Politica economica

Il Sud sempre ferito, ma ormai dimenticato

Giuseppe Galasso, probabilmente l’ultimo grande meridionalista, qualche giorno prima di lasciarci, scriveva profeticamente sul Corriere del Mezzogiorno: “Non evocate, vi raccomandiamo, il ‘meridionalismo’, oppure il problema delle ‘due Italie’ e della loro ‘coesione’, oppure la ‘questione meridionale’, anche se, magari, nei suoi nuovi termini. Sono ormai tutte ‘cattive parole’, cioè parole indecenti non degne della buona società e delle sue buone maniere”.
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di Antonio Maglie

Probabilmente aveva ragione: essendo la nostra politica caratterizzata da buone maniere e virtuosismi dialettici, come dimostrano ampiamente i quotidiani esercizi oratori di Matteo Salvini o Luigi Di Maio, continua a tenersi alla larga da un problema irrisolto e che ancora oggi, insieme alla vasta corruzione e alla pervasiva criminalità organizzata (non esattamente quella che combatte il ministro dell’Interno chiudendo i porti), rappresenta uno dei grandi freni alla crescita e all’evoluzione dell’intero Paese. Da tempo non si parla del Sud se non episodicamente e ritualmente. Ad esempio quando Svimez pubblica il suo rapporto annuale per confermare che nulla sta cambiando e che molto sta peggiorando.
La ‘Questione’, poi, oggi rischia di rispuntare per via indiretta e, purtroppo, malsana alimentando quel ‘meridionalismo piagnone e accattone’ che ha arricchito l’ampio campionario di tragedie che hanno condannato una parte d’Italia a essere ruota di scorta del Paese. Nei programmi di uno dei due partiti di governo, la Lega di Salvini, il 2019 dovrà essere l’anno dell’autonomia ‘rafforzata’ di tre regioni del Nord che la chiedono a gran voce, Lombardia, Veneto ed Emilia. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, ha fatto sapere che se il M5S dovesse mettersi di traverso per qualche suo non oscuro motivo elettorale (nel Sud ha i serbatoi di voti più generosi), la crisi diventerebbe una prospettiva molto più che concreta.
Di Maio, che dei due partner è quello che teme di più la crisi e, soprattutto, il ricorso anticipato alle urne (per le regole interne, questo è il suo ultimo giro di giostra) si è affrettato a catapultarsi in Veneto per diffondere messaggi rassicuranti che hanno convinto (almeno apparentemente) il governatore di quella regione, Luca Zaia, sull’assoluta fattibilità di un progetto che dovrebbe cominciare ad assumere contorni più concreti (almeno secondo i desideri di Salvini) entro il 19 febbraio. L’autonomia significa che nelle tre regioni dovrà rientrare una fetta molto più ampia delle tasse che vengono versate in loco. Di conseguenza, meno soldi per lo Stato che provvede, in virtù di un principio solidaristico, a dirottarne una parte verso le aree meno ricche. L’allarme è ovviamente molto alto e lo ha fatto rumorosamente scattare il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ha scritto una lettera al presidente del Consiglio Conte, chiedendo di subordinare le decisioni finali a un incontro con le regioni del Sud. La bandiera del meridionalismo tutta sventolata in chiave assistenzialistica, probabilmente fa rivoltare nella tomba Gaetano Salvemini.
La logica difensiva della tutela degli interessi del Mezzogiorno non ha proprio nulla a che vedere con quello che molti anni fa scrisse Gaetano Arfé a proposito di Salvemini, introducendo l’opera intitolata Movimento socialista e questione meridionale: “Il nodo dei problemi che andava sotto il nome di questione meridionale, diventava la condizione pregiudiziale per la trasformazione dell’Italia in un paese civile, ed il banco di prova quindi dei partiti che si ponevano come partiti di audace rinnovamento”. In questo momento Salvini, che sembra avere le redini dell’egemonia governativa, è intenzionato a regalare all’elettorato settentrionale un grande successo per riequilibrare un po’ di pesi compromessi dal reddito di cittadinanza.
E a fronte di un problema la cui soluzione può essere decisiva per il rilancio del paese (la convergenza del Sud arrestatasi agli inizi degli anni ‘70 e mai più ripartita), manca una strategia risolutiva dell’alleato-concorrente, come confermato dai balbettii del ministro del Lavoro sul tema Ilva. Porre il problema dal punto di vista della distribuzione dei soldi che ci sono è tutto sommato sbagliato, perché non affranca il Sud dalla sua storica subordinazione economica. Il problema è semmai un altro, ed è un peccato che l’attuale classe politica meridionale (peraltro piuttosto deludente) non lo ponga con la dovuta fermezza: come creare i soldi che non ci sono, come ricostruire un sistema economico oggi caratterizzato da processi di desertificazione, come risvegliare quell’ambizione che alla fine della guerra puntò a riavvicinare le due Italie. I governi di allora ci provarono: tra il 1954 e il 1962 gli investimenti dello Stato nel Sud aumentarono del 350% contro una media nazionale del 140; nel 1957 una legge dispose che il 60% dei nuovi impianti avrebbe dovuto essere localizzato nel Mezzogiorno. L’ambizione riuscì a produrre effetti benefici che poi vennero travolti, a partire dalla guerra del Kippur, dalla crisi e dai pessimi vizi italiani. Al governo, De Luca e gli eventuali compagni di avventura dovrebbero chiedere di essere quel fattore di audace rinnovamento di cui parlava Arfè, legando l’autonomia per le tre regioni del Nord non tanto alla redistribuzione del denaro, ma dello sviluppo e delle condizioni che lo determinano. In quel suo ultimo articolo, Galasso sottolineava: “La Campania è tra le regioni italiane, come tutte quelle del Mezzogiorno, dalle quali si emigra di più, anche se (in termini percentuali) non come in altre regioni meridionali. Parliamo, naturalmente, di emigrazione verso il resto dell’Italia; e, come diceva Voltaire tre secoli fa, se volete sapere come si vive in una certa parte del mondo, guardate ai suoi confini: se quelli che entrano sono più di quelli che escono, vi si vive bene, ma se accade il contrario, certamente vi si vive peggio che altrove”. La scommessa è proprio questa: fare in modo che nel Sud i giovani restino potendo contare su una prospettiva di futuro. Tutto il resto è meridionalismo piagnone e accattone che non porta da nessuna parte. O, meglio, porta solo mance, clientele e pessimo notabilato politico.

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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