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Juncker e Draghi aprono la campagna elettorale

Il presidente della Bce e della Commissione europea, Mario Draghi e Jean Claude Juncker
Il numero uno della Commissione intona il ‘mea culpa’ sull’austerità, il capo Bce chiede l’impegno pro Ue. Retroscena: dietro il ‘fermo’ di Fca sul piano da 5 miliardi c’è una richiesta snobbata dal Governo
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di Sandro Roazzi

 

Più che l’anniversario dell’euro sembrava essere all’apertura della campagna elettorale per le elezioni europee di maggio. Junker e Draghi per una volta sono apparsi come due facce della stessa medaglia: l’Europa dell’euro in cerca di nuove certezze, mentre cerca di evitare divisioni più profonde.

 

Juncker ammette gli errori, Draghi dal canto suo elogia la capacità di reazione degli europei. Ma le incognite che si intravedono dietro i loro discorsi sono parecchie, compreso il destino della Brexit. Rallentamento economico e la ricomparsa dello scontro sociale e della violenza nel Vecchio Continente sono qualcosa più che un segnale d’allarme.

 

Così in occasione del ventesimo anniversario dell’euro si dividono i compiti: Junker fa autocritica per una austerità avventata durante la recessione e sulla poca solidarietà con i greci, Draghi offre la chiave di lettura per l’immediato futuro quando parla della necessità di un “impegno politico permanente per l’Europa”, velata critica ai nazionalismi riemergenti, come pure ai vuoti di strategia politica degli attuali gruppi dirigenti e delle loro tradizionali forze politiche nei riguardi dei sovranisti. E bandendo ogni pessimismo dichiara che l’euro oggi è più forte e condiviso dai cittadini europei, mentre gli occupati sono 9,6 milioni in più rispetto a metà del 2013, il livello più basso della passata recessione.

 

Naturalmente non minimizza il rallentamento economico in atto, che va fronteggiato: “non c’è spazio per compiacimenti, un significativo ammontare di stimolo monetario è tuttora necessario per sostenere l’ulteriore aumento delle pressioni dei prezzi interni e gli sviluppi dell’inflazione complessiva nel medio termine”. Quasi un ritorno alle origini dei compiti della Bce come baluardo antinflazione, che oggi viene buono per offrire una sponda ai tentativi di evitare una incombente stagnazione attraverso lo stimolo monetario che potrebbe indurre gli investitori a puntare i titoli pubblici.

 

Che il rallentamento ci sia lo si capisce dal Pil tedesco, in decelerazione nel 2018 all’1,5% (nei due anni precedenti era al 2,2%), anche se il surplus di bilancio è da record e tocca i 59,2 miliardi di euro. Questo dato ricorda le contraddizioni nelle quali versa la gestione delle regole dell’Unione, intransigente con i Paesi più deboli, permissiva con le performance di quelli più forti.

 

Ed il richiamo di Juncker alla Grecia lasciata sola dall’area euro, troppo tardivo in verità  per essere del tutto convincente, è anche un’esplicita confessione della subordinazione ai dettami del Fondo monetario internazionale (Fmi) ed un implicito richiamo al ruolo tedesco improntato ad una egemonia di fatto con i quali oggi la politica europea deve fare i conti: non solo per le conseguenze della crisi greca, ma anche per il ruolo avuto nella nascita dei sovranismi che hanno attecchito nei Paesi che hanno beneficiato dell’allargamento europeo.

 

Siamo solo agli inizi. Come pure per le polemiche che dall’Italia vedono impegnati in un fuoco incrociato vari ministri del Governo gialloverde: Di Maio giudica le ammissioni di Junker solo delle lacrime di coccodrillo, Salvini se la prende con l’“atteggiamento prevaricatore della vigilanza Bce sulle nostre banche” (leggi Mps…), conferma del fatto che “l’Unione bancaria voluta dalla Ue e votata dal Pd …causa instabilità”. Infine Tria ammonisce: “l’Unione europea rischia il collasso se alimenta le divergenze, invece che le convergenze”.

 

Magari non guasterebbe dare un’occhiata anche al nuovo record del debito pubblico che, secondo Bankitalia a novembre tocca la cifra di 2.345,3 miliardi di euro, con un aumento di circa 10 miliardi rispetto ad ottobre. Salgono anche le entrate tributarie nei primi 11 mesi del 2018 arrivando a 378,7 miliardi. Se non altro per l’impegno preso ad invertire la rotta nel 2019, per non rischiare di essere eternamente sotto esame.

 

Ma i problemi non arrivano solo dai conti pubblici, in pista c’è anche la sorte dell’economia reale.

Continua a fare scalpore la presa di posizione dei vertici di Fca circa l’intenzione di rimodulare il piano di investimenti da 5 miliardi per l’Italia fino al 2022, se l’ecotassa resterà tale. A quanto si dice Fca avrebbe espresso le sue preoccupazioni al Governo, che però ha modificato solo in parte la norma, lasciando insoddisfatta Fca che teme vantaggi competitivi non colmabili con la produzione di auto elettriche cino-giapponese, già ben più avanti.

 

La richiesta di Fca era quella di dotare fin dal 2019 delle infrastrutture necessarie il Paese (leggi le famose colonnine elettriche…) che invece dovranno attendere tempi migliori, con il rischio che finiscano nel dimenticatoio.

 

L’altolà dei sindacati non si è fatto attendere, anche se poi chiedono al Governo di non stare a guardare, come se fosse poco interessato alla vicenda. “Si possono comprendere le ragioni di Fca, ma quel che non va è che cambi la valutazione sugli investimenti nel giro di poco tempo, creando condizioni di incertezza che non sono accettabili”, sostiene Roberto Di Maulo della Fismic. Al di là degli allarmi contingenti il rischio davvero temuto è che senza una linea chiara del Governo possa venire messo in pericolo un altro segmento importante dell’industria italiana, come l’auto ed il suo indotto. Senza contare che Fca, sempre più ‘made in Usa’ e che non risponde più alle regole della Confindustria italiana, dalla quale è uscita da tempo, ogni qualvolta esprime perplessità richiama i comportamenti delle grandi multinazionali nel mondo. Che non di rado, si sa, sono assai avare di ‘cuore’.

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