Politica

“Ricreazione finita”? Sarebbe meglio, anche se lo dice una francese

“Non si tratta di drammatizzare, si tratta di dire che la ricreazione è finita”. Nathalie Loiseau, ministro per gli affari europei, come tutto il governo francese, ha abbandonato i toni tranquillizzanti di qualche settimana fa, quando diceva che non bisognava fare a gara a chi è più cretino.
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di Antonio Maglie

Richiamato l’ambasciatore, lo scontro è aperto e sta rilanciando la popolarità di Macron, (in foto con la moglie Brigitte) ora al 34%, mentre declina quella dei Gilet gialli (che Di Maio insieme ai toni dei suoi tweet abbia sbagliato anche i tempi dell’iniziativa?).
La battuta è per noi insopportabile ma, allo stesso tempo, particolarmente melodiosa per le orecchie dei francesi, sempre predisposti ad armarsi di matita rossa e blu per assumere toni da severi precettori, particolarmente apprezzati quando di mezzo ci sono gli scavezzacolli italiani. Non è stato meno urticante il portavoce del governo, Benjamin Griveaux, che ha sottolineato come gli attacchi a Macron e alla Francia “non hanno evitato all’Italia di entrare in recessione”. Al di là delle Alpi non si eccede in eleganza quando qualcuno si permette di intaccare una grandeur ormai solo presunta. Da questo punto di vista è molto probabile che Di Maio e Salvini abbiano fatto un gran regalo a Macron, che aveva bisogno di un ‘nemico’ per unire un Paese alle sue spalle e lucrare da questa unità di spiriti e intenti preziosi consensi in vista delle europee. Come è anche probabile che abbiano fatto un pessimo regalo non solo ai Gilet gialli, che si stanno spegnendo da soli a causa delle loro divisioni e delle loro pericolose contraddizioni, ma anche a una ‘alleata sovranista’ come Marine Le Pen che, in una fase in cui il popolo intona la Marsigliese e si stringe intorno alla Marianne, difficilmente potrà manifestare simpatie o solidarietà per Salvini, suo vecchio sodale. Insomma Liberté Égalité, Fraternité e soprattutto Superiorité. Perché la difficile coesistenza con i ‘cugini’ d’oltralpe (come si dice: parenti serpenti) in fondo viene da lontano, e non è solo merito o demerito degli italiani o di Salvini o Di Maio. Che, comunque, quando scrive a Le Monde potrebbe anche fare a meno di parlare di un popolo con una ‘tradizione democratica millenaria’, visto che la rivoluzione risale al 1789 e che nell’arco di tempo che la separa dai giorni nostri c’è stato pure qualche temporaneo ripiegamento. Nel conto, per stare ai fatti più recenti, ci sono i risolini dell’Aquila alle spalle di Silvio Berlusconi tra Sarkozy e la Merkel: un gesto non di particolare educazione nei confronti del padrone di casa; la Libia bombardata per motivi petroliferi con conseguenze sui flussi migratori; l’attivismo diplomatico macroniano finalizzato all’emarginazione (per motivi commerciali) dell’Italia dal paese africano; l’irruzione dei doganieri francesi in un centro migranti di Bardonecchia per sottoporre uno degli ospiti all’esame coatto delle urine; i respingimenti a Claviere; la chiusura della frontiera di Ventimiglia. La grande colpa di Di Maio e Salvini è di aver trasformato seri problemi diplomatici che andavano affrontati, con i giusti modi e nelle sedi opportune, in una ‘barzelletta’ elettorale; aver banalizzato temi complessi esponendo il Paese al ludibrio di un partner che ora ha materiale sufficiente per occultare le sue responsabilità. Ed è da questo punto di vista che dovrebbe finire la ricreazione degli italiani. In questi mesi la nostra caotica politica (non solo) estera ha avuto l’effetto di prosciugare il mare che circonda la penisola sostituendolo con un immenso deserto. Abbiamo leader che sono andati a cercare amici e photo opportunity in Paesi in cui il concetto di democrazia è stato sottoposto a una pericolosa torsione; in realtà geograficamente lontane, animate da un europeismo in parte strumentale, finalizzato alla creazione di reti difensive (l’Unione, la Nato) nei confronti del ‘vicino’ russo che ha visto scomparire il proprio impero ma non le pulsioni imperialiste. Abbiamo leader che si sentono a ‘casa propria’ a Mosca e stranieri a Madrid e ad Atene. Ci stiamo impegnando con grande determinazione a recidere legami storici che hanno consentito anche a noi di sentirci più grandi di quel che siamo o siamo stati nel nostro passato, non sempre commendevole.
La rotta di questo governo non è incerta. È sconosciuta. Di sicuro c’è che siamo isolati e sempre più deboli. Ieri l’Istat ha certificato (e probabilmente monsieur Griveaux si sarà fatto anche una gran risata) che la nostra produzione industriale nel 2018 è letteralmente crollata, e se siamo riusciti a limitare i danni lo dobbiamo al buon rialzo dell’anno precedente, il 2017. L’istituto di statistica ha certificato un -0,8 nel mese di dicembre rispetto a novembre e un -5,5 su base annua. Il bello è che ha pure tolto un alibi al presidente Giuseppe Conte: le difficoltà internazionali pesano su tutti ma da noi sta cedendo la domanda interna, e in queste condizioni la tenuta economica non è propriamente garantita. Abbiamo bussato alle porte di mezzo mondo per risolvere la crisi dell’Alitalia. Sembrava essere disponibile a una partnership l’Air France ma, come ha comunicato il Sole 24 Ore, Parigi dopo aver richiamato l’ambasciatore ha provveduto a ritirare anche l’interessamento per la compagnia aerea. A pochi chilometri dal confine francese, a Torino, l’Italia vede scomparire due eccellenze del gusto: Pernigotti (morte annunciata) e Peyrano. Bisognerebbe cominciare a governare misurandosi con i problemi e tenendosi alla larga dagli slogan, dalle dichiarazioni roboanti come quella che Di Maio consegnò alle cronache lo scorso 11 gennaio: “Io credo che un nuovo boom economico possa nascere”. Non si direbbe. La ricreazione è finita. Anche per Matteo Salvini, che continua a produrre dividendi elettorali per il suo partito con la chiusura dei porti ma non si rende conto (e mette gli italiani nelle condizioni di non rendersene conto) che oggi la nostra più pesante palla al piede è la questione demografica.
La popolazione italiana è scesa di 90 mila unità; quattrocentomila negli ultimi quattro anni.
Le nascite nel 2018 sono state 449 mila, quante se ne festeggiavano a metà
anni Settanta solo nel centro-nord. In compenso abbiamo avuto 636 mila decessi. Con l’attuale tasso di natalità (1,32) non riusciamo nemmeno a garantire l’avvicendamento della popolazione. Nel frattempo il Paese invecchia (l’attesa di vita si è allungata per gli uomini sino a 80,8 anni e per le donne sino a 85,2). Con questi dati, siamo destinati a soffrire perché, come dicono illustri economisti, la crescita del Pil ha molto a che vedere con la demografia. Ecco perché sarebbe più opportuno dedicarsi alla soluzione dei problemi, piuttosto che alla costruzione di teoremi e falsi nemici.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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