Politica

Matteo Salvini, più Batman che vicepremier

Dalle bacchettate alla Raggi agli ordini ai prefetti per scavalcare i sindaci
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di Antonio Maglie

Matteo Salvini, in una delle dirette web di qualche tempo fa in un eccesso di modestia ha precisato di non essere né Batman né Gesù Bambino. Ciò non toglie che una certa vocazione a vestire i panni di Superman ce l’ha. Già questa sua straordinaria ubiquità rappresenta per tutti noi, comuni mortali, un vero e proprio miracolo della natura: se altri nella storia del mondo erano (e sono ancora, per chi ci crede) uni e trini, lui sembra andare ben oltre questa modesta moltiplicazione. Negli ultimi tempi ha veramente fatto un po’ di tutto, da vero, grande ‘one man show’: ministro dell’Interno, ministro degli Esteri, ministro della Difesa, ministro dell’Economia, ministro delle Infrastrutture, persino un po’ presidente della Repubblica, capo di stato maggiore e di sfuggita sindaco di Roma. Ovviamente al conto vanno aggiunti i ruoli di leader della Lega, di motore principale della perenne campagna elettorale (attività a cui si dedica senza sosta da anni, raccogliendo successi) e di ospite televisivo, veste che gli ha regalato notevoli utili personali eleggendolo a più amato degli italiani e, secondo i flussi elettorali, delle italiane.

Alla povera Virginia Raggi che ha provato a duellare dialetticamente con lui su Roma e sulla qualità dell’amministrazione pentastellata non resta che rassegnarsi all’evidenza: di fronte a tanta pervasività lei non può in alcun modo ambire alla parte di Wonder Woman, al massimo può giocare (come ha fatto in un video) con le briciole di pane più o meno come Pollicino. Anche se poi la sua irritazione appare comprensibile: non si rovina la ‘festa’ di una sindaca (la gara di Formula E che tanta felicità ha regalato ai residenti della zona dell’Eur, praticamente sotto sequestro nelle proprie case) dicendo che la città è sporca e in pieno degrado, aprendo così la campagna elettorale per le prossime comunali a sostegno di un ancora ignoto candidato alternativo. Ma il Superman del Viminale è così: si identifica con i problemi delle persone, vivendoli nella propria mente attraverso il trasfert elettorale. Semmai non li conosce, ma li condivide. Ospite della città di Roma si rende conto che le cose non vanno bene, nonostante non salga su una metropolitana o un autobus, non cerchi senza successo un cassonetto accettabilmente vuoto in cui gettare il sacchetto dell’umido e ne percorra le strade scortato, senza fare code e impantanarsi nel traffico.

A volte prende qualche cantonata. Come quando per assumere la difesa d’ufficio di Nicola Porro (conduttore della trasmissione ‘Quarta Repubblica’ su Retequattro), ha definito Michela Murgia “intellettuale radical-chic”. Si può certo opinare sulla decisione della Murgia di non concedere interviste a programmi che non ritiene “intellettualmente onesti”, ma considerare “radical chic” una brillante scrittrice che si è mantenuta, sin dagli studi e fino a quando è arrivato il successo di ‘Accabadora’, con impieghi umili e precari (cameriera, portiere di notte, venditrice in un call center, fattorina addetta alla consegna di cartelle esattoriali) appare sinceramente fuori luogo. E, comunque, risulta difficile capire cosa c’entri un vicepremier con una polemica mediatica che ha molto a vedere con i salotti televisivi e la loro frequentabilità (questione che attiene al giudizio personale) e quasi nulla con la politica. I supereroi accorrono in difesa dei deboli ma Porro non sembra poi tanto male in arnese considerato lo strumento di grande impatto popolare (certo più dei libri della Murgia) che maneggia.

Il fatto è che questo allargamento continuo del raggio di azione da parte del vice-premier finisce non solo per irritare chi viene scavalcato nelle competenze ma rischia pure di creare qualche disagio alla democrazia. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt insegnano scienza politica all’università di Harvard. Hanno scritto bel libro dal titolo “Come muoiono le democrazie” (Laterza). È un gradevole racconto sulla spinta all’autocrazia che si è manifestata in diversi Paesi. Ovviamente la loro attenzione è incentrata sugli Stati Uniti e su Donald Trump definito “un violatore seriale di norme”. Ma si occupa anche di altri personaggi, alcuni dei quali particolarmente amati da Salvini come, ad esempio, Viktor Orbán che il capo della Lega incontrerà ai primi di maggio. Perfezionando un meccanismo elaborato dal politologo Juan J. Linz (tedesco, nato all’epoca di Weimar, trasferitosi negli Usa dove ha insegnato a Yale), hanno ‘valutato’ il grado di autocrazia di alcuni leader in attività (l’ungherese e Vladimir Putin superano a ‘pieni voti’ il test) spiegando che “l’erosione delle democrazie avviene un po’ alla volta, spesso a piccolissimi passi. Ogni singolo passo appare trascurabile, nessuno sembra minacciare veramente la democrazia”.

Parlando degli Usa hanno sottolineato che il sistema nel suo momento migliore si è basato su due regole non scritte ma da tutti i protagonisti rispettate: tolleranza reciproca (cioè legittimazione dell’avversario) e temperanza istituzionale “concepita come tutti quegli sforzi finalizzati a evitare che, pur rispettando la lettera della legge, se ne violi palesemente lo spirito”. Quanta temperanza c’è nella famosa direttiva sui porti che il ministro considera “legittima a fronte di un pericolo imminente”? Per sigillarli ha impartito direttamente un ordine alle forze armate. L’iniziativa può anche non essere contraria alla legge ma in un quadro di rispetto istituzionale (quindi di temperanza) sarebbe stato opportuno e necessario acquisire preventivamente il consenso del presidente della Repubblica, che è il capo delle Forze Armate, e del ministro della Difesa che detiene la competenza specifica in materia.

I due politologi americani sottolineano come le norme negli Usa mettano nelle mani tanto del capo dello Stato quanto dei singoli parlamentari armi così potenti che se usate senza autocontrollo possono produrre caos, oltre a uno scontro fragoroso tra poteri. In democrazia chi governa deve essere sempre consapevole della robustezza delle proprie prerogative. Salvini può certo emanare una circolare in cui dice ai prefetti di scavalcare i sindaci per impedire l’entrata nelle zone rosse di criminali, abusivi, spacciatori e balordi. Ma a parte il fatto che non vivendo ancora in uno stato di polizia, appare piuttosto complicato individuarli senza ricorrere a strumenti molto esasperati, le città italiane al momento non sembrano versare in una condizione così drammatica dal punto di vista della sicurezza da legittimare interventi di portata emergenziale.

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