Economia Industria Unione europea

Ora anche l’economia in gilet giallo

Uno stabilimento automobilistico
Vacilla l’industria Ue, in Germania novembre nero (-1,9%). L’Istat: un quadro difficile. Si guarda alla Bce
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di Sandro Rozzi

 

Si addensano nuvole sull’economia dell’area euro. L’outlook reso noto dall’Istat parla chiaramente di minacce per le prospettive economiche e finanziarie: le incertezze legate a fattori politici come (ma non solo) la Brexit, le contrapposizioni sui dazi commerciali, la volatilità dei mercati, la vulnerabilità delle economie dei Paesi emergenti. Insomma, se invece di litigare o di chiudersi in dispute nazionali l’Europa non alzerà lo sguardo sull’orizzonte economico mondiale il prossimo dilemma potrebbe essere stagnazione o recessione (magari meno “esplosiva” di quella alle spalle).

 

Quello che colpisce è la debolezza delle performance dell’industria. Quella tedesca a novembre ha accusato una flessione quanto mai significativa dell’1,9%, dovuta soprattutto alle difficoltà nell’export delle auto. I piazzali pieni di vetture indicano lo stato dei rapporti Usa-Germania ma sono anche un monito per le altre economie industriali.

 

L’inflazione è vista decelerare nuovamente nei prossimi mesi, sempre che il prezzo del Brent resti stabile attorno ai 57 dollari al barile e il tasso di cambio dell’euro si attesti attorno a 1,15 nei confronti del dollaro. Ma sono previsioni che potrebbero fare a pugni con le incertezze internazionali.

 

Un altro dato, scomparso nei radar della politica nostrana, dovrebbe far riflettere: lo spread, tanto te muto negli ultimi mesi del 2018, si è insediato attorno a 270 punti e oscilla da giorni da quelle parti. Si è di fatto riallineato quello statunitense nei riguardi del marco. Solo che i nostri titoli evidentemente suscitano meno…appetiti di quelli targati Usa.

E la spesa per interessi potrebbe, silenziosamente quanto si vuole, continuare a risentirne. Sull’aumento di 1,7 miliardi della spesa per interessi registrato nel terzo trimestre del 2018, l’Istat ha precisato che la causa prevalente sarebbe l’aumento della inflazione che però, guarda caso, nel nostro  Paese è ‘depressa’ da tempo e, a differenza di altri Paesi, non ha avuto neppure l’acceleratore costituito dalle dinamiche salariali.

 

Forse anche per tali motivi i radar degli osservatori economici e finanziari si stanno nuovamente spostando sull’operato delle Banche centrali, dalla Fed alla Bce. Saranno ancora una volta loro le protagoniste dell’economia, pronte a sventare con la politica monetaria i pericoli recessivi ma anche la discontinuità e le contraddizioni delle politiche dei Governi? Sarà a loro che le economie si volgeranno per avere quelle assicurazioni di stabilità che le tante incertezze in campo invece sembrano ridurre, con conseguenze su investimenti e crescita?

C’è già chi giura che sarà proprio così. E la prudenza dei presidenti della Fed e della Bce incoraggiano tale previsione.

 

Nel frattempo il preconsiglio a Palazzo Chigi ha preparato il terreno per la definizione finale (prima del confronto parlamentare, se ci sarà) del decreto su reddito di cittadinanza e su quota 100. Ed ha approvato il testo del provvedimento a favore delle imprese in difficoltà, cancellando l’umiliazione di quel termine, fallimento, che non di rado colpisce imprese che sarebbero sane se dipendesse solo ai frutti della loro attività.

 

Le polemiche sui testi, del resto, proseguono. Da quella della casistica, a parere di qualcuno, per ottenere il reddito di cittadinanza sproporzionata e farraginosa, a quella di una quota 100 che potrà comportare discriminazioni fra lavoratori (i più anziani che non potranno usufruirne, gli edili ed i lavoratori del sud difficilmente in possesso del requisito dei 38 anni di contributi e via così) e che per alcune categorie di dipendenti (quelli pubblici) diventerà fatalmente quota 101 (e poi 102, 103 per via dell’attesa di vita). Alla disputa sulle indennità di fine servizio dei lavoratori pubblici che, per avere l’anticipo della stessa, dovrebbero pagarsi gli interessi richiesti dalle banche che lo elargiranno.

 

Ma sarà il mercato del lavoro ad essere sottoposto ad un sommovimento dall’esito perfino imprevedibile. Coloro che percepiranno il reddito di cittadinanza impegnandosi a trovare un lavoro, come saranno definiti: disoccupati (con relativo aumento della percentuale…) o come? Coloro che dovranno accettare lavori prima nei cento chilometri, poi nei 250, poi ovunque in Italia siamo sicuri che non preferiranno continuare a fare quello che già fanno tanti giovani del sud: spostarsi, certo, ma all’estero?

E non si rischia di desertificare proprio quei territori che invece avrebbero bisogno di opportunità nuove di lavoro?

 

Interrogativi e discussioni sui vari aspetti del decreto in definitiva inevitabilmente accompagneranno l’iter parlamentare. E finora su di esso non si è abbattuta l’annunciata mobilitazione sindacale visto che Cgil, Cisl e Uil non hanno potuto interloquire sulla materia.

Intanto ad annunciare battaglia sono le categorie degli edili, che hanno giudicato sbagliatissimo lo spostamento di risorse dagli investimenti alle operazioni legate a reddito e pensioni e non accettano le troppe contraddizioni che costellano i comportamenti dell’Esecutivo sulle opere pubbliche mentre buona parte delle grandi imprese del settore o versano in cattive acque o cercano gloria al di fuori dei nostri confini. Ed i soldi da spendere restano confinati nell’immobilismo.

 

E certamente è singolare che il Ministro Toninelli abbia sentito la necessità di difendersi da un pepato dossier di un grande quotidiano sulle opere pubbliche, ma non quella di interloquire con le organizzazioni sindacali che da tempo chiedono un tavolo per fare chiarezza.

 

Non a caso negli ultimi giorni anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha concentrato i suoi interventi sul nodo degli investimenti in opere pubbliche.

 

Non pochi nodi sembra che stiano venendo al pettine. Forse anche per queste avvisaglie di tempi non facili le chiacchiere su un eventuale rimpasto di Governo vengono tacitate dalla considerazione sull’esigenza di evitare nuovi scossoni politici. A movimentare la situazione potrebbe bastare il vento che soffia dall’esterno.

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