Politica

Parisi: “Salvini, meno slogan e più studio”

L’immigrazione, oggi sotto i riflettori dove è stata posta da Matteo Salvini, è stato sempre un tema centrale nell’agenda del centrodestra. Ma secondo Stefano Parisi, consigliere comunale a Milano e regionale nel Lazio proprio con il centrodestra, “questo atteggiamento che si sta avendo verso i partner europei danneggia l’Italia”.
Quindi ritiene dannosa l’opera di Salvini?
“Il ragionamento è più articolato. Aver fatto uscire l’Italia dall’isolamento col blocco dei porti è stato giusto, perché bisognava mettere un punto rispetto a un atteggiamento dell’Europa che ha dimenticato l’Italia mentre noi assorbivamo gli immigrati e loro non collaboravano. Addirittura la Merkel ha preso i nostri soldi, quelli degli europei, per pagare Erdogan e bloccare in Siria i migranti che volevano andare in Germania. Quindi ogni paese ha badato ai propri interessi, ignorando il problema dell’Italia che è il paese più vulnerabile per ragioni geografiche”.
Ma?
“Aver posto la questione è stato giusto. Detto questo, arrivare a dire che uno si augura che la Merkel cada e che Macron è il nostro peggior nemico è sbagliato. Perché il problema degli immigrati l’Italia non lo affronta da sola, né alleandosi con tutti quei paesi che vogliono chiudere le frontiere per scaricare il flusso proprio su di noi”.
Intende il gruppo Visegrad.
“Intendo Visegrad e anche l’opposizione alla Merkel nel suo governo, Seehofer. Se oggi la Merkel cade la situazione per l’Italia peggiora, non migliora. Tra le alte cose noi abbiamo un grande problema, il vero nostro grande problema…”
Quale?
“L’abbiamo conosciuto l’11 settembre del 2001. Si tratta del terrorismo e dell’integralismo islamici. Quel problema lì lo affrontiamo soltanto se stiamo tutti insieme, perché se siamo soli rischiamo di essere soltanto un target per i terroristi e di essere molto deboli da un punto di vista militare e di servizi di sicurezza. Quindi ripeto, si è fatto bene a porre il problema immigrazione, si fa molto male se si continua solo a ripetere slogan e ad individuare nemici per aumentare il consenso interno quando i nostri nemici non sono Francia e Germania ma sono, purtroppo, nemici che abbiamo in comune con Francia e Germania: l’Islam radicale”.
E ora c’è stato pure il caso della nave irlandese Eunavfor Med, in cui Salvini ha fatto saltar su anche il ministro della Difesa Trenta.
“Beh, è lo stesso. Penso che il ministro dell’Interno, tanto più se neofita, se non ha mai avuto incarichi di governo, debba parlare poco e fare molto perché quella è una posizione molto delicata: ci sono aspetti di politica interna, della difesa, estera, di criminalità. I governi italiani sono collegiali, quindi com’è sempre stata la tradizione del nostro paese, è bene che prima di dichiarare il ministro si confronti con il resto del governo. Altrimenti rischia, come purtroppo sta succedendo, di entrare in rotta di collisione ogni santo giorno con un collega diverso, e questo non credo vada bene”.
Non crede che anche Macron abbia esternato troppo sull’Italia offrendo il destro a Salvini?
“Sono d’accordissimo. Ma anche Macron ha sbagliato per motivi di politica interna, ha voluto far vedere che è un suo nemico l’alleato del suo nemico domestico, cioè la Le Pen. Ma così si sfascia l’Europa. Che, ripeto, deve essere unita di fronte alle minacce che deve affrontare. E a proposito, a Salvini chiederei una cosa…”
Cioè?
“Per quale motivo oggi non ha ancora fatto una legge sulle moschee? Perché i sindaci italiani sono ancora nelle mani delle organizzazioni musulmane più ricche che vogliono costruirle? Perché non c’è una legge che chiedo dal 2016, quando mi candidai a sindaco di Milano, che dia la possibilità ai sindaci di tracciare i finanziamenti e che vieti l’arrivo di soldi dall’estero per finanziare le moschee in Italia? Dov’è la linea chiara? Non si può fare una politica interna ed estera fatta di exploit. Serve una strategia. Oggi che finalmente c’è un ministro dell’Interno che potrebbe non dare spazio all’Ucoii, all’Iran e alle organizzazioni musulmane più radicali, invece stranamente non sta intervenendo. Io penso che il Viminale dovrebbe occuparsi di questo oltre che di fare comunicazione. Ma vede, è la stessa cosa che succede a Di Maio. I loro staff sono essenzialmente staff di comunicazione, mentre bisognerebbe lavorare seriamente sui dossier. Ci vogliono risultati, prima della comunicazione”.
A proposito di Di Maio. Che ne pensa del Dl dignità?
“Penso che sia un passo indietro di 20 anni sulla politica per il lavoro. Se passasse così com’è, il decreto bloccherebbe le assunzioni per i prossimi anni perché le ultime assunzioni che ci sono state, per le quali oggi ci sono più persone che lavorano, sono a tempo determinato: se blocca quelle le aziende non assumeranno più. Se l’obiettivo è quello di avere più contratti a tempo indeterminato non bisogna vietare i contratti a termine, ma dare stabilità e crescita all’economia per dare certezza alle imprese”.
E resta il tema del cuneo fiscale di cui si parla, invano, da 20 anni.
“Enorme problema che si risolve soltanto tagliando la spesa pubblica. Certo non si può chiedere da un lato di tagliare il cuneo fiscale e, dall’altro, di abbassare l’età pensionabile perché se si abbassa quella aumentano i contributi e con essi il costo del lavoro: non bisogna prendere in giro gli italiani”.
La linea di governo però è diversa: punta sulla spesa.
“Infatti è da lì che nasce il problema. Il contratto di governo è fatto di parole, ma non ci sono numeri. L’hanno chiamato il governo del cambiamento ma fa le stesse cose di Renzi: sono convinti che se riceviamo flessibilità da Bruxelles dobbiamo usarla per dare più reddito a chi già lavora, con piccole misure tipo gli 80 euro che non si sono trasformate in aumento della propensione al consumo, ma in risparmio. Perché gli italiani che non sono stupidi sanno che quella diminuzione di tasse non è definitiva, strutturale, ma un favore politico. Se invece facessimo come giustamente dice il ministro Tria, se usassimo la flessibilità per fare più investimenti, avremmo uno stipendio in più nelle famiglie, più propensione al consumo, a fare figli… Ma loro non hanno nessuna visione del futuro”.
Ha perso contro Zingaretti per una manciata di voti. Secondo lei perché Pirozzi si candidato, condannandola alla sconfitta?
“Per tre ragioni. In primo luogo perché il centrodestra non l’ha saputo gestire: il candidato è stato scelto troppo tardi e a quel punto la corsa di Pirozzi era andata troppo avanti. Poi perché un pezzo di centrodestra, Salvini e una parte della Lega, l’hanno appoggiato fino all’ultimo. Infine, era interesse di Zingaretti averlo in campo e l’ha fatto sostenere da persone a lui vicine, e oggi col suo voto Pirozzi sostiene la giunta Zingaretti. Tutto molto lineare”.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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