Sanità

“Noi, medici in sciopero per curare la sanità pubblica”

Guido Quici (Cimo): basta tagli, ecco perché oggi incrociamo le braccia
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di Sandro Roazzi

Per oggi, in tutta Italia, è stato indetto uno sciopero dei medici e del personale sanitario pubblico che da nove anni è senza rinnovo contrattuale. Ma la protesta, forse la prima di una serie, punta il dito anche contro la situazione del Servizio sanitario nazionale, considerato un “costo” mentre quella privata viene giudicata “produttiva”. Ma non va anche sottovalutata la fuga verso la pensione: non meno di 30mila medici lasceranno il lavoro nei prossimi anni con il loro bagaglio di competenze ed esperienza, alla quale non è estraneo il disagio per le condizioni di lavoro. Risultato: niente rinnovo del contratto mentre mancano almeno 10 mila medici ed il costo per i cittadini della Sanità lievita a circa 40 miliardi. Secondo la Cimo, sindacato che rappresenta medici, odontoiatri e veterinari in servizio ed in quiescenza, da mesi Regioni e Governo giocano ad evitare le responsabilità mentre si assiste a proposte al ribasso sui fondi che dovevano essere già accantonati per legge.
Abbiamo chiesto al presidente della Cimo Guido Quici, alla guida del sindacato dal settembre 2017, le ragioni di questa agitazione.
Presidente Quici, dieci anni senza contratto. Ma nella sanità non tutto sconta questo ritardo, almeno in termini di riconoscimenti economici. Come si spiega questo “ritardo” per i medici che lavorano nel settore pubblico? E cosa si chiede per cambiare rotta?
“Nella sanità gli unici che non hanno potuto chiudere il rinnovo del contratto sono i 120mila medici dipendenti. Non si chiede nulla di più di quanto stabilito dalla legge e già finanziato. Le regioni dichiarano di non aver risorse sufficienti chiedendo al Governo il finanziamento che, invece, è stato previsto nella precedente legge finanziaria 2018. Abbiamo appena segnalato alla Corte dei Conti i mancati accantonamenti nei bilanci delle Regioni, che dovevano essere fatti e sembrano scomparsi.
La partita si gioca anche sulla qualità delle prestazioni da erogare in quanto, con l’attuale di medici, si tenta di utilizzare quelli in servizio attraverso norme contrattuali restrittive che impongono, ad esempio, il lavoro dello stesso medico su più ospedali distanti tra loro anche 50 km, oppure si vorrebbe che i medici rinunciassero al monte di ferie non godute se chiedono la mobilità ad altra azienda. A questo si aggiunge una spaventosa carenza di personale, dato che mancano almeno 10mila medici e quelli in servizio sono costretti a turni sempre più stressanti a danno della qualità delle prestazioni”.
Non temete che lo sciopero possa essere interpretato solo come un disagio o un danno non accettabile a scapito dei cittadini più deboli, i malati?
“Come in tutti gli scioperi, si potrebbe creare disagio ai cittadini, ma la finalità è quella di richiamare l’attenzione della politica verso azioni che difendano davvero la sanità pubblica. Medici e pazienti sono l’anello terminale del sistema salute e durante questi lunghi anni di crisi economica entrambi hanno pagato il prezzo più alto. Lo sciopero, quindi, serve a tutelare anche le aspettative dei malati che vorrebbero medici più motivati, strutture meglio organizzate e moderne, livelli prestazionali più elevati. Ovviamente saranno garantiti i servizi essenziali e di emergenza. Scioperiamo, dunque per evitare l’eutanasia della sanità pubblica: uno degli slogan di questo sciopero è che il malato più difficile che dobbiamo curare è proprio il Sistema sanitario nazionale”.
Altro tema caldo è quello legato all’introduzione di quota 100 sulle pensioni per superare la legge Fornero. C’è il rischio di una fuga in massa dei medici? E quali le eventuali conseguenze? Cosa proponete allora?
“La fuga dei medici è già in atto da tempo per una complessa serie di motivi, ad iniziare dall’elevata età media (non meno di 30.000 medici andranno in pensione nei prossimi anni a causa della ‘gobba pensionistica’ della categoria), al blocco del turnover, ad una errata programmazione dei fabbisogni formativi e, non ultimo, dalle sirene della sanità privata, meno burocratizzata e più diretta alle capacità professionali del medico, spesso non riconosciuto in ambito pubblico anche a causa delle ingerenze politiche nelle scelte gestionali… La quota 100 potrà forse accentuare la fuga ma è il malcontento della categoria a prevalere, a prescindere dalle future norme. La proposta Cimo è principalmente quella di ridare fiducia e motivazione ai medici rendendoli più autonomi nei processi decisionali senza farli sentire anelli di una catena di montaggio dove il tempo e i costi hanno la prevalenza su atti fondamentali quali, ad esempio, il colloquio con il paziente, l’anamnesi, la stessa visita medica. Il problema è che a fronte dei pensionamenti non ci sono nuovi medici specializzati, a causa dell’esiguo numero delle borse di studio che ogni anno taglia fuori dalla professione 2mila laureati in medicina”.
Quali sono oggi i rapporti dei sindacati di settore con il nuovo Governo e quali quelli che intercorrono con le Regioni, che hanno competenza sulla sanità?
“In questi anni la sanità non è mai stata nell’agenda politica dei governi che si sono succeduti e non sembra che neanche oggi tra le priorità del Paese. L’attuale contesto politico contrappone in modo deciso Regioni e Governo, inoltre prende sempre più piede l’ipotesi di autonomia differenziata tra le regioni che rischia di accentuare il divario tra i cittadini nell’accesso alle cure. Il Fondo sanitario nazionale, che trasferisce alle regioni le risorse per la sanità, comprende tutto: assistenza ospedaliera pubblica e privata, medicina convenzionata, farmaci, assistenza, e infine anche il costo del personale. E se la coperta è corta, i problemi contrattuali rischiano di essere posti in “collisione” con i bisogni di salute creando un vero e proprio scontro sociale. Ma se non si hanno medici non si hanno neanche le cure. Tutti rischiamo di uscire sconfitti”.
Ad ogni cambiamento della stagione politica e di Governo si ripropone il dualismo fra sanità pubblica e privata. Quale è la reale situazione? C’è il rischio di un ridimensionamento della sanità pubblica a favore di quella privata convenzionata e di tipo assicurativo?
“A parte gli aspetti di una burocrazia esasperata che rallenta decisamente i processi nella quotidiana gestione delle strutture pubbliche, il sottofinanziamento del Sistema sanitario nazionale, unitamente all’aumento esponenziale dell’out of pocket (circa 40 miliardi di spesa sostenuta direttamente dai cittadini per la salute), induce le strutture private a entrare nel mercato della sanità integrativa o sostitutiva la cui mission è quella di integrare, se non sostituire i livelli essenziali di assistenza pubblica. Il vero dualismo che deve preoccupare è che la sanità privata viene considerata un settore produttivo, invece la sanità pubblica un costo, quindi ‘da tagliare’. Nessuna forza politica sembra avere intenzione di sostenere uno dei pilastri del sistema di protezione sociale del nostro Paese. Ci vuole davvero il nostro sciopero per accorgersene?”.

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