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Recessione? Si guarda il dito, non la luna

Il ministro dell'Economia e delle Finanze, Giovanni Tria
Il problema. Non è la discesa minimale del Pil di due trimestri (24 cent al giorno a testa), ma dei 21 euro al giorno presi negli ultimi 20 anni. Il problema non è la recessione tecnica, con un calo di pochi decimali, ma la crescita anemica che si trascina da venti anni. Per oltre venti anni abbiamo sperperato il bonus di una drastica riduzione del costo del debito pubblico. Un’intera classe dirigente per lunghi anni ha preferito navigare a vista, seguendo interessi di retroguardia
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In questi giorni c’è chi si straccia le vesti per un calo del Pil di 3 decimi di punto in 6 mesi, che ci sprofonderebbe di nuovo nell’inferno della cosiddetta ‘recessione tecnica’. Pochi ricordano che il vero problema non sono quei pochi decimali, che potrebbero anche essere corretti al rialzo dall’Istat come è avvenuto altre volte, ma piuttosto una crescita anemica che si trascina da oltre vent’anni e che ci ha fatto progressivamente perdere posizioni rispetto ai paesi più avanzati (Nord-America, Giappone ed Europa).

 

Come si vede dal grafico in pagina, è almeno dal 2000 che in Italia il Pil pro-capite a prezzi costanti non cresce e già dalla metà degli anni Novanta il nostro reddito aumentava meno del resto dell’Europa. Dal 1995 ad oggi, la produzione pro-capite italiana ha perso circa 35 punti percentuali rispetto ai paesi a più alto reddito e 26 rispetto alla Zona Euro.

 

Di fronte ad una simile débacle, tre decimi di punto di Pil in 6 mesi sono davvero una bazzecola, come pure appare risibile l’entusiasmo per una eventuale ripresina nella seconda metà di quest’anno.

 

In realtà la definizione di recessione è più sfuggente di quella di certi falli nel calcio, e in questo caso la moviola della statistica può migliorare la diagnosi solo con qualche anno di ritardo, perché i regolamenti europei danno all’Istat almeno tre anni di tempo per rivedere le stime annuali del Pil e non danno virtualmente alcuna scadenza per quelle trimestrali.

 

I famigerati due trimestri successivi di riduzione del Pil rappresentano solo un criterio del tutto convenzionale, reso popolare dall’economista americano Julius Shinskin a metà degli anni Settanta. Il più prudente National Bureau of Economic Research, ad esempio, preferisce usare il termine recessione solo per una caduta del Pil significativa e protratta nel tempo, generalmente accompagnata da una riduzione dell’occupazione, una flessione dei prezzi e problemi di liquidità per imprese e famiglie. Tutti sintomi che, per fortuna, ancora non si verificano nel nostro paese.

 

Per valutare meglio l’entità dell’attuale ‘recessione tecnica’ basta fare qualche calcolo sui dati ufficiali.

Secondo l’Istat, il nostro Pil annuale nel 2018 ha toccato i 1.760 miliardi di euro che, diviso per i 60,6 milioni di residenti (inclusi gli stranieri registrati nelle anagrafi), fa poco più di 29mila euro a testa, pari a 79,6 euro al giorno (poco meno del famigerato bonus Renzi). Una perdita dello 0,3% su questa cifra, come quella registrata nella seconda metà del 2018, ammonta dunque a poco meno di 24 centesimi. A titolo di confronto, il ritardo accumulato dalla metà degli anni Novanta rispetto al resto della Zona Euro ha comportato una perdita giornaliera di poco inferiore a 21 euro a testa.

 

È possibile argomentare che la perdita dei 24 centesimi potrebbe essere anche ridimensionata dalle prossime stime dell’Istat che in passato, grazie a successive revisioni dei dati, ha fatto già scomparire dalle statistiche o ha fortemente ridimensionato varie ‘recessioni tecniche’ segnalate inizialmente in base ai dati preliminari.

 

Ma anche se i 24 centesimi fossero confermati, e addirittura moltiplicati, rimarrebbero sempre la punta di un iceberg che affonda le sue radici negli errori commessi da tutta la classe dirigente italiana (che non comprende solo i governi, ma anche le autorità indipendenti, le parti sociali, gli imprenditori e le banche) almeno a partire dalla metà degli anni Novanta. All’indomani della crisi dei debiti sovrani, nel 2011, a questi errori ‘endogeni’ sembrano essersi sommati quelli delle autorità europee, che infatti hanno fatto sganciare per la prima volta dagli anni sessanta in modo significativo la dinamica dei redditi pro-capite europei da quelli dei paesi più avanzati.

 

Il grafico in pagina fornisce parecchie indicazioni interessanti sulla natura di questi errori e contribuisce a sfatare diversi miti sulle origini dei nostri problemi economici.

Per prima cosa, le svalutazioni competitive e l’inflazione a due cifre non sembrano aver danneggiato troppo l’economia italiana dagli anni Sessanta fino all’ultima crisi valutaria del 1992, almeno a giudicare dall’andamento del Pil.

Queste politiche hanno probabilmente posto le basi per gli attuali problemi strutturali, ma nell’immediato non hanno impedito al Pil pro-capite di crescere a ritmi comparabili, se non superiori a quelli dei paesi più avanzati. Anche il famigerato ‘divorzio’ tra Tesoro e Banca d’Italia, celebrato nel 1981, ha avuto apparentemente pochi effetti sulla dinamica del Pil italiano rispetto a quello dei principali partner, a meno di ipotizzare che questi si siano manifestati con almeno dieci anni di ritardo.

Neanche il crollo del muro di Berlino nel 1989 e l’accelerazione della globalizzazione sembrano aver pregiudicato la nostra crescita.

 

Un altro aspetto interessante è che la forbice tra l’Italia e il resto del mondo abbia cominciato ad allargarsi in modo significativo solo a partire dal 1996, ossia almeno quattro anni dopo il trattato di Maastricht e le prime manovre di riduzione del debito pubblico e un paio di anni prima dell’adesione ad un sistema di cambi ‘irrevocabilmente fissi’ rispetto agli altri paesi europei. Di fronte a questi dati di fatto qualche sovranista dovrebbe avere qualche dubbio sui vantaggi di un ritorno ai bei tempi andati.

 

Qualche nostalgico della prima repubblica potrebbe insinuare che le nostre difficoltà siano iniziate appena dopo Tangentopoli, con il sostanziale blocco dei lavori pubblici, ma probabilmente questa è solo una coincidenza. Invece sembra difficile negare che il Pil italiano ha cominciato a perdere terreno mentre si stringevano sempre di più i vincoli europei sulla finanza pubblica.

 

D’altra parte, già prima della Grande Recessione del 2007-8, la disciplina fiscale europea aveva provocato qualche rallentamento di tutta la Zona Euro rispetto a Nord-America e Giappone e questo divario è peggiorato dopo il 2011, quando la Bce e la Commissione europea hanno reagito male e in ritardo ad una crisi che poteva essere probabilmente evitata con politiche monetarie e fiscali più flessibili, come hanno cominciato a riconoscere solo ora con qualche imbarazzo anche alcuni alti esponenti di queste istituzioni.

Così, mentre gli altri paesi più avanzati uscivano rapidamente dalla peggiore recessione degli ultimi cento anni, quelli europei disperdevano una quota di Pil prossima ai 5 punti percentuali.

 

Gli errori europei, tuttavia, hanno trovato terreno fertile in un’economia come la nostra, che dalla metà degli anni Novanta non è riuscita ad adeguarsi ad uno scenario in cui erano ormai precluse le tradizionali svalutazioni competitive e il ricorso all’indebitamento.

 

Per oltre venti anni abbiamo sperperato il bonus di una drastica riduzione del costo del debito pubblico, sceso da quasi il 13% del Pil nel 1993 all’attuale 3,6%. Con le risorse risparmiate per remunerare il nostro debito il Paese avrebbe potuto dotarsi di infrastrutture di avanguardia, elevare la qualità dei servizi pubblici a livelli scandinavi, affrontare seriamente il ritardo del Mezzogiorno e così via.

 

Invece un’intera classe dirigente ha preferito navigare a vista, seguendo interessi di retroguardia e senza affrontare le sfide dell’innovazione e della globalizzazione.

Se ora il nostro Pil scende di qualche decimo è soprattutto perché il comparto più dinamico del Paese, ossia le imprese esportatrici, subisce i contraccolpi di shock internazionali come la guerra dei dazi.

 

Una classe dirigente responsabile, tuttavia, si preoccuperebbe più dei 21 euro a testa bruciati negli ultimi venti anni che dei pochi cent persi in sei mesi.

 

 

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