Giustizia Politica

Raggi, pericolo scampato ma i nodi politici per il M5S restano tutti

La sindaca di Roma, Virginia Raggi
Sindaca assolta, a Roma non si vota. Ma la Lega muove su Torino
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di Giuliano Torlontano

 

Finisce l’incubo giudiziario nel quale era entrata l’amministrazione capitolina. Ma la sentenza Raggi, con l’assoluzione della sindaca, ha anche precise conseguenze politiche per il Movimento.

 

Salva i Cinque Stelle da quello che sarebbe stato un disastro certo: il ritorno di Roma alle urne.

 

Con le dimissioni della prima cittadina – che le parole pronunciate da Di Maio alla vigilia della sentenza avrebbero reso obbligate in caso di condanna, per il richiamo del vicepremier al codice interno dei Cinque Stelle (via dall’incarico dopo una sentenza anche solo di primo grado) – si sarebbe aperta la strada a nuove elezioni. Avremmo avuto una prova elettorale di forte impatto nazionale, dopo la caduta della più importante amministrazione comunale conquistata dai grillini prima dell’arrivo a palazzo Chigi, quando la vittoria della Raggi nella Capitale segnò per il movimento di Grillo il vero trampolino di lancio verso le elezioni politiche. Prima delle europee 2019 – che per i Cinque Stelle rappresenteranno il banco di prova un anno dopo la conquista del governo, anche per i rapporti di forza con l’alleato leghista – l’apertura del ‘caso Roma’ avrebbe costituito una ferita non facilmente rimarginabile, con il rischio, se non la certezza (dopo una condanna che si sarebbe aggiunta alla débâcle amministrativa), di non riconquistare il Campidoglio alla vigilia dell’appuntamento europeo sul quale – come dimostra il braccio di ferro con Bruxelles sulla manovra – i Cinque Stelle puntano le loro carte.

 

Ed anche se si fosse votato insieme con le europee assorbendo il test romano in una consultazione elettorale più vasta, e tale forse da oscurare la crisi romana, sarebbe andata in scena una sfida dirompente fra Cinque Stelle e Lega.

 

Il test romano si sarebbe intrecciato con quello per il rinnovo dell’assemblea di Strasburgo verificando i rapporti di forza fra le due forze politiche di governo, dopo il braccio di ferro pressoché quotidiano che divide e ricompone la maggioranza su diversi temi dell’agenda politica, dall’economia alla giustizia. E con i sondaggi che da mesi vedono il sorpasso della Lega.

 

Non a caso, per l’8 dicembre, fissando i tempi con una data successiva a quella della sentenza Raggi, già da alcune settimane il Carroccio ha convocato la sua prima manifestazione a Roma.

 

Era pronta anche l’offerta di una candidatura a Giorgia Meloni per il Campidoglio. Il progetto: far partire da Roma un nuovo centro-destra, imperniato sulla Lega e su Fratelli d’Italia, aperto anche a Forza Italia ma in una direzione nettamente sovranista, euroscettica ed anti-Bruxelles. E proprio per queste caratteristiche, ancora più competitivo nei confronti dei Cinque Stelle. Per Di Maio, il peggio è evitato. Ma con la ‘questione romana’, i Cinque Stelle dovranno ancora misurarsi. Cancellato l’aspetto giudiziario con l’assoluzione, resta quello politico-amministrativo: la Capitale abbandonata a se stessa, con un degrado che è sotto gli occhi di tutti. “Giudicheranno i romani”, commentano in queste ore – curiosamente con le stesse parole, da versanti opposti – Salvini e Renzi. Inoltre, i Cinque Stelle dovrebbero meditare su quell’abbraccio con la burocrazia romana che ha indebolito politicamente l’amministrazione Raggi.

 

Anziché voltare pagina rispetto alle consuetudini capitoline, i grillini ne furono prigionieri già nella fase elettorale che li vide in marcia verso la vittoria.

 

I primi atti del dopo voto (le nomine frutto di accordi opachi con gruppi di interesse ben radicati in Campidoglio ancora prima dell’arrivo del Movimento ‘rivoluzionario’) hanno completato il quadro. Fatti “che non costituiscono reato”, sentenziano i giudici, ma che pesano politicamente.

Sotto questo aspetto, il ‘caso Marra’ resta (una nomina pilotata senza trasparenza e in un contesto familistico, con un burocrate che, condizionando le scelte del sindaco, raccomanda il fratello all’interno della stessa amministrazione). E poi non c’è solo Roma. Nello stesso giorno del disastro evitato con l’assoluzione della Raggi, e che Di Maio ha ‘festeggiato’ attaccando ancora una volta i giornalisti (definiti questa volta “sciacalli”), il Movimento è stato costretto a fare i conti con la ‘questione torinese’.

 

Il successo della manifestazione a favore della Tav nel capoluogo piemontese è un campanello d’allarme per la sindaca Appendino, non meno che per Di Maio e Toninelli.

 

Ed il fatto che la sfida leghista si sia nettamente attenuata a Roma, ridimensionando anche la prevista manifestazione dell’8 dicembre a piazza del Popolo, non toglie che la Lega riesce ad esercitare una capacità espansiva.

Dopo i dissapori sul ‘decreto dignità’ e sulla manovra, la Lega, con il sì di Salvini alla Tav (“se un’opera è cominciata meglio finirla”) ha ritrovato in piazza una sintonia con gli imprenditori. Ed anche quella con Berlusconi (“avanti con gli investimenti nelle infrastrutture”), cioè con il centro-destra ‘tradizionale’, che sulla Torino-Lione si è perfettamente ricompattato, contrapponendosi ai grillini, ed in collegamento con le categorie produttive.

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