Chiesa Elezioni Politica

Il voto di castità dei cattolici in politica

Dal "sogno" del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo alle liti del family day: così la balena bianca naufraga in un vuoto di consensi e idee
Web Hosting

C’era una volta la democrazia cristiana. Due milioni di tesserati – il record, nel 1990 – ed esiti elettorali tali da avere garantito al partito che (ri)nasceva dalle ceneri del disciolto Partito popolare italiano la possibilità di gestire il potere e le coscienze italiane per oltre mezzo secolo.

Ecco, i 26 milioni di consensi della consultazione elettorale del 1976, oggi, per qualsiasi forza politica, sono una chimera.

A maggior ragione, lo sono per chi vorrebbe rialzare gli ideali e soprattutto coagulare “gli uomini liberi e forti” che don Luigi Sturzo chiamò a raccolta dall’albergo Santa Chiara di Roma il 18 gennaio del 1919. Oggi, il legame tra cattolicesimo e politica è questione di immagine sulla pubblica piazza, ma tema altamente divisivo se si analizzano i contenuti. Nonostante il voto dei cattolici continui- a modo suo – ad essere determinante.

Bibbie sventolate dai palchi dei comizi, devozioni per questo o quel santo ostentate in manifestazioni pubbliche, statue a favore di post sui social sono il chiaro tentativo di intercettare una fetta di pubblico-elettore facendo leva su una religiosità di pancia che però poco – o nulla – condivide col messaggio evangelico. La spettacolarizzazione della fede declinata a ricerca di consenso elettorale è la caccia a suon di spot dentro un elettorato fluido, spaesato e dunque facilmente condizionabile.

Così, il tema centrale dei contenuti ha lasciato spazio alla pubblicità di una fede che più che esperienza è espediente.

Il discorso diventa complicato – e divisivo – nel momento in cui i valori dovrebbero diventare cemento di un progetto politico. Soprattutto, le ferite diventano insanabili quando affiora la necessità di costruire una casa comune per i cattolici in politica.

I tentativi si rinnovano a cadenze costanti e intercettano le istanze che muovono dai mondi più variegati. Siano pezzi di sindacato, rappresentanti istituzionali, corpi intermedi: l’unità non si ritrova, neanche se “benedetta” da sigilli vaticani.

Sostiene la Dottrina sociale della Chiesa che “vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento più giusto e coerente con la dignità della persona umana”.

Si parla dunque di “coerente apporto” che non può prescindere dal magistero della Chiesa. Seppure in un’ottica di laicità, intesa come “rispetto della verità”. “Cercare sinceramente la verità, promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale – la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona – è diritto e dovere di tutti i membri di una comunità sociale e politica”.

La direzione indicata dalla Dottrina sociale è piuttosto chiara, come chiara è l’indicazione su una eventuale scelta di campo.

“Un ambito particolare di discernimento per i fedeli laici riguarda la scelta degli strumenti politici, ovvero l’adesione a un partito e alle altre espressioni della partecipazione politica. Bisogna operare una scelta coerente con i valori, tenendo conto delle effettive circostanze. In ogni caso, qualsiasi scelta va comunque radicata nella carità e protesa alla ricerca del bene comune. Le istanze della fede cristiana difficilmente sono rintracciabili in un’unica collocazione politica: pretendere che un partito o uno schieramento politico corrispondano completamente alle esigenze della fede e della vita cristiana ingenera equivoci pericolosi. Il cristiano non può trovare un partito pienamente rispondente alle esigenze etiche che nascono dalla fede e dall’appartenenza alla Chiesa: la sua adesione a uno schieramento politico non sarà mai ideologica, ma sempre critica, affinché il partito e il suo progetto politico siano stimolati a realizzare forme sempre più attente a ottenere il vero bene comune, ivi compreso il fine spirituale dell’uomo”.

È su questo punto che fino ad ora si è infranto il ritorno dei cattolici in politica: contaminare o essere contaminati? La questione è dirimente e dirompente ed ha generato “equivoci pericolosi”. Soprattutto, ha nebulizzato le istanze, producendo esperienze fino ad ora contraddittorie. E spesso fallimentari.

L’ultimo esperimento doveva prendere forma dal family day.

Dentro a quella esperienza si coagularono associazioni di ispirazione cattolica (il comitato Articolo 26, Difendiamo i nostri figli, il Forum delle associazioni famigliari) e gruppi religiosi come i neocatecumenali. Due esperienze significative – Roma, piazza san Giovanni nel 2015 e poi il Circo massimo nel 2016 – e un nulla di fatto. La frattura si consumò nel momento di decidere dove – eventualmente – convogliare quel pezzo di popolo. C’era chi sosteneva che i cattolici dovessero essere il sale della politica e per questo contaminare i partiti tradizionali – come l’attuale senatore leghista Simone Pillon e lo stesso presidente di Dnf, Massimo Gandolfini – e chi invece, forse sull’onda dell’entusiasmo, riteneva impellente la necessità di costruire un nuovo soggetto politico, come Mario Adinolfi, giornalista e blogger, che ha dato vita assieme all’avvocato Gianfranco Amato al Popolo della famiglia.

La divisione ha generato aspri conflitti, soprattutto dentro al mondo cattolico, ed ha permesso di raggranellare consensi inutili con percentuali che per il Pdf hanno rappresentato una beffa. E innescato ulteriori divisioni: l’alleanza Adinolfi-Amato è naufragata nell’arco di un paio d’anni, portando il presidente dei Giuristi per la vita a tentare una ulteriore avventura, quella di Nova Civilitas, altro asteroide della galassia cattolica che tenta di ancorarsi al vessillo – troppo generico per non essere blando – dei valori non negoziabili e della centralità della famiglia tradizionale.

Il risultato, seppure preso da due direzioni distinte, rischia di essere drammaticamente lo stesso: chi tenta la fuga solitaria, incassa numeri che gli consentono l’incisività pari a quella di una goccia d’acqua nel più bollente dei deserti. Chi entra nelle istituzioni con l’intento di contaminare, finisce – molto spesso – per l’essere innocuo. E contaminato. Oggetto della stessa confusione che regna nelle gerarchie che, proprio dalla Dottrina sociale, dovrebbero invece fornire solidi indirizzi. Papisti e antipapisti, riformisti e tradizionalisti, evangelizzatori e teorici della dottrina. Di là e di qua dal Tevere, la confusione è profonda.

Andrebbe allora tenuto a mente un passo evangelico che può aiutare a leggere la filigrana del presente e ad intuire il prossimo futuro. Luca, capitolo 11. L’episodio è quello in cui Cristo scaccia un demone. I presenti lo accusano dicendo che lo fa “in nome di Belzebul”. “Egli – è il versetto 17 – conoscendo i loro pensieri, disse: Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra”.

Amen.

 

Informazioni sull'autore

ncn

Sfoglia Gratis l’edizione di oggi:

ULTIMA EDIZIONE NCN

on-line tutti i giorni tranne il lunedì

manifesto


Web Hosting