Esteri Politica

L’uomo forte nelle diverse declinazioni

Orban in Ungheria, Putin in Russia, Trump negli Usa e Bolsonaro in Brasile. Le tentazioni italiane
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di Antonio Maglie

Il nome ricorda un grande calciatore degli anni Sessanta, protagonista dei trionfi dell’Inter euromondiale: Jair. Il cognome, al contrario, identificando il personaggio dà corpo a demoni che il Brasile sembrava aver esorcizzato poco più di una trentina di anni fa: Bolsonaro. Roba lontana, si dirà traendo conforto da questo aspetto meramente geografico. Se non fosse che l’inquietudine socio-politica non ha confini.

Le nostalgie
di Bolsonaro

L’uomo che ha ottenuto al primo turno delle presidenziali il 46 per cento dei consensi non fa mistero di nutrire una certa nostalgia per i tempi della dittatura quando frequentava l’Academia Militar del Aghulas Negras, servendo prima nei parà e poi negli artiglieri. Vuole reintrodurre la pena di morte e nel frattempo ha scelto come vice un generale in pensione, Antonio Hamilton Mourao.
Bolsonaro, definito un “sovranista” con terminologia moderna, ma forse addirittura troppo pacata per un nostalgico della tortura, cavallo di battaglia dei militari che tennero in pugno il Paese sino alla metà degli anni Ottanta, forse versando qualche goccia di sangue in meno rispetto ai colleghi cileni e argentini, ma non per questo da considerare benefattori dell’umanità, interpreta un umore nero che circola nel mondo e che si trasforma in una drastica critica (se non proprio in una condanna) per la democrazia liberale come la conosciamo da quando è nata, basata sui principi della rappresentatività e della divisione (nonché bilanciamento) dei poteri.

Le declinazioni
dell’“uomo forte”

La voglia dell’“uomo forte” trova forme diverse di declinazione.
Producendo stranissime contraddizioni. Da un lato la simpatia per quello che qualche decennio fa avremmo evocato come l’Uomo della Provvidenza, dall’altro l’idea che sia più semplice ed efficiente realizzare la democrazia attraverso la voce di un solo capo ispirato da un sistema di democrazia diretta i cui contorni restano al momento indefiniti e inafferrabili. Il corollario, in una articolazione ideologica non particolarmente sofisticata, è ovviamente “l’unità del popolo”, depositario di tutte le virtù. Ma come soggetto unitario il popolo non esiste, né di converso può esistere un Capo che con la sua sola voce riesca a unificare le voci di tutti. Era il senso della democrazia rappresentativa, quell’esercizio di pazienza di cui ha spesso parlato Norberto Bobbio perché alla fine la voce del popolo è quella di una moltitudine di individui che va “mediata” e indirizzata verso il bene comune.
Siamo tutti nella stessa barca, ma ognuno col proprio bagaglio. Ad esempio: si parla tanto del condono così caro a Matteo Salvini. Si fa spesso riferimento al “popolo delle partite Iva”, ma si sorvola su quello delle “ritenute alla fonte”, che poi manda in larga parte avanti il Paese versando l’Irpef sino all’ultima goccia di sudore insanguinato. Tra chi accederà a quel condono ci sarà anche qualcuno che non ha pagato per necessità, ma anche tanti che non lo hanno fatto con l’obiettivo di arricchirsi un po’ di più (i Panama Papers erano pieni di nomi sconosciuti, praticamente vicini di casa). Orbene, gli esponenti del “popolo della ritenuta alla fonte” (tra i quali i pensionati, compresi quelli da cinquemila euro netti che pagano le tasse ma saranno costretti da Di Maio a rinunciare a qualcosa mentre dall’altra parte verranno omaggiati alcuni evasori) potranno mai sentirsi solidali e parlare con la stessa voce di chi le tasse decide di pagarle solo quando lo Stato fa i saldi di fine stagione? Ci possono essere strumenti di democrazia diretta (referendum e leggi di iniziativa popolare) ma l’illusione dell’ “uno vale uno” lasciamola a Beppe Grillo che, peraltro, era il primo a non prestarvi fede visto che poi decideva tutto lui.

Le sottovalutazioni
della democrazia

La fascinazione per l’uomo forte è cresciuta nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto ricordarsi di quel che diceva Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo fatta eccezione per tutte le altre che si sono state sperimentate sino ad ora”. Troppo tardi, ad esempio, il Partito Popolare si è reso conto della pericolosità dei batteri che metteva in circolo Viktor Orban. Con disinteresse gli italiani, che hanno un rapporto più lungo e (si spera) solido con la democrazia, hanno seguito i viaggi di quei politici che hanno fatto a gara per stringere la mano all’ungherese o quasi trasformato Putin in un campione dei diritti civili.

Governo gialloverde
e fusioni di due elettori

Da quando è nato l’attuale governo si cerca lo spazio in cui i due elettorati si sono saldati. Certo non nei programmi: diversi (liberista quello della Lega, onnicomprensivo quello del M5s); certo non nell’ideologia (scarna quella di Salvini; multiforme quella di Di Maio). Ma è proprio nella critica alla democrazia liberale (in parte fondata) che i due elettorati si avvicinano e si “abbracciano”. Con sfumature diverse e accenni preoccupanti. Lo ha spiegato analizzando i risultati del voto dello scorso 4 marzo, Fabio Bordignon in un libro scritto insieme a Luigi Ceccarini e Ilvo Diamanti (“Le divergenze parallele”, Laterza). Un sondaggio realizzato da Demos-LaPolis ha spiegato due cose. La prima: è ampia l’area di chi ritiene che la democrazia possa fare a meno dei partiti (52 per cento cinquestelle e 48 Lega). La seconda: è ancora più vasta la sintonia sulla necessità di un uomo forte alla guida dell’Italia (86 per cento Lega e 57 cinquestelle).
Tante le motivazioni usate per giustificare questa spinta. La corruzione che in Brasile ha spedito in galera un ex presidente (Lula), messo in stato d’accusa un secondo (Dilma Rousseff) e visto il terzo, che aveva vestito i panni del moralizzatore (Temer), venir travolto dagli scandali. Spesso viene invocata la paura che può valere per il Paese sudamericano con i suoi 63 mila omicidi nel 2017, ma molto meno per l’Italia al 170° posto per questo tipo di reato nella classifica mondiale (192 stati), avendo davanti nazioni guidate proprio da “uomini forti” (Russia, Turchia, Stati Uniti e Ungheria). Ma forse l’insoddisfazione è cresciuta in maniera direttamente proporzionale all’impoverimento della classe media, cioè quel pezzo estremamente ampio di popolazione, vera e propria architrave dei moderni sistemi democratici, simbolo e testimonianza del benessere diffuso. Era in fondo questo il motivo di maggior fascino del modello americano, che ora non esiste più e che nel mondo multilaterale non ha trovato credibili sostituti.

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