Filosofia

Il tempo, ‘scintilla’ tra l’uomo e l’eternità

L’alternanza tra giorno e notte, le fasi lunari, i giorni e le stagioni: così i sensi fanno i conti con lo spirito
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di Augusto Vasselli

La parola tempo origina dal latino tempus, la quale presenta la stessa radice del termine greco τεμνεῖν (temnein), tagliato, con il quale si indica una “divisione, ovvero una separazione”, radice che peraltro genera, certamente non a caso, anche il lemma tempio, quasi a sottolinearne una sorta di sacralità primordiale.

Cos’è il tempo? Qual è la sua natura? Il nostro piano razionale di percezione è conforme alla realtà del tempo stesso? Nonostante gli esseri umani da sempre si interrogano su questa tematica, l’enigma che riguarda la natura del tempo rimane; esso resta paradossalmente non conoscibile, pur ricercando e formulando una definizione che talvolta appare tautologica o al di fuori del contesto riferibile alle conoscenze sino ad ora conseguite.

Il che sta a significare implicitamente che siamo di fronte a una delle tematiche, certamente tra quelle che più affascinano l’uomo e il suo pensiero, sia esso filosofico, scientifico o anche teologico, in cui si ricomprendono le varie modalità percettive e interpretative, riguardanti la successione degli eventi e degli accadimenti, quali il tempo o tempo cosmico, il tempo biologico, il tempo psicologico e il tempo storico (politico, sociale, individuale, ecc.).

Tali concezioni e la loro definizione sono appunto da sempre fonte di speculazioni, ricerche, studi e riflessioni da parte di pensatori, scienziati, filosofi e mistici: un insieme di pensieri che hanno dato origine a innumerevoli teorie, calcoli e misurazioni, riferibili al tempo degli dei (eternità), a quello della manifestazione cosmica (la natura) e a quello degli esseri umani (la nostra soggettività).

Le varie civiltà succedutesi hanno tutte affrontato l’enigma del tempo, osservando e partendo dall’evidente alternanza del giorno e della notte, le fasi della luna, il movimento apparente del sole e delle stelle, il corso delle stagioni, la crescita delle piante e la vita degli uomini.

Il tempo, quindi, da questo punto di vista, sembra quasi scandire l’evoluzione del piano della manifestazione, apparendoci come naturale. Tuttavia non possiamo definirlo chiaramente, perché esso è un qualcosa che non appare esattamente classificabile, se non su un piano meramente fisico. Esso è, per i nostri sensi comuni, un insieme (forse meglio, un sottoinsieme) nel quale si succedono degli eventi e nel quale siamo parte seppur infinitesimale.

Insieme limitato dai nostri sensi capaci di offrire una percezione parziale, ma non quella complessiva, che ricomprende un sentire riguardante il nostro profondo animico-spirituale, che non può, per sua natura, essere classificato con modalità lessicali, ma soltanto intuito e percepito nella sua totalità, ovvero nella forza della manifestazione e della sua continua trasformazione, che riguarda anche noi stessi.

Nonostante la difficoltà di definire il tempo, l’uomo ha comunque sempre cercato un criterio volto a misurare lo stesso, almeno secondo la modalità lineare, utilizzando unità di misura quali l’anno, il mese, la settimana, il giorno, le ore e i secondi, per arrivare, peraltro con lo sviluppo delle tecnologie, a misurazioni riferite anche a frazioni di secondo minimali.

Già nella lontana antichità, il tempo, riferito a quello che noi chiamiamo anno, è stato costantemente oggetto di una misurazione, basata sul rapporto tra la terra e il sole, cui a volte si è affiancata una modalità alternativa o parallela basata sulla osservazione dei cicli lunari.

Cicli lunari, che riguardo al mese sono ancora il riferimento, utilizzato come parametro concernente tale partizione, correlata alle lunazioni, arrivata sino a noi e tuttora utilizzata.

Analogo quanto connesso alla misurazione del giorno, basato sull’alternanza tra il giorno e la notte; giorno che viene poi calcolato nel suo sottoinsieme mediante l’utilizzo di strumenti quali meridiane, clessidre e orologi, per arrivare ad oggi ove il tempo è scandito, non solo attraverso specifici strumenti, ma indicato in pratica ovunque, soprattutto nei Paesi tecnologicamente più avanzati.

A queste tre diverse unità di misurazione riferite a vari aspetti della manifestazione, quindi alla cosmologia e alla osservazione astronomica, se ne aggiunge una la cui origine può apparire più misteriosa: la settimana. Tale unità di misura mutuata dalla tradizione giudeo-cristiana, è profondamente riferita alla cadenza rituale e alle indicazioni derivate dai libri della tradizione, in tal caso dalla Bibbia, nella quale viene sottolineata l’azione divina, svolta in sette giorni, ove il settimo giorno è quello riferito al riposo.

Questo, proprio perché la partizione del tempo, del quale il calendario è la sintesi, tiene conto degli accadimenti astronomici e planetari, ma anche dai ritmi biologici, politici, sociali e il comune svolgersi della vita, sia essa meramente quotidiana o riferita ai piani sottili: quindi sacralizzata e pertanto riferita anche una determinata ritualità e a specifici aspetti mitologici.

Dal punto di vista tradizionale, abbiamo due concezioni del tempo: una definita circolare e l’altra lineare.

La rappresentazione circolare è derivata dall’osservazione astronomica, associata al ciclo annuale – per non parlare di cicli cosmici ancora più complessi quali la processione degli equinozi, ecc. – nel quale si susseguono le stagioni e l’andamento della vita animale e vegetale. Fenomeni nel passato riferiti agli dei del cielo, assimilati alle stelle, che determinano l’evoluzione e il divenire di ogni cosa, che rammentano la ciclicità e quindi l’eterno ritorno.

Un eterno ritorno simboleggiato sovente dall’ouroboros, il serpente che si morde la coda, che appunto con la sua circolarità viene associato al tempo, proprio per rammentare il movimento, la continuità, la capacità di riprodursi e quindi del ripetersi e del conseguente perpetuarsi degli eventi.

Già nel brahmanesimo e nell’induismo troviamo il concetto riferito alla successione degli eventi, evidentemente legata al trascorrere del tempo, o meglio al dispiegarsi della manifestazione, nel quale il cosmo e tutto il mondo a noi direttamente manifesto mostrano il rinnovamento ciclico e perenne, caratterizzato dall’alternanza della dissoluzione e della creazione di nuove forme e modalità, che si susseguono nell’eterno divenire. Tale concezione ciclica, è altresì prevalente nei grandi miti, in talune religioni e concezioni filosofiche, come quella degli stoici o dei pitagorici, e molto più tardi, ad esempio, in quella di Nietzsche.

Nella mitologia greco-romana, prima della nascita del tempo, c’era il caos. Tuttavia, il caos mitologico non è il nulla, il che fa presupporre che esisteva già un qualcosa “prima del tempo”.

Nella cultura ellenica con il termine cronos (Χρόνος) si indica il tempo, con riferimento alla sequenza e alla durata; concetto al quale si affianca la parola aiôn (Αἰών), con la quale si intende il tempo eterno, la durata della vita e il suo percorso predefinito (destino), alla quale si aggiunge il lemma kairos (Καιρός), che sottintende il tempo nel mezzo, in cui accade qualcosa di speciale al momento opportuno.

Parmenide respinge l’idea del nulla (vuoto) e considera lo spazio coesistente con la materia, ove in tal modo tutto può solo avere una trasformazione.

Gli stoici pensano che il fuoco primitivo sia all’origine di tutto. È dal fuoco stesso che il respiro divino genera i quattro elementi e i singoli esseri. Il respiro mantiene l’unità del mondo e la coesione di ogni individuo. Ma una volta che questa manifestazione si conclude, arriva il momento dell’implosione, dalla quale origina un nuovo inizio. Teoria che ricorda quella riferita al big bang, secondo la quale i fisici ritengono che l’universo potrebbe estendersi per poi involversi prima di espandersi nuovamente.

L’altra rappresentazione, riferita al tempo lineare, che rompe con la temporalità ciclica comune alle altre antiche civiltà, affonda le sue radici nella cultura ebraica e cristiana, in cui il tempo è orientato verso il futuro, che può essere immaginato come una successione di eventi concatenati e derivati da quelli precedenti.

La concezione lineare del tempo in Occidente origina da una lunga evoluzione, che trova appunto le sue le radici nell’ebraismo, il suo sviluppo con le concezioni del cristianesimo, sino ad arrivare a quelle riferite alla fisica moderna, ove evidentemente il tempo lineare “attuale” non è esattamente quello inizialmente inteso, allorché lo stesso era solo un aspetto del tutto.

Durante l’illuminismo, l’evoluzione della nozione di progresso rafforza ulteriormente l’idea di tempo lineare, considerata compatibile con la concezione in base alla quale si va verso un percorso “totalmente originale”, cosa non ritenuta possibile se riferita a un tempo inteso come ciclico.

La stessa fisica moderna arriva a credere possibile solo il tempo lineare, in ossequio alla legge della causalità, per la quale ogni effetto deve essere preceduto da una causa; ciò in quanto, proprio perché tale teoria appare incompatibile con il concetto di tempo ciclico, il tempo stesso deve avere necessariamente una forma lineare.

Appare quindi evidente che il tempo si presenta all’essere umano come qualcosa la cui misurazione rende possibile creare punti di riferimento, ma che non può essere definita nel suo insieme. Certo, non casualmente la cultura tradizionale orientale fa riferimento al tempo mistico, sia esso riferito a un determinato momento o all’eternità, ovvero al tempo rituale, nel quale appare la discontinuità come nel caso della tradizione musulmana. Conferma evidente, che tutti questi approcci sono riferiti alla percezione del tempo, complessivamente inteso.

Questo percepire, per così dire “metarazionale”, che può essere considerato quasi una tradizione “inconscia”, influenza significativamente l’evoluzione riguardante il concetto di tempo, sia riguardo la scienza, la filosofia e anche la teologia, con il quale viene tradotto il sentire individuale e collettivo, caratterizzato anche, soprattutto nel passato, da un legame diretto ed esclusivo con il divino, che nel tempo si è attenuato e talvolta scomparso. Questo in particolare nella società moderna ed evoluta nella quale è cambiata significativamente la relazione culturale e tradizionale riguardante il tempo, complessivamente inteso.

Trasformazione questa che, che anche in presenza del perdurare dei miti e delle religioni, mostra come il tempo nella vita di tutti i giorni è soggetto alla influenza riferita alle esigenze contingenti riferite ai bisogni naturali e ai condizionamenti.

Di fatto, il tempo diventa antropocentrico, in particolare nella cultura occidentale, sottoposto al tempo della vita quotidiana e al tempo della conoscenza scientifica, meramente razionale e meccanicistica, la quale spesso non fa più riferimento alla relazione tra il tempo stesso e l’eternità.

Si potrebbe obiettare che la cosa sia una evoluzione del tutto naturale e quindi non disarmonica rispetto al rapporto tra l’essere umano e il suo mondo di riferimento. Ma evidentemente così non è, in quanto sembrano accrescersi i momenti di criticità, siano essi individuale sia collettivi, pur in presenza di possibilità enormi rispetto al passato, riguardo il soddisfacimento dei bisogni, soprattutto materiali.

Forse l’antropocentrismo non è la soluzione ideale, si dovrà forse ricercare una nuova modalità che consente di sintonizzarsi con il tempo complessivo, che evidentemente si riferisce alla intera creazione, alla sua perenne trasformazione, nella quale l’essere umano può essere parte ma non certamente il dominus.

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Augusto Vasselli

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