Politica

Caso Salvini-Spataro emblema del degrado democratico

Lo scontro tra il ministro Salvini e il procuratore di Torino Spataro riaccende il braccio di ferro tra politica e magistratura
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di Antonio Maglie

Lo scontro tra il procuratore di Torino, Armando Spataro e il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, al di là di un conflitto istituzionale di cui non si sentiva la mancanza in un momento come questo caratterizzato dalle tensioni con l’Unione europea solo parzialmente sopite da un negoziato al rallentatore, segnala l’involuzione del sistema democratico prodotto da una pericolosa torsione istituzionale, da un degrado del linguaggio, da un sostanziale rifiuto dei ruoli con inopportuni sconfinamenti e da una mancanza di rispetto personale. Nella vicenda, peraltro, spicca l’assenza del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, che dovrebbe avere un ruolo di moderatore, anche pubblico, rispetto alle intemperanze dei suoi ministri, e del titolare della giustizia, Alfonso Bonafede, che dovrebbe arginare le esondazioni politiche che mettono in discussione l’operato e l’autonomia della magistratura.

La vicenda

La vicenda è nota. Martedì di prima mattina, Matteo Salvini annuncia una operazione contro la mafia nigeriana con quindici arresti. Passano poche ore e il procuratore di Torino con un comunicato dai toni indubbiamente duri spiega che il ministro è stato intempestivo in quanto è intervenuto mentre l’operazione era ancora in corso rischiando di complicarla, fornendo notizie inesatte non essendo 15 gli arrestati, violando le garanzie a tutela degli imputati poiché non a tutti era stato contestato il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Di qui è cominciato un festival di interventi via web del ministro culminato con una dichiarazione decisamente poco istituzionale: “Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il procuratore di Torino è stanco si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”. In aggiunta il refrain dell’attacco politico.

Democrazia e linguaggio

Al di là della sostanza, in democrazia una cosa è evidente: la qualità del linguaggio è la misura della qualità della politica. Questa misura negli ultimi decenni ha segnalato un notevole scadimento per celebrare nei tempi più recenti il crollo definitivo. Chi ha vissuto buona parte dell’esistenza in quella che viene superficialmente definita Prima Repubblica (superficialmente perché in Francia la catalogazione numerica accompagna le variazioni costituzionali; in Italia la costituzione, fatta eccezione per limitati, largamente imperfetti o addirittura dannosi interventi, non è mai mutata) ricorda discorsi politici ispirati a una impenetrabile oscurità lessicale, comprensibili solo agli addetti ai lavori, normalmente zeppi di messaggi sotterranei significativamente definiti “segnali di fumo”.
Il “non detto” superava di gran lunga il “detto” e questo irritava perché accentuava la lontananza della gente dal Palazzo in versione pasoliniana. Ma quel linguaggio così poco brillante, conteneva delle virtù: i dibattiti erano sempre misurati (c’erano i moderatori televisivi, da Jader Jacobelli a Ugo Zatterin); la politica non essendo spettacolo si svolgeva all’interno di spazi definiti (“Tribuna politica”), l’insulto era considerato inaccettabile in virtù di un costume che obbligava alla buona educazione, anche tra nemici acerrimi. Certo, c’erano delle eccezioni: Gian Carlo Pajetta era considerato piuttosto animoso e, soprattutto, uno straordinario “battutista”; Pietro Nenni era un gran costruttore di metafore (“il vento del Nord”, “la stanza dei bottoni”, eccetera). I democristiani, abituati alla frequentazione delle sacrestie, erano normalmente “piatti” e sfuggenti ma allenatissimi sulla lunga distanza (le relazioni congressuali, soprattutto quelle di Aldo Moro, erano una vera prova di resistenza per oratore e ascoltatori).

Il “Processo del lunedì”

Poi è arrivato Aldo Biscardi e il suo “Processo del lunedì”. Inventò un nuovo modo di fare televisione: i talk show urlati. Lui sperimentò la formula nello sport, anzi nel calcio, ma funzionò talmente bene che tutta la televisione (pubblica e privata) se ne appropriò. In breve tempo la tv divenne un grande, gigantesco, infinito “Processo del lunedì” replicato tutti i giorni della settimana. Nel frattempo Marco Pannella aveva dato una prima spallata alla cerimoniosità del dibattito politico mentre a metà degli anni Ottanta spuntavano i leghisti con i loro slogan “politicamente scorretti”, da “Roma ladrona” in giù (o in su). Il Web ha abbattuto le ultime frontiere e tutti, ma proprio tutti, anche senza saperlo, sono diventati figli adottivi di Aldo Biscardi. Compresi Di Maio, Di Battista, Renzi e Salvini.

Da Maroni a Salvini

Ora viviamo nella società iperconnessa: niente più palinsesti né orari. La tempestività si accompagna alla necessità di produrre sempre qualcosa di eclatante anche solo da un punto di vista dialettico; l’avversario va sconfitto con una battuta in più e con la trasformazione del dibattito politico in una svaccata corrida fatta di ingiurie, “bufale” e contropiedi velenosi.
Salvini si lamenta del fatto di venire continuamente insultato. Il classico caso di chi vede la pagliuzza nell’occhio del vicino ma non la trave nel proprio. Gli interventi del ministro nei confronti degli avversari o di chi semplicemente dissente hanno sempre un tono sprezzante: si possono accettare quando a usarli è un leader di partito, ma non quando caratterizzano le dichiarazioni di un ministro, per giunta titolare di una poltrona delicatissima come quella dell’Interno.
Salvini avrebbe dovuto ascoltare un po’ di più il suo collega Roberto Maroni che al Viminale lo ha preceduto e conosce bene le dinamiche del ruolo, la delicatezza dei meccanismi, gli equilibri sottili che regolano i rapporti tra organismi dello Stato. Può anche sostenere che lui dopo aver parlato di prima mattina con il capo della polizia si sente libero un minuto dopo di fare gli elogi ai poliziotti che hanno portato a termine l’operazione. Ma a parte il fatto che gli encomi si possono distribuire anche privatamente (mentre il suo tweet aveva tutta l’aria di una informativa pubblica), non può sorvolare sul fatto che il titolare delle indagini è sempre il magistrato.
Maroni provò a spiegare che i due ruoli, capo politico e ministro dell’Interno, tendevano a entrare in conflitto. Questo rischio avrebbe dovuto consigliare al leader leghista maggiore prudenza almeno nell’uso del linguaggio. Il ministro dell’Interno alle sue dipendenze ha le forze dell’ordine, titolari in democrazia del monopolio della forza: da lui tutti si devono sentire garantiti. Ma è difficile che possa riuscirvi sottolineando in maniera sprezzante ogni diversità di opinione: per questa strada resterà sempre il ministro dei cinque milioni e settecentomila italiani che lo hanno votato (cioè il 12,5 per cento del corpo elettorale) mentre per larga parte dei rimanenti 44 milioni e mezzo finirà per rimanere un avversario da cui guardarsi le spalle in quanto titolare di un grande e tremendo potere. Nel momento in cui mette la funzione pubblica al servizio di quella politica l’inevitabile conseguenza è la dura polemica degli avversari (sino all’insulto) e la profonda e infastidita diffidenza di molti cittadini. In qualche maniera Salvini sottolinea la contraddizione più evidente di un governo che sembra quotidianamente allenarsi allo showdown elettorale.

Nuovo conflitto post Berlusconi

Tutto questo, però, determina uno stravolgimento dei ruoli, il continuo conflitto con la magistratura (problema che sembrava superato con l’eclissi di Berlusconi) e una tensione crescente trasmessa al corpo vivo della società. Armando Spataro non rientra certo in quel gruppo di magistrati loquaci e presenzialisti che sembrano intenti a istruire processi più sui media che nelle aule dei tribunali. Alla discrezione professionale è stato educato dal padre che a Taranto faceva lo stesso mestiere del figlio rientrando a pieno titolo fra quei giudici che, come si diceva un tempo, parlavano solo con le sentenze. Non un personaggio ma un serio professionista catapultato molto giovane nella Milano degli “Anni di piombo” da cui si tenevano alla larga molti dei colleghi di più lunga militanza consapevoli dei rischi che da quelle parti si correvano. Con le sue inchieste sul terrorismo rosso ha difeso la democrazia consentendo a questa nuova classe dirigente di ereditarla ancora intatta. Il ministro dell’Interno che crede tanto nell’ordine e nelle regole dovrebbe solo ringraziarlo, non spingerlo verso il pensionamento.

Quando i tweettava Alfano

La polemica, d’altronde, appare veramente strumentale. Le parole volano ma molto spesso atterrano e si parcheggiano in archivio. Ecco un esempio: “Un ministro dell’Interno che twitta su indagini in corso non merita neppure un commento. Il fatto in sé la dice tutta su quel personaggio lì”. Il personaggio in questione è Angelino Alfano. L’autore del commento è Matteo Salvini in veste di capo della Lega. Era il 2014 e il ministro dell’interno dell’epoca sempre per motivi propagandistici si era affrettato a far sapere che era stato arrestato Massimo Bossetti nell’ambito dell’indagine sull’uccisione di Yara Gambirasio. I magistrati inquirenti insorsero usando più o meno le medesime motivazioni che sono state utilizzate proprio da Spataro: intempestività della comunicazione, pericoli per la prosecuzione dell’indagine, lesione delle garanzie a favore dell’imputato. Problemi che il Salvini capo della Lega condivideva nel momento in cui si trattava di criticare un avversario politico. Cosa è cambiato?

Fratello Rixi

Sostanzialmente nulla. Forse la differenza vera va ricercata altrove, in quel che è avvenuto un paio di anni fa a Collegno. Congresso regionale del partito, prende la parola il segretario: “Se so che qualcuno nella Lega sbaglia, sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana. Si preoccupi piuttosto della mafia e della camorra che sono arrivate al Nord”. Edoardo Rixi è oggi parlamentare della Lega e vice-ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Era inquisito per la “rimborsopoli” ligure e la cosa a Salvini non era andata giù.
Le parole che il leader leghista avrebbe pronunciato in quella sede, finirono sui giornali e dato che esiste l’obbligo dell’azione penale in presenza di una notizia di reato, Spataro provvide ad avviare l’indagine per vilipendio dell’ordine giudiziario, articolo 290 del codice penale (multa da mille a cinquemila euro). Da quel momento il rapporto tra l’attuale ministro dell’Interno e la magistratura è diventato incandescente. Non a caso qualche tempo dopo ribadì i concetti di Collegno: “Come è ovvio, per fortuna, ci sono tanti giudici che fanno bene il loro lavoro: penso a chi è in prima linea contro mafia, camorra e ‘ndrangheta. Purtroppo è anche vero che ci sono giudici che lavorano molto meno, che fanno politica, che indagano a senso unico e che rilasciano pericolosi delinquenti. Finché la magistratura italiana non farà pulizia e chiarezza al suo interno, l’Italia non sarà mai un Paese normale”. Quando è stato inquisito per la vicenda della Diciotti, nel corso della solita diretta Facebook tuonò: “Un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato con la differenza che questo ministro è stato eletto da voi che gli avete chiesto di limitare gli sbarchi e di espellere i clandestini”.
Una visione evidentemente un po’ fantasiosa dell’equilibrio di poteri, dei ruoli e delle funzioni. Perché tanto per cominciare i cittadini eleggono i parlamentari non il ministro. Ma soprattutto non gli consegnano un mandato che eventualmente lo svincola dal rispetto delle regole. Nella querelle sulla chiusura dei porti fu proprio Spataro a ricordargliene una: la convenzione di Ginevra del 1951. Più recentemente il procuratore torinese non ha mancato di sollevare dubbi di costituzionalità sul decreto sicurezza. Ma esprimere valutazioni su materie che riguardano il diritto rientra nei compiti di un magistrato: non si tratta di politica, ma di libera espressione del pensiero su questioni che attengono all’attività professionale. Poi se per Salvini sono “buoni” solo i magistrati che si occupano di mafia e ‘ndrangheta, allora dovrebbe chiedere a Spataro di allungare ulteriormente la sua carriera visto che dal ‘91 al ‘98 ha fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia.

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