Politica

Quando Di Maio corteggiava Macron

“Egregio Signor Presidente Macron, il Movimento 5 Stelle avrà modo di raccontarle e spiegarle chi siamo davvero e come vediamo il futuro dell’Europa e dell’Italia nello scenario internazionale. Probabilmente l’opinione che lei si è venuto via via costruendo nei confronti della prima forza politica italiana è influenzata da una forte propaganda da parte di certo giornalismo e dalle cose che le riferiscono i politici italiani che provengono dai partiti tradizionali, quegli stessi partiti che sono in piena crisi di rappresentanza in tutta Europa e che lei ha sconfitto nelle presidenziali del maggio scorso con la formazione giovanissima En Marche.
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di Antonio Maglie

Anche il Movimento 5 Stelle è molto giovane, non ha gruppi di potere influenti alle spalle né rendite di posizione da proteggere. Ci definiscono pigramente populisti, mentre in realtà siamo solo ‘popolari’ ossia vicini al popolo che cerca un riscatto e un ruolo nel cambiamento del nostro Paese. Ci definiscono anti-sistema e in effetti lo siamo, se il sistema è quello nemico della sovranità popolare visto in azione in Italia nell’ultimo quarto di secolo”.

 

È l’incipit di una lettera aperta pubblicata il 23 novembre 2017 sul Blog delle Stelle. Quasi una dichiarazione d’amore. Con un destinatario in intestazione, il neo-presidente della Republique, e un mittente in calce: Luigi Di Maio (in foto).

Una missiva garbata che, alla luce di quanto avvenuto in questi ultimi tempi (dal franco Cfa con corollario di accuse di sfruttamento coloniale dell’Africa all’incontro con uno dei tanti autonominati leader dei Gilet Gialli in Francia), finisce per essere il termometro di una volubilità nelle simpatie politiche dell’attuale capo politico pentastellato, quasi pari all’imperizia mostrata nei riferimenti storici. Il passato ovviamente non si cancella perché per quanto virtuale la realtà di internet lascia sempre delle tracce.

E sono quelle che ad esempio inducono un lettore di Le Monde (lo stesso giornale a cui Di Maio ha spedito un’altra lettera, questa volta non per corteggiare Macron ma per rispondergli orgogliosamente di aver compiuto un atto legittimo incontrando un signore che sembra incitare alla guerra civile in patria) a chiedere a uno dei giornalisti che si occupa di cose italiane, Mark Semo, come sia possibile che colui che provava a costruire un rapporto amichevole con il leader di En Marche, lo abbia adesso trasformato nel suo peggior nemico. Sino a produrre la crisi diplomatica culminata con il richiamo in patria dell’ambasciatore Christian Masset.

 

La risposta del giornalista è semplice: “Luigi Di Maio era all’inizio effettivamente affascinato da Emmanuel Macron. Ma il suo movimento manca di un quadro di riferimento e di maturità e su numerose questioni è tentato da una facile demagogia eurofobica… di qui l’alleanza con la Lega di Matteo Salvini e questa deriva verso posizioni più populiste”. Probabilmente, però, le cose sono un po’ più complesse e vanno inquadrate nella fase politica dell’epoca, caratterizzata dalla necessità per il Movimento 5 Stelle di trovare un posizionamento a livello europeo più rassicurante agli occhi degli osservatori internazionali, e anche un po’ più nobile di quello rappresentato dalla coesistenza con Nigel Farage nel gruppo Europa delle Libertà e delle Democrazie.

 

Dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre, con annessa sconfitta di Matteo Renzi, si parlava con insistenza di elezioni anticipate e lo stesso governo Gentiloni veniva visto come una fase di passaggio più o meno balneare. Proiettato dai sondaggi verso il governo, il partito di Grillo e Casaleggio, affidato alle ‘temporanee’ cure di Di Maio cercava legittimazioni sui tavoli internazionali. Di qui il tentativo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 di cambiare compagni di viaggio nell’emiciclo dell’europarlamento: da Farage ai liberali dell’Alde.
Operazione saltata poi per l’opposizione proprio del gruppo più europeista in circolazione a Strasburgo, poco incline a contaminarsi con uno dei partiti italiani meno europeisti. Bisognava indossare (anche a beneficio delle cancellerie) un nuovo abito.

 

Macron era l’astro nascente, avendo vinto alle presidenziali dopo aver messo in piedi in pochi mesi un partito tutto nuovo e stravinto, un mese dopo, alle politiche. In fondo una storia non molto dissimile da quella pentastellata e una sistemazione all’interno del quadro politico tutto sommato analoga: centrale per prendere voti un po’ di qui e un po’ di là. Ma con una diversità: l’europeismo dichiarato di Macron, lo scetticismo anti-europeista a volte urlato altre volte sussurrato dei pentastellati.

 

Il francese agli occhi di Di Maio era il partner ideale, anche per affinità giovanilistiche. Quella lettera non fu una iniziativa isolata. Già a luglio l’attuale vice-premier aveva voluto rivolgersi al neo-presidente francese con un video, per sollecitare una maggiore solidarietà a favore dell’Italia nella gestione dei flussi migratori. Macron aveva annunciato la sua linea: sì ai rifugiati, no agli ‘economici’. Il messaggio si concludeva con toni decisamente diversi rispetto a quelli degli ultimi tempi: “Presidente Macron è arrivato il momento del coraggio, di dimostrare veramente che esiste ancora una Unione Europea. Mettiamoci tutti ‘in marcia’ per risolvere il problema dell’emigrazione. Mettiamoci in marcia, come a lei piace dire”.

 

Il francese era visto come un possibile partner con il quale (come poi avrebbe scritto nella lettera di novembre) realizzare una “rifondazione dell’Europa che ci riporti alla missione che la comunità continentale si era data: la pace la stabilità, il progresso economico, la tutela e la promozione dei popoli”. Un potenziale alleato con cui condividere “temi e posizioni su cui confrontarsi” al netto di “punti di divergenza” evidenti e accertati.

 

Le convergenze Di Maio le indicava: “Un fisco più equo, una redistribuzione della ricchezza a favore dei ceti medio-bassi e una sburocratizzazione che dia benzina alla crescita delle Pmi, autentico scheletro dell’economia europea”; le politiche della famiglia “fiore all’occhiello del welfare francese” e a cui “il Movimento 5 Stelle guarda con molto interesse”; l’apprezzamento per “non aver mai tagliato il budget per la cultura”; la chiusura delle centrali a carbone con “l’obiettivo di abbandonare il petrolio entro il 2040”.

 

Infine, la chiusura che oggi suona un po’ stridente con le evoluzioni del quadro politico e con le trasferte francesi: “Presidente Macron, il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”. È proprio vero: verba volant scripta manent.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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