Politica

Imitare il piano Hartz? Meglio di no

Luigi Di Maio è volato lunedì a Berlino per illustrare il pezzo della manovra finanziaria che lo tocca più direttamente: l'introduzione del cosiddetto reddito di cittadinanza (cosiddetto perché non è più tale avendo perduto i caratteri universalistici ed avendo assunto quelli di un reddito minimo).
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di Antonio Maglie

È evidente che l’obiettivo non era tanto quello di spiegare i provvedimenti allo studio (al momento ancora un po’ fumosi) quanto quello di tranquillizzare la cancelleria europea più potente (nonostante le difficoltà attuali della Merkel). Di Maio doveva soprattutto convincere i ‘virtuosi’ tedeschi che la sua ‘creatura’ non è figlia delle inclinazioni assistenzialiste dei ‘viziosi’ italici. Il vice-premier dice di esserci riuscito. Ora, però, si tratta di individuare quale sia la reale vocazione di questo provvedimento. Riformare il mercato del lavoro costruendo al contempo protezioni e percorsi per il reinserimento e la formazione continua? Offrire un minimo di aiuto a chi versa in condizioni di povertà? Tutte e due le cose? Al momento, la ratio ancora non è chiara anche perché da quando la proposta del reddito di cittadinanza è stata lanciata, ha subito numerosi e non secondari aggiornamenti. Se focalizziamo l’interesse sul mercato del lavoro, allora è legittimo chiedersi in quale misura i provvedimenti scaturiti dal piano Hartz che sembrano a questo punto fonte di ispirazione per il governo italiano, abbiano inciso positivamente sull’aumento dell’occupazione in Germania. Tempo fa la Fondazione Friedrich Hebert (legata alla Spd, cioè in sostanza al padre di quel processo riformistico, Gerhard Schroeder, nella foto a in alto destra) organizzò (insieme alla Fondazione Nenni e alla Uil) un seminario di studi sul welfare e sul mercato del lavoro.
Dall’università di Duisburg-Essen arrivò il professor Matthias Knuth dell’Institut Arbeit und Qualifikation il quale, sorprendendo un po’ tutti, fece una lunga relazione carica di accenti critici, cosa piuttosto insolita in un Paese come l’Italia in cui insieme ai limoni normalmente crescono gli intellettuali organici che erano considerati un tempo stretto appannaggio del Partito Comunista, ma che in questa fase politica fatta di tifoserie ultras che si confrontano quotidianamente, ormai sembrano equamente distribuiti tra le diverse parti in lotta. Knuth spiegò non solo il senso dei provvedimenti ma anche le motivazioni reali (che a noi italiani un po’ sfuggono) e gli effetti. Tanto per cominciare invitò i presenti a non prendere ad esempio il sistema messo a punto dalla Germania: “Le cose che vengono riprodotte in maniera identica non danno luogo agli stessi risultati”. Quindi a chi parlava di una riforma strutturale, replicava: “Noi, veramente, non la consideravamo tale”. Infine invitò a non utilizzare la definizione di reddito di cittadinanza perché tale non era tanto è vero che dalle sue parti preferivano parlare di “protezione sociale ultima”. Smontò anche l’idea che tutto fosse nato dalla necessità di garantire una tutela universalistica: “Basta leggere il documento di Blair e Schroeder del 1999 per rendersi conto che l’ideologia ispiratrice non era l’universalismo scandinavo ma più semplicemente quella neo-liberista”.
Le esigenze che hanno partorito quel sistema sono diverse da quelle che noi possiamo immaginare o che una pubblicistica incline alla mitizzazione ha voluto costruire. Tanto per cominciare, i sussidi non nascono dal nulla: ne esistevano di due tipi già prima del 2005 e quello a favore di chi perdeva il lavoro era anche più generoso dell’attuale. La Repubblica federale decise di cambiare registro per due motivi fondamentali. In primo luogo: il sussidio veniva finanziato dai comuni ma il processo di unificazione aveva portato a una crescita diseguale in termini numerici dei beneficiari con conseguenze devastanti sui bilanci municipali. In secondo luogo: le istituzioni locali non riuscivano a seguire i disoccupati nel percorso di reinserimento all’interno del mercato del lavoro non avendo i mezzi e le competenze necessarie. Il fatto che oggi la Germania abbia un tasso di disoccupazione molto basso (5,2, più o meno la metà di quello italiano) non deve, però, indurre alla beatificazione del modello. Perché? Perché nel frattempo taluni mutamenti sociali hanno accompagnato e, quindi, favorito il ‘successo’ del sistema. Tanto per cominciare, una riduzione della popolazione attiva che, automaticamente, porta a un ridimensionamento della disoccupazione. La demografia avrebbe dato una mano. In secondo luogo la trasformazione del mercato del lavoro sotto la spinta dei mini-job. La quantità di lavoro disponibile sul mercato pur aumentando di poco ha consentito l’assunzione di un maggior numero di persone attraverso la frammentazione delle competenze e delle funzioni.
Operazione resa possibile dai mini-job che consentono di guadagnare sino a 450 euro. Infine un limitato impatto sui disoccupati più sofferenti, quelli di lungo corso: il sistema riesce a ricollocarne appena un terzo. Un altro effetto collaterale non propriamente gradito riguarda la compressione dei salari perché se è vero che il sussidio non deve essere troppo alto per incoraggiare il beneficiario a trovare impiego, è anche vero che il meccanismo che porta alla sua perdita in caso di rifiuto del lavoro proposto, consente a chi offre un lavoro di farlo alle sue condizioni che economicamente non sono mai troppo generose. E, d’altro canto, i dati raccontano che: sotto Schroeder in cinque anni in Germania la quota di Pil destinata ai salari è diminuita di altrettanti punti; negli ultimi tempi qualcosa è stato recuperato soprattutto rispetto al 2007 (quando scese appena sotto il 54; nel 2016 risultava attestata poco sopra il 56); tra il 1996 e il 2007 a fronte di una crescita della produttività pari all’1,8 i salari reali hanno avuto un incremento dello 0,8. La conclusione di questi numeri l’ha tratta tempo fa il sociologo austriaco Klaus Dorre facendo notare come in Germania “la soglia di lavoratori a basso salario oscilla costantemente tra il 22 e il 24%”. Copiare è utile ma semmai sistemando ciò che non va nell’originale. Di Maio, poi, essendo di Pomigliano D’Arco sarà anche un po’ scaramantico: Gerhard Schroeder pagò a caro prezzo quella riforma.

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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