Infrastrutture Politica

Ricostruzione Ponte Morandi, ritardi (tanti) ed errori (tanti)

Genova, l'area di Ponte Maorandi
Genova. La demolizione inizierà solo a dicembre, tutti i passi falsi compiuti su una questione di massima urgenza. Ritardi nella sostituzione di Armani perché la maggioranza non trovava l’intesa sui vertici di Anas e Consob. Autostrade avrà gioco facile nel dimostrare che un commissario non può avere poteri assoluti, anche se per legge. Dall’Idv di Di Pietro ai Cinquestelle, le acrobazie non solo di partito del senatore Lannutti
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di Giuseppe Scanni

 

È ancora da dimostrare se racchiuda una sia pur relativa verità il detto che la speranza è un rischio da correre, se non, addirittura, il rischio dei rischi; Benjamin Franklin, anzi, sosteneva che chi vive sperando era, è, destinato a morir digiuno.

 

Tuttavia, senza un po’ di speranza nel futuro non potremmo rassegnarci alla mediocrità del presente.

 

Quindi con speranza affrontiamo i buchi che ci hanno lasciato l’attuale prospettiva della soluzione della tragedia di Genova e le connesse mancate capacità del Governo di dare risposte adeguate all’individuazione di un piano industriale e di una adeguata direzione all’Anas ed alla messa a punto di un organico piano per il sistema stradale ed autostradale italiano.

 

La parola urgenza ha colpito tutti nel corso di questi ultimi mesi. Lo scoramento dinnanzi al fatto che soltanto a dicembre inizieranno le demolizioni a Genova e che ancora manca un progetto per la ricostruzione è evidente.

 

La lettura dei fatti sembra dirci che la maggioranza parlamentare è spaventata dal rischio connesso all’urgenza, perché la mediocrazia imperante suggerisce di fare poco per sbagliar poco; addirittura, se del caso di far male, magari un pochino, piuttosto che esporre a qualche rischio le proprie, spesso piccole, carriere.

 

Prendiamo l’esempio del crollo di una parte del ponte Morandi.

 

Trascorsi tre mesi dalla tragedia, i genovesi, vittime da rispettare, e tutti gli italiani alfabetizzati, hanno assistito, prima che ad una corsa a ben ricostruire ed a ritrovare le condizioni ottimali necessarie ad una vita ordinata e produttiva della società, ad un rimpallo tra le forze politiche, soprattutto della maggioranza, per l’approvazione del decreto Genova, ribattezzato decreto Emergenze.

 

Ora, chi ha qualche anno di memoria sa che nel manuale di sopravvivenza, idealmente donato alla nascita a qualsiasi italiano, è aggiunta una busta contenente un decreto legge tipo, col quale il bravo governante assicura che il bene danneggiato verrà ricostruito nel modo più veloce possibile; si preoccupa che prima della conversione i tre mesi non fuggano inutilmente, anzi, in attesa della conversione in legge, fa quanto più sia possibile per avvantaggiarsi nei lavori.

 

A Genova la dirigenza politica in nome del pragmatismo ha discusso di alti propositi, come se uno Stato di diritto non abbia da tempo indicato la strada da percorrere: il concessionario ricostruisce subito e secondo lo stato precedente le parti danneggiate; assume tutti i costi; risarcisce i danneggiati secondo quanto stabilito dal Tribunale.

 

Sappiamo come è andata. Con calma è stato adottato un decreto legge che ha previsto la nomina di un commissario il cui nome è stato registrato con tutta calma dalla Corte dei conti, sì che la operatività è coincisa, guarda caso, con la conversione in legge del più volte modificato decreto. Pubblichiamo a parte la lettera di invito, destinata ad imprese che avevano manifestato la volontà di partecipare alla ricostruzione del Ponte.

 

Sarà gioco facile per Autostrade dimostrare che, nonostante ogni buona volontà è difficile immaginare che una legge possa conferire poteri assoluti ad un commissario:

 

  1. a) il potere proprio dell’esecutivo di affidare in deroga alle norme esistenti lavori di ricostruzione con esclusione di Autostrade;

 

  1. b) che in nome di un potere legislativo si decida quali regole applicare per la costruzione e come provvedere, in deroga alle leggi vigenti fatto salve le norme anti mafia;

 

  1. c) il potere giudiziario legato alla decisione delvCommissario di decidere quanti soldi deve risarcire il concessionario sia alle vittime che per la ricostruzione.

 

Nello stesso tempo il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non perde occasione per ribadire la volontà di revocare la concessione, nonostante tra gli indagati per il disastro non vi sia soltanto il concessionario, ma anche il ministero.

 

Ha fatto scandalo il braccio levato a pugno chiuso del ministro Toninelli a significare la gioia per una vittoria parlamentare desiderata, ma lo scandalo è stato che il decreto Genova, ribattezzato sul fil di lana decreto Emergenze, è servito a risolvere, secondo alcuni, tra i quali ex(?)parlamentari 5Stelle, una questione che con Genova non c’entra nulla e cioè la regolarizzazione a posteriori delle abitazioni abusive costruite ad Ischia e danneggiate a seguito del terremoto del 2017. Alla faccia del far presto per Genova.

A Montecitorio un collega campano mordace ed intelligente mi ha chiesto: perché è stato rallentato il processo di conversione se autorizzare costruzioni abusive non le rende più sicure? e perché per trovare i fondi per le demolizioni non era sufficiente inserirli nella Legge di bilancio?

 

Il fatto è che il governo è inteso oggi come consenso immediato. Il programma, il progetto, la prospettiva sembrano parole dal significato generico.

 

Nella crisi straordinaria della viabilità stradale italiana l’urgenza ha suggerito rinvii e ritardi nella sostituzione del finalmente dimissionario amministratore dell’Anas, Armani.

 

Ieri il dimesso ex presidente dell’Anas, professor Cascetta, (che, per rassicurare i suoi fan, non resterà disoccupato, perché non una ma più volte impiegato a dirigere attività varie), ha firmato la lettera di convocazione degli azionisti. La lettera è fuori dall’ordinario perché l’azionista unico di Anas è Ferrovie che, a quanto si apprende, aveva già convocato i sette consiglieri concordati col ministero delle Infrastrutture e Trasporti lo scorso giovedì e nella stessa mattinata sconvocati, perché all’interno della maggioranza di governo (Lega e 5Stelle) non era stato raggiunto un accordo generale sulle nomine, compresa quella di presidente della Consob sulla quale il Quirinale esercita una stretta vigilanza per quantomai seri motivi.

 

A sentire quanto si dice in Parlamento ed a leggere in filigrana un’interrogazione, della quale è primo firmatario il pentastellato ex dipietrista Elio Lannutti, pare che a qualcuno dispiaccia che il dottor Marcello Minenna, non andando alla Consob, rimanga senza incarichi, e quindi un posticino all’Anas sarebbe indicato, anche perché, sempre ai tempi di Di Pietro ministro delle Infrastrutture, il papà del giovane Marcello, Michele, provò le sue qualità come condirettore generale dell’Azienda. Insomma, il capo azienda non verrebbe, come si pensava, dall’interno dell’Azienda bensì, ed è già qualcosa, dalle sue interiora.

 

Il ripensamento a U di Lannutti su Minenna

 

E pensare che lo stesso Lannutti quando era senatore dell’Idv e osteggiava Minenna padre, firmò nel 2010 un’interrogazione, secondo la quale Marcello Minenna, e cioè un dirigente che secondo Lannutti è entrato nell’Autorità che vigila sul corretto operato della Borsa grazie a un “concorso pilotato” e grazie, soprattutto, al suo “principale sponsor”, cioè “il padre” Michele, “ingegnere responsabile della direzione del settore lavori dell’Anas”. Un raccomandato, insomma, per Lannutti, “favorito” da una competizione truccata, dal momento che la “costruzione della sua carriera era stata già decisa da tempo”. Fortunatamente il tempo ha modificato l’opinione del senatore su Marcello Minenna, e oggi Lannuti proclama che, “non essendoci candidati forti, specchiati, competenti ed autorevoli, come il professor Marcello Minenna, si deve procedere con urgenza” alla sua promozione.

 

Ah, come è lontano quel 13 luglio del 2010, quando Lannutti chiese a Berlusconi lumi sulle “assunzioni e avanzamenti di carriera all’interno della Consob” nella “gestione scandalosissima” di Lamberto Cardia. Un contesto, scrisse il parlamentare, di “degrado, lottizzazione e favoritismo”, a giudizio di Lannutti, che impallinava, uno per uno, quasi tutti i dirigenti e gli alti funzionari di Consob promossi.

 

Tra bersagli di Lannutti anche Minenna, appena promosso, all’epoca, condirettore. Il presidente di Adusbef ne ripercorse tutta la carriera, peraltro già “decisa da tempo”, in Consob. Dove Minenna arriva – apprendiamo da Lannutti – tramite un “concorso pubblico per 5 posti di funzionario di secondo livello” nel 2001, dove “Il dottor Minenna”, si “classificò all’ultimo posto, con punti 21.00” alle prove scritte. All’orale, però, la svolta: “Minenna è l’unico ad aver ottenuto 30.00. Per favorirlo la Commissione esaminatrice non ha dato né un 29.00 né un 28.00. Anzi, ha letteralmente ‘massacrato’ il candidato che, avendo ottenuto una media di 27.00 alle prove scritte, si era classificato temporaneamente al primo posto, dandogli un misero 22.00. E non contenta di ciò, siccome questo povero disgraziato aveva più titoli di Minenna (2.75 contro 2.00), al colloquio in lingua inglese gli ha dato punti 3.00, contro i 4.00 di Minenna”.

 

Che Lannutti all’epoca avesse puntato contro Minenna è incontrovertibile: “La verità – scandiva l’allora parlamentare dell’Idv, oggi dei Cinquestelle – è che si voleva continuare a costruire la carriera di Minenna”. E non basta, perché “la storia continua”, proseguiva Lannutti, “e, approfittando della ristrutturazione degli uffici della Consob”, nel 2007 “venne appositamente creato l’Ufficio ‘Analisi quantitative’ e venne affidata la guida a Minenna che […] all’epoca era ancora funzionario e non dirigente. Si tratta ovviamente della solita tecnica usata alla Consob per ‘ipotecare’ la successiva promozione a condirettore”. Che arriva, appunto, nel 2010. Un esempio, quello di Minenna, che dimostra – o dimostrava nel 2010, quantomeno – come “ci siano all’interno della Consob dei ‘burattinai’ che decidono la costruzione di carriere confezionate a misura”.

Insomma oggi, sempre secondo Lannutti, o si prosegue – per usare le sue vecchie parole – con la costruzione della carriera di Minenna portandolo alla presidenza della Consob, oppure lo si nomina per intuito ingegneristico familiare all’Anas. Deve avere qualche ragione, perché tra farfugliamenti su emergenze territoriali e Genova il ministro Toninelli ha assicurato il suo studioso impegno a realizzare “discontinuità” nella nuova direzione dell’Anas. Il che non si sa che significhi, ma suona bene.

Giuseppe Scanni, autore dell’articolo

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