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Riforma fiscale, in campo la ‘strana coppia’ Tria-Visco

Il ministro Giovanni Tria (a destra) con il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco
Governatore e ministro d’accordo: dopo 40 anni serve una revisione complessiva. Tria all’Fmi ribadisce che il Governo conta su un secondo semestre con una crescita più sostenuta. Il Cnel: reddito di cittadinanza ok, ma è congegnato in modo da presentare rischi e danni. Ecco quali
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di Sandro Roazzi

 

La riforma fiscale, la grande esclusa dell’ultimo decennio dalle ricette economiche, adesso si prende la scena. E pare mettere d’accordo il ministro dell’Economia Tria e il governatore di Bankitalia, Visco.

 

Quest’ultimo è perentorio: “è tempo di una riforma fiscale complessiva dopo 40 anni…”, mentre ricorda che l’altro corno del problema crescita è costituito dall’aumento della produttività in Italia.

 

Tria gli fa eco, significativamente: “abbiamo bisogno di una riforma fiscale soprattutto per allentare il peso sulle famiglie del ceto medio”.

 

Ma ovviamente c’è modo e modo per realizzarla. Tria la collega al rispetto costituzionale della progressività e senza “perdere di vista la stabilità finanziaria, bisogna trovare un bilanciamento”.

E aggiunge, come per mettere un paletto al suo ragionamento, che “la preoccupazione per il debito italiano non è stata sollevata in questi giorni. È chiaro comunque che la preoccupazione esiste ed esiste anche in Italia”.

 

E non a caso tiene banco anche la prospettiva di uno ‘scambio’ fra la flax tax per i ceti medi e l’eventuale aumento dell’Iva.

Formalmente non passa giorno che Salvini e Di Maio escludano interventi sull’Iva, eppure le indiscrezioni raccontano di lavori avanzati per definire una rimodulazione dell’Iva, più che un aumento ‘secco’.

 

Fra gli obiettivi possibili quello di prevedere soluzioni sull’Iva che salvaguardino i redditi bassi e un’introduzione della flax tax per le famiglie che favorisca famiglie meno abbienti e ceti medi. Insomma: non ‘premiare’ i ricchi.

 

Di certo c’è che le risorse sono al momento deficitarie per fare ambiziosi passi avanti, tanto che perfino i giovani industriali chiedono a gran voce al Governo di pensare a quel che si può fare ora (altro che riforme), correggendo la benevola ‘tregua’ di Boccia: cuneo fiscale e decontribuzione per tre anni per chi assume under 35.

 

Ma ormai le vere scelte si delineeranno solo dopo il voto europeo del 26 maggio. Per il momento solo rumors e polemiche ad uso elettorale.

E fra i rumors compare anche l’eventualità che, dopo le elezioni europee, si possa immaginare un ‘rimpasto’ nel Governo, nel quale abbia più peso la presenza leghista nei settori economici.

 

Tutto dovrà passare sotto… le forche caudine del verdetto elettorale, probabilmente con il solito ultimo monito di Bruxelles sul Def prima che si sciolgano le file.

Il timore rimane sempre quello dello spread che sonnecchia ma che, come si dice nel calcio, non dà …punti di riferimento.

 

Ma il Governo si aspetta un miglioramento della crescita nel secondo semestre, i cui margini però non avranno presumibilmente il respiro che serve per grandi disegni riformatori.

 

È il ragionamento fatto da Tria anche al Fondo monetario internazionale (Fmi), respingendo l’idea che l’Italia possa essere associata alle più temibili mine vaganti come la Brexit e la guerra dei dazi e sottolineando che le previsioni del Governo (le sue…) non hanno sollevato obiezioni nel consesso del Fmi.

Una parte delle risorse andranno trovate probabilmente fra le pieghe degli oneri previsti per attuare il reddito di cittadinanza e, forse, quota 100 sulle pensioni, scontando platee meno numerose del previsto.

 

Lo ammette anche il ministro Di Maio quando sostiene che “sicuramente avanzerà qualche centinaio di milioni di euro dal reddito di cittadinanza…”. Secondo il ministro quei risparmi potrebbero essere dirottati però “a favore di aiuti per le famiglie che fanno figli”.

 

Ma sul reddito di cittadinanza non c’è solo l’evidenza di soldi che non verranno utilizzati.

Secondo un rapporto del Cnel che ne mette in risalto le caratteristiche positive, ci sono comunque delle criticità da valutare.

 

In un suo recentissimo rapporto il Cnel osserva che “emergono due grandi filoni di criticità” da riferire alle dinamiche del mercato del lavoro e sulla qualità dell’occupazione.

 

Secondo l’analisi del Cnel il beneficio economico “sembra disegnato in modo da privilegiare la distribuzione rapida di risorse economiche e rischia di disincentivare il lavoro regolare, soprattutto nell’artigianato, nel commercio, nel turismo e nel terziario. Viene da più parti sottolineata la scarsa attenzione al tema della qualità dell’inserimento lavorativo e, più in generale, alla qualità dell’offerta del lavoro”.

 

Ma esiste anche un altro aspetto ‘critico’: “il meccanismo delle tre offerte di lavoro graduali richiederebbe l’esistenza e il funzionamento di un sistema condiviso di accesso alle opportunità di lavoro disponibili e un’effettiva integrazione tra strumenti di sostegno al reddito, lotta alla povertà e supporto all’orientamento nella ricerca dell’occupazione”.

 

Ma nel rapporto si trova anche un altro tema che può collegarsi ad uno dei nodi politici e sindacali aperti, ovvero il salario minimo orario. Problema che vede nuovamente a contrasto la Cgil e il Movimento Cinquestelle.

Si tratta della “diffusione del lavoro povero” in Italia, uno dei fenomeni, per il Cnel, più negativi della lunga recessione che si è sommata ai cambiamenti strutturali introdotti nel mercato del lavoro.

Il “lavoro povero” coinvolge ben tre milioni di lavoratori e “almeno 2,2 milioni di famiglie”. Il fenomeno si spiega con diversi fattori: erosione dei minimi contrattuali, “bassa intensità di lavoro (con un minor numero di ore lavorate), la precarietà delle condizioni occupazionali, l’impiego di manodopera scarsamente qualificata, il potere di mercato delle aziende che decidono di scaricare il contenimento dei costi soprattutto sui salari dei lavoratori”.

 

Ma nel ‘lavoro povero’ entrano anche altri elementi di riflessione come l’aumento di lavoratori con orari ridotti con part time spesso involontari, o che fanno parte del mondo del sommerso.

Una tipologia di lavoro che richiede un’attenzione diversa da quella proposta dal reddito di cittadinanza e che invece ha bisogno di una strategia per il lavoro che non potrà che vedere protagoniste le parti sociali.

 

Infine, il rapporto del Cnel evidenzia un altro… deficit da ridurre, quello delle competenze. Ecco perché, al dunque, più che cifre, numeri e risparmi il vero problema torna ad essere quello di una politica del lavoro e di un contrasto della povertà collegate inevitabilmente ad un progetto di crescita.

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