Economia

Lavoro vo cercando

di Sandro Roazzi

L’occupazione è stazionaria nel primo trimestre del 2018, mentre rallenta la crescita. Questa la fotografia poco esaltante scattata dall’Istat, che è anche una chiamata al lavoro per il nuovo Governo. Si conferma una situazione di attesa nella quale è possibile notare un relativo dinamismo del lavoro giovanile (per lo più precario…) e nel Sud che però sconta il tradizionale gap con il resto del Paese. Ma i veri nodi sono altrove e di non facile soluzione. Nel primo trimestre di quest’anno, rispetto al precedente, il lavoro a termine sale di 69mila unità mentre quello a tempo indeterminato scende di 23mila. E non è la prima volta. Questo scenario, se da un lato suggerisce l’impressione di un fallimento del Jobs act, dall’altro ci ricorda che il rimedio non potrà venire da politiche assistenziali o solamente da un taglio delle tasse per incoraggiare ad assumere in pianta stabile.
Un certo miglioramento della realtà del lavoro potrebbe desumersi dal fatto che nel regno della precarietà sono cresciute le posizioni lavorative a tempo pieno rispetto a quelle a tempo parziale.
Ma se poi si osserva l’andamento delle ore lavorate per dipendente si constata che esso è in calo dello 0,5%. Insomma si continua a redistribuire il lavoro che c’è già, e questo è il secondo nodo legato alle caratteristiche della nostra lenta crescita.
Si aggiunga il fatto che il lavoro dipendente cala di 37mila unità sul piano congiunturale, allungando una deriva allarmante di cui finora nessuno si è occupato realmente. I lavoratori autonomi si preferisce blandirli, ma a quanto pare le strizzate d’occhio dei vari Governi non hanno frenato la caduta occupazionale in questa vasta area economica.
Per di più resta inalterata la dinamica salariale, senza quelle impennate che favorirebbero un migliore trend dei consumi e dell’inflazione allontanandoci dai rischi di stagnazione. L’erosione del lavoro a tempo indeterminato, inoltre, non richiama solo l’attenzione sui ritmi della ripresa economica, ma anche sui mutamenti in atto nella vita economica e del lavoro nel corso di quella che viene chiamata da tempo quarta rivoluzione industriale. E che avanza accompagnata da crescenti fattori di instabilità, dai dazi di Donald Trump alle inevitabili prospettive di aumento dei tassi dopo la fine del Quantitative Easing della Bce. Certo oggi abbiamo ancora quasi 15 milioni di lavoratori dipendenti “stabili” contro poco meno di tre milioni a termine. Ma anche il concetto di stabilità è destinato a cambiare, e già sta cambiando, diventando assai più legato alle professionalità dei lavoratori che al posto di lavoro in quanto tale. Insomma l’Italia resta in bilico e la sua forza viene tuttora dal passato che è riuscita a costruire, il domani invece appare come una nebulosa da diradare, potenzialmente piena di rischi.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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