Finanza

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori… e risparmiatori

Il debito pubblico galoppa, ma le famiglie continuano ad accumulare ricchezza, anche se il salvadanaio è cambiato
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di Antonio Maglie

Le famiglie italiane sono oculate al contrario della Famiglia Italia che non mostra analoga occortezza. Il Paese sembra quasi affetto da bipolarismo socio-economico: nel privato tende a ridurre l’indebitamento, nel pubblico lo accetta con lievità d’animo. Potrebbe essere anche questo un aspetto di quella tendenza nazionale a considerare la cosa collettiva proprietà più che di tutti, di nessuno; al contrario di quella individuale che un padrone ce l’ha sicuramente.

Risparmiatori da Oscar

I “sintomi” di questa sorta di bipolarismo emergono dai confronti internazionali. La Banca d’Italia ci offre un esauriente spaccato in un “Occasional papers” dal titolo significativo: “La ricchezza delle famiglie italiane in sintesi: l’Italia e il confronto internazionale”. Gli autori, Diego Caprara, Riccardo De Bonis e Luigi Infante, concludono l’analisi con una sottolineatura che in qualche maniera dovrebbe riempirci d’orgoglio: “Dalla fine degli anni Novanta, il rapporto tra passività delle famiglie e reddito disponibile è cresciuto in tutti i paesi, ad eccezione di Germania e Giappone: l’aumento è stato particolarmente forte in Spagna, Canada, Regno Unito e Stati Uniti. L’Italia ha il livello più basso nel confronto internazionale”. Insomma, se ci fosse un oscar per l’oculatezza (lo si potrebbe proporre all’Academy of Motion Picture Art and Sciences), le famiglie italiane lo vincerebbero.
Quando Paolo Savona sottolinea la presenza nei nostri dati economici di un bicchiere mezzo pieno che andrebbe tenuto in considerazione quando si valuta il rischio-Paese, svela una realtà che i numeri illustrano in maniera inequivocabile. La crisi ha frenato la propensione al risparmio, le difficoltà ci hanno impedito di recuperare i livelli acquisiti prima dell’esplosione di Lehman Brothers, ma ciò non toglie che l’Italia possa contare su una ricchezza privata che sfiora gli undicimila miliardi (6.300 di ricchezza reale, immobili in particolare, e 4.400 miliardi di ricchezza finanziaria), gravata da un fardello debitorio che non supera i 900 miliardi, il più basso in assoluto nel mondo.

Il debito pubblico galoppa

Di converso, il nostro debito pubblico macina primati su primati giungendo alla cifra attuale (giugno 2018) di 2.323 miliardi e 643 milioni di euro, cioè il 133,1 per cento del Pil.
Se da un lato lo Stato non appare in grado di fermare quella corsa al rialzo (in parte determinata da uno costo della crisi sostanzialmente incomprimibile, soprattutto nella coda per noi più traumatica della catastrofe dei debiti sovrani esplosa nel 2011 con il travolgente innalzamento dello spread e la conseguente uscita di scena del governo Berlusconi-Tremonti), le famiglie italiane riuscono a mantenere in equilibrio il rapporto privato tra debito e reddito disponibile. Certo, la crescita limitata degli stipendi che non riguarda gli ultimi anni ma comincia già nella seconda metà dei Novanta a cui si sono poi aggiunte le incertezze dell’ultimo decennio, hanno sicuramente incrinato un equilibrio che sino al 1995 era decisamente più favorevole. Negli anni Cinquanta, infatti, i debiti familiari rispetto al reddito disponibile si fermavano a una percentuale irrilevante per arrivare nel 1995 al trentasei per cento e salire ancora di più nei tempi recenti (80 per cento nel 2017).

Il confronto col mondo

Un più che raddoppio che non può confortarci, ma che ha seguito un andamento meno traumatico rispetto a quello registrato in altri Paesi. In Spagna, sottolinea lo studio, le passività sono passate da un tranquillizzante 45 per cento del 1995 a un preoccupante 145 per cento nel 2007, per poi contrarsi proprio nella fase più calda della crisi; andamento simile in Gran Bretagna e Stati Uniti. Sono cresciute notevolmente in Francia e soprattutto in Canada dove sfiorano il 170 per cento. La sintesi fornita dai tre ricercatori relativamente alle dimensioni della nostra robustezza economica, è semplice: “Alla fine del 2017 si stima che la ricchezza reale lorda era 5,5 volte il reddito disponibile, con le abitazioni che contavano per 4,6 volte. La ricchezza finanziaria era 3,8 volte il reddito disponibile. La ricchezza totale lorda delle famiglie era quindi circa 9,3 volte il reddito disponibile e la ricchezza totale netta 8,5 volte”.

Cambia il salvadanaio

La composizione di questa ricchezza (la somma tra attività reali e finanziarie) nel tempo è cambiata, seguendo la trasformazione socio-economica del Paese, ma anche i mutamenti internazionali. La finanziarizzazione ha progressivamente avvicinato l’Italia agli altri paesi industrialmente avanzati. Anche se poi le vicende dei primi diciotto anni di questo nuovo millennio hanno prodotto dei repentini cambi di marcia. Negli anni Cinquanta quando l’Italia era ancora un paese agricolo, la ricchezza reale era sei volte il reddito disponibile mentre le attività finanziarie non riuscivano a pareggiarla. Oggi le due ricchezze sono più equilibrate. Le attività reali esprimono sempre un valore superiore (in cifre assolute, 1.900 miliardi in più) confermando una tendenza che è tipica del nostro Paese (notoriamente affezionato al mattone, considerato un primario “bene rifugio”). Eppure c’è stato un momento in cui le parti si sono invertite: nella seconda metà degli anni Novanta con il boom borsistico della “net economy”. L’esplosione della “bolla” non frenò la crescita che, dicono i ricercatori, è continuata “fino al 2006”. Poi, però, “la crisi finanziaria globale e quella dei debiti sovrani” l’hanno interrotta “e la ripresa dopo il 2011” non ha ancora favorito il recupero dei “valori pre-crisi”. Invece “il rapporto tra ricchezza reale e reddito disponibile è cresciuto fino al 2012, per poi diminuire per effetto della discesa dei prezzi delle case”.
La crisi ha evidentemente inciso sulla composizione della ricchezza finanziaria che oggi è così composta: 31 per cento depositi, 7 per cento titoli (in ribasso nelle preferenze degli italiani), 24 per cento azioni e partecipazioni(soprattutto di società non quotate visto la passione per il “piccolo è bello”), 12 per cento fondi comuni e, in grande crescita, 23 per cento, riserve assicurative e fondi pensioni (nei momenti di incertezza si tende ad aprire qualche paracadute). Nella ricchezza finanziaria, in generale, a farla da padrone è il risparmio gestito: 35 per cento del portafoglio delle famiglie italiane.

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