere migliorata, prevedendo, ad esempio, che la copertura riguardi anche quelle figure di lavoro che non rientrano nella nozione tradizionale di subordinazione, ma che subiscono gravi fenomeni di sfruttamento e che sono meritevoli di tutele sul piano retributivo oltre che su quelli della sicurezza sul lavoro e sul welfare, come nel caso dei rider; mentre i minimi potrebbero essere definiti per via intercategoriale e per aree territoriali.

Ma a fronte di questa proposta i sindacati confederali hanno alzato gli scudi e qualche esponente ha affermato lapidariamente ”fateci fare il nostro mestiere”, sottintendendo che devono essere i contratti collettivi da loro sottoscritti a garantire i minimi salariali, senza però, alcuna motivazione giuridica, considerata l’inesistenza di riserve di competenza fra legge e contratto, in quanto destinatari di un medesimo sostegno costituzionale, con l’esclusione che i rapporti fra le fonti si possano definire sulla base di schematiche delimitazioni di sfere di intervento.
Niente autorizza a sostenere neppure che l’intervento legislativo possa operare solo in via sussidiaria alla contrattazione, secondo la configurazione tradizionale della normativa sui minimi, cioè limitatamente alle categorie dove i salari siano eccezionalmente bassi per l’assenza o per la particolare debolezza della contrattazione e che, comunque, se la grande parte del lavoro subordinato è formalmente coperta dall’autonomia collettiva, un’area significativa ne è esclusa proprio per la pratica del dumping sociale conseguente al lavoro sommerso e illegale, specie nel Mezzogiorno, a danno delle donne e degli immigrati. Tali affermazioni sono francamente incomprensibili anche sul piano sociale, in presenza di un’ipotesi di intervento legislativo che consentirebbe di eliminare gravi fenomeni di sfruttamento.

La verità è che queste posizioni sindacali (ma anche di Confindustria) sono espressione di interessi di organizzazione, per circoscrivere ancora agli attori ‘storici’ delle relazioni industriali in Italia l’ambito della contrattazione collettiva, perpetuando la metafora di Orwell in cui “qualcuno è più eguale degli altri”, a fronte di un nuovo e più significativo, rispetto al passato, pluralismo dei soggetti collettivi del lavoro e delle imprese.
Ma la giurisprudenza di legittimità e quella costituzionale hanno ormai eroso il criterio sotteso al ‘Circolo Picwick’ della contrattazione collettiva in Italia, quello selettivo del “comparativamente più rappresentativo” (si vedano le sentenze n. 4951 del 2019 della Cassazione e n. 51 del 2015) in cui il ricorso ai minimi retributivi dei contratti collettivi stipulati con le associazioni ritenute “comparativamente più rappresenative” è correttamente bilanciato con il principio-precetto costituzionale della libertà sindacale e del pluralismo contrattuale.

E a riprova di tale volontà autoreferenziale ed escludente di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria si deve ricordare che esse non sono d’accordo sull’istituzione del salario minimo per legge e neppure (tranne la Cgil ma sulla base degli accordi interconfederali tra Confindustria e confederazioni sindacali) ad attuare i commi 2, 3 e 4 dell’art. 39 della Costituzione con una legge. Come è noto, si è determinato a seguito dell’inattuazione dell’art. 39 Cost. un sistema sindacale ‘di fatto’, fondato sull’autonomia collettiva, con la realizzazione di un ordinamento intersindacale dal carattere strutturalmente aperto, ma che si è trasformato in un sistema chiuso e difensivo ormai di posizioni di privilegio sindacali fuori dall’attualità e dalle dinamiche delle relazioni industriali.

Ci vuole una legge di attuazione integrale dell’art. 39 della Costituzione, che tenga naturalmente conto del ‘diritto vivente’, per attribuire efficacia generale ai contratti collettivi di lavoro, senza la scorciatoia del cosiddetto “sindacato comparativamente più rappresentativo”, con regole certe sulla rappresentatività, evitando casi come quello del recente rinnovo del CNEL, operato utilizzando parametri vecchi e non più attuali, ispirati ad una sorta di corporativismo semipubblicistico delle relazioni industriali, tale da configurare un ‘club’ esclusivo della rappresentanza”. E anche il tema della personalità giuridica dei sindacati, per il conferimento dell’efficacia generale ai contratti collettivi, non deve essere un tabù, per consentire un controllo pubblico sulla vita democratica interna e sull’uso delle risorse (in larga parte statali) anche a fronte di alcuni casi di malcostume, che non hanno avuto esiti giudiziari solo in ragione della configurazione privatistica di queste associazioni.
C’è da augurarsi che governo e parlamento sappiano intervenire su questi temi, evitando che, ancora una volta, le (legittime) posizioni di dissenso di alcune organizzazioni sindacali diventino inaccettabili e anti-storici veti lobbistici.

*Titolare Diritto del lavoro Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche all’Università di Messina, avvocato di Cassazione

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