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Industria giù. E il sovranismo è in agguato

Operaio al lavoro in un'industria automoblistica
Industria, a novembre -2,6% il tendenziale. Il 60 per cento dell’indotto auto tedesco è in Italia, se fanno i sovranisti (“prima i tedeschi”9 e lo riportano a casa, magari per sostenere produzione e occupazione nei land dell’ex Ddr davanti ai rischi di recessione, per noi sono guai seri. La recessione potrebbe mutare il quadro politico italiano. Ecco i piani, ma c’è ...’l’inciampo’ Renzi
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di Sandro Roazzi

 

Sovranismi alle prova del rischio recessione. Come in Europa, la produzione industriale anche in Italia mostra netti segni di cedimento. A novembre 2018 l’indice tendenziale cala del 2.6%. Peggio, molto peggio il settore dell’auto che sfiora il -19%. Produzione giù che incide per vari motivi in particolare sul nord industriale ed è da vedere se la profezia del ministro dello Sviluppo economico Di Maio circa un possibile nuovo…miracolo economico (digitale) possa rasserenare gli inquieti animi degli imprenditori.

Per ora l’Istat scuote la testa e rileva che “l’attuale fase di debolezza del ciclo economico italiano potrebbe proseguire anche nei prossimi mesi, alla luce della nuova flessione dell’indicatore anticipatore”, mentre peggiora la fiducia delle imprese e tra i consumatori rifà capolino l’allarme disoccupazione. Più pacato il premier Conte, che si limita ad osservare che “era un dato atteso, come in Europa”, sulla linea di quella accortezza che sembra essere ben considerata anche dal Colle.

 

In realtà il richiamo al sovranismo riguarda la tentazione in atto nell’economia europea a fare sempre più ognuno per proprio conto, mentre tutti però rischiano di scivolare verso una stagnazione che sembra anticipare proprio venti recessivi. Ed è solo uno dei paradossi europei.

 

Non può meravigliare il crollo del mercato dell’auto, in decelerazione da mesi dopo che si è determinato un gigantesco ricambio del parco automobilistico da un lato e mentre si scontano i limiti posti dai dazi, nonché la fase di transizione verso le nuove tecnologie della quale sta facendo le maggiori spese il diesel.

 

Per quanto ci riguarda le conseguenze di un certo sovranismo che privilegia gli interessi nazionali in economia, specie quando le cose si mettono al brutto, potrebbero essere assai gravi: si pensi che il 60% dell’indotto del settore auto tedesco dipende dal lavoro delle imprese italiane, nord-est ma non solo. Stiamo parlando di un segmento quanto mai dinamico del nostro apparato industriale. Non poche di esse, va ricordato, lavorano per più dell’80% della loro attività per le case tedesche ed hanno già registrato cali di ordini notevoli, dipendenti dal fatto che l’indotto anche in Germania potrebbe finire per divenire soprattutto ‘domestico’ (prima i…tedeschi) nelle realtà meno sviluppate di quel Paese, vale a dire l’Est ex comunista.

Parare il colpo si può, ma con la riconsiderazione circa la necessità di dotarsi anche in Italia di una vera e forte politica industriale, termine che al momento appare solo come una vuota invocazione in un Paese che affida le sue sorti al manifatturiero…

 

L’eventuale gelata economica alle viste potrebbe inoltre costringere, se non corretta in tempo, a rivedere le stesse stime su crescita e deficit e c’è già chi si esercita in simulazioni tutt’altro che tranquillizzanti anche per le conseguenze politiche.

 

Per ora al Governo giunge una …voce amica: quella del Governatore della Banca d’Italia, che asseconda l’operato verso le banche (leggi Carige) in difficoltà anche attraverso interventi diretti che scongiurino conseguenze peggiori: “Il rischio di un’assunzione pubblica di responsabilità nell’attività creditizia va corso per sventarne altri ben più gravi”. Ovvero…pragmatismo, come del resto fu usato negli Stati Uniti, regno del mercato, ed in Europa, negli anni scorsi.

 

Certo, i dati negativi dell’industria non sono un buon viatico per il Governo e non solo per il presumibile aumento del malcontento fra gli industriali, ma anche per le questioni aperte a partire dalla Tav, che potrebbe fare al Nord da collettore di un clima di forte insoddisfazione di cui la Lega rischia di essere il bersaglio preferito. Il referendum ventilato da Salvini potrebbe rinviare la questione, ma forse non placare i malumori. E comunque si trova a fare i conti con il ‘no’ di Di Maio.

 

Ora tutto sembra fare problema, dal disegno di legge sulla cannabis al decreto su reddito e pensioni ‘protetto’ dalla sorniona affermazione del premier Conte, secondo il quale il tempo in più servirà a “fare bene le cose”.

Decreto la cui sorte definitiva potrebbe somigliare a quella dello sterminato maxiemendamento della legge di Bilancio (che potrebbe invecchiare rapidamente visto il…cielo economico sempre più grigio), arrivata solo al termine del dibattito parlamentare. In essa dovrebbe trovar posto, alla fine di febbraio si presume, anche la riorganizzazione dell’Inps con l’arrivo del nuovo presidente (forse una donna) e poi la nomina del Cda.

 

Ma è lo scenario politico a farsi sempre più imprevedibile. L’emersione di Conte nel ruolo di protagonista ha avuto l’effetto di allarmare il centrodestra a trazione leghista, perché andando oltre il ruolo di mediatore Conte amplifica i margini di manovra politica dei pentastellati, anche in considerazione di un’eventuale futura rotta di collisione proprio con Salvini.

 

Posto che di elezioni non se ne parla e che neppure i Governi tecnici appaiono un’ipotesi credibile in caso di crisi, non si può escludere che le frizioni di questo periodo nella maggioranza, finendo per tradursi in un rischio di logoramento per tutti, ma più che mai per il protagonista più…temuto, vale a dire il leader della Lega, possano accelerare lo stato di separati in casa degli azionisti di maggioranza del Governo gialloverde. Le elezioni regionali e comunali di questo primo scorcio del 2019 potranno offrire prime interpretazioni più concrete sulla possibile evoluzione del quadro politico.

 

Ma se le divisioni proseguissero, viste le differenze politiche emerse e le difficoltà economiche che aggravano lo stato del Paese, non è difficile immaginare che si passerà con ogni probabilità al vaglio di qualche alternativa da poter esaminare senza piombare nell’immobilismo, mentre l’Europa va al voto e l’economia ha bisogno di mani sicure che la guidino. Ed allora di cosa di potrà discutere: di un rimpasto dell’attuale compagine per presentarsi all’appuntamento del voto europeo senza troppe delusioni da tacitare, o, forse, un qualche fatto nuovo?. Quest’ultima opzione, per ora inattuale anzi fantapolitica, non potrebbe che affidare temporaneamente le sorti del Paese ad un Governo non guidato dal solito tecnico di grido…, ma da un affidabile ‘civil servant’ che abbia voce in capitolo in Europa e di conseguenza sia espressione della fiducia dell’Istituzione che gode di rispetto e stima nelle capitali europee, vale a dire il Quirinale.

Ovviamente occorrerebbe, sempre per proseguire in illazioni non certo all’ordine del giorno, un appoggio in Parlamento che non potrebbe certo provenire dal centrodestra, ma piuttosto dovrebbe guardare a convergenze fra l’area Cinquestelle orientata a sinistra e un Pd liberatosi del congresso (ma Renzi…permettendo, considerando la sua attuale forza parlamentare).

E proprio Renzi sarebbe, a quel che si mormora, l’esponente politico che più irriterebbe per la sua imprevedibilità chi comincia a ragionare su eventualità del genere.

 

Poche settimane fa tutta questa ‘immaginazione’ sarebbe stata spazzata via da una stretta di mano calorosa fra Conte, Di Maio e Salvini, ma quel tempo sembrerebbe archiviato. Sembrerebbe.

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