Editoriali Società Unione europea

Il Sovranismo? Metafora di un mondo buio. Ma reagire si può

I disordini a Parigi provocati dalla protesta dei gilet gialli
Un eccezionale spettacolo a Calvi dell’Umbria fa scattare la speranza che non sia destino perdere i diritti personali, civili e umani conquistati. L’Unione europea è rimasta tra gli ultimi baluardi contro lo scivolamento verso un mondo peggiore. L’isteria anti globalizzazione ha prodotto evidenti effetti politici negativi: si è diffusa l’idea del nemico interno. L’Unione resiste perché il suo pragmatismo le ha permesso di resistere alla rottura del patto occulto tra Londra e Berlino
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di Giuseppe Scanni

 

La protesta violenta in Francia non ha spaventato il Governo e la maggioranza degli elettori transalpini. Non ha preoccupato eccessivamente gli investitori ed i risparmiatori. Ha sicuramente alimentato uno scontro durissimo tra gruppi sociali che non si riconoscono come classi socio economiche, ma come corpi estranei o corpi integrati al sistema finanziario, e generato nuovo odio tra i cittadini.

 

È certamente, quello francese, un fenomeno allarmante della crisi democratica che vive l’Occidente; che si aggiunge all’indebolimento dei partiti storici tedeschi, quello Cristiano democratico e Cristiano sociale e l’Spd, il partito socialdemocratico, contemporaneo al rafforzamento del partito ‘Alternativa per la Germania’ – in odore di xenofobia – che di un balzo si è assicurata il 12,6% dei voti e 94 deputati al Bundenstag.

 

I gilet gialli sono in buona compagnia in Europa, dove la Gran Bretagna è ancora sotto choc per la sconfitta provocata dell’uscita dalla Ue alzando, nei fatti, bandiera bianca; in Spagna dove i Popolari caduti sulla questione catalana sono stati sostituiti dai socialisti, che non appaiono in grado di trovare una soluzione accettabile né per la storica crisi che agita Barcellona in attesa di autonomia, né per una maggiore presa di coscienza dell’importante disoccupazione e dei bassi salari che mortificano i lavoratori, specialmente quelli giovani. L’arretramento democratico in Ungheria ed i paesi di Visegrad è una realtà triste e conosciuta.

 

Il pericolo italiano è tutto nelle parole del capo dello Stato, presentate nel corso degli auguri per il nuovo anno: il rischio del confronto violento, fuori dal perimetro disegnato dagli istituti di democrazia rappresentativa, è finalmente evidente.  

 

Il triste invito del vicepresidente e pluri ministro Di Maio ai gilet gialli a non abbassare il tono e la violenza e ad incontrarsi sabato a Roma con il vertice pentastellato è di per sé loquace. Comunque sottintende una Internazionale nazionalista basata sulla promessa di una futura vita migliore che, come in Italia, è destinata a scontrarsi, perdendo, col principio di realtà.

 

La mescolanza di movimenti, oppure semplicemente storie di destra e di sinistra, come la legge di Bilancio italiana ha dimostrato, inceppa il meccanismo vitale dell’ordine istituzionale delle società complesse e genera continue fughe in avanti, dai referendum senza quorum, ovvero la dittatura delle minoranze, la fine della democrazia rappresentativa, l’esercizio violento della dialettica politica, destinata a farsi monologo imposto.

 

È evidente che pensare ad un movimento nazionalista internazionale è una contraddizione non sanabile, tanto quanto inneggiare alla sovranità come risveglio dello stato-nazione contro le istituzioni sovranazionali, accusate di interferire negli affari interni di uno Stato e nello stesso tempo interferire nelle vicende interne di un altro Stato (in questo caso la Francia) non comprese nell’elenco degli interessi comuni dell’Unione (all’interno dei quali vi è la difesa della democrazia rappresentativa e delle Istituzioni che la tutelano e la interpretano).

 

Eppure, come ha dimostrato Di Maio e come sottolineò Salvini coi suoi rapporti con Visegrad e con l’Austria, i partiti politici sovranisti prendono ispirazione uno dall’altro. Dalla Brexit, diventata il fattore identitario dei conservatori britannici, a Trump emerso come il capo del movimento, dal premier ungherese Orbán al duo Salvini-Di Maio in Italia, da Putin in Russia a Erdogan in Turchia fino a Modi in India, il fenomeno ha aspetti diversi ma caratteristiche comuni, tra le quali il risveglio dello stato-nazione contro le istituzioni sovra-nazionali.

 

L’ossessione del globalismo ha pervaso nel mondo occidentale ogni discussione, ad esempio dell’evidente fenomeno di stagnazione nel presente, di perdita di interesse allo studio di nuove capacità strumentali necessarie per proiettarsi in un futuro nuovamente capace di suscitare positivi effetti socio economici.

La semantica, raccomandava qualche settimana fa un economista divenuto firma di punta del Financial Times, Gideon Rachman, è essenziale per sfuggire al pressapochismo; quindi mai confondere globalizzazione con globalismo.

‘Globalizzazione’ è il termine usato dagli economisti per descrivere i flussi internazionali di beni, investimenti e persone. ‘Globalismo’ è la parola che i demagoghi usano per affermare che la globalizzazione non è un processo ma un’ideologia, un piano diabolico elaborato da forze oscure, dai ‘globalisti’.

 

A destra, quella vistosamente più potente nelle democrazie occidentali, gli Stati Uniti, Donald Trump si è spinto ad opporre al globalismo il patriottismo. La sinistra mondiale ha (quasi) sempre sostenuto – pena il suo declassamento in liberal socialismo – che la globalizzazione arricchisce i ricchi ed impoverisce i poveri.

Gli studiosi affermano che l’era d’oro, il punto più alto della globalizzazione si è realizzato tra il 1993 ed il 2015.

 

La verità attorno agli effetti della globalizzazione non è ancora definitiva. Trump ed i suoi sostenitori argomentano che la prosperità asiatica è stata costruita a scapito della classe media occidentale; i dati che annualmente pervengono ai grandi sistemi di analisi affermano che la povertà estrema, quella della morte per fame, colpisce per la metà di quel che accadeva tra gli anni ’70 e ’90 dello scorso secolo e che miliardi di persone hanno cominciato a far parte della classe media; la tradizionale classe media occidentale ha dovuto fare i conti con l’automazione e l’informatica, che ha falcidiato i servizi e l’occupazione, e non sarebbe sopravvissuta senza il beneficio dei beni a basso consumo prodotti in Asia e gli alimentar i- grazie al libero commercio – venduti negli ipermercati a basso costo, i quali, a loro volta, hanno prodotto la crisi del commercio minuto non di qualità.

 

L’isteria anti globalizzazione ha prodotto evidenti effetti politici negativi: si è diffusa l’idea del nemico interno anti patriottico. Gli anti semiti hanno ripreso fiato ed accusano gli ebrei d’essere sinonimo di globalista. Chi si occupa di finanza, a qualsiasi titolo, è considerato membro a partecipazione intera o per lo meno sodale di alchemici nascosti centri di potere.

Si staglia all’orizzonte, preceduta da una lotta per la supremazia dei mari, il conflitto generato dalla de-globalizzazione che coinvolgerà la Cina e la riluttante Europa.

Bruxelles, che è la capitale del ‘non’ territorio ma anche l’ospite del più pragmatico governo del mondo, continua ad offrire soluzioni pratiche a problemi complicatissimi generati dagli scambi commerciali; è divenuta l’ostacolo ultimo del ‘patriottismo’ – americano che assalta, spesso nottetempo, la Ue per non attaccare la Germania – e del sovranismo a buon mercato dei vari gilet, che hanno creato un grande bersaglio, la Ue.

L’Unione resiste perché il suo pragmatismo le ha permesso di sopravvivere alla rottura, con la Brexit, del patto nascosto di governo tra Londra e Berlino, altro che con Parigi, basato sui ‘niet’ espliciti provenienti dai palazzi sul Tamigi e quelli impliciti di Berlino, il cui soliloquio d’onnipotenza è stato bruscamente interrotto dalla sconfitta elettorale.

 

Il de-merito, l’esaltazione della critica alla specializzazione (sempre più costosa e difficile ad ottenersi), la faciloneria dilettantesca al Governo, la facile e falsa propaganda anti élite impediscono di vedere con chiarezza l’offuscamento di diritti personali, civici, umani che sembravano acquisiti per sempre.

 

La propaganda tende a deformare la realtà. Così come i violenti gilet gialli non sono le masse rivoluzionarie che attaccarono la Bastiglia e la sconfitta della Merkel non promette un nuovo Quarto Reich, la crisi attuale dell’economia e del welfare non obbliga a considerare esaurite le grandi ricchezze umane, culturali, sociali della nostra e delle altre nazioni.

Non c’è un destino di guerra, di sconfitta, di impotenza obbligatoriamente stampato nel libro maestro della nostra vita. Anzi. I gilet gialli testimonieranno nel futuro, come ora, l’impotenza della violenza e della sottostima dei nostri concittadini.

 

È quello che pensai l’ultimo sabato dell’anno, in una notte brumosa e fredda, dopo essermi arrampicato nelle scale che mi portavano nella sala disadorna di un monastero imponente delle Orsoline, a Calvi dell’Umbria, dove ho assistito, assieme ad un centinaio di persone, ad una performance teatrale di gran valore artistico. A fine d’anno cento persone a Calvi! Una sorpresa. Su una pedana il quasi monologo, scritto da Emanuele Principi, regia Giacomo Troianiello, scene, luci e musica di Emanuele Cordeschi Bordera e Lorenzo Carità Morelli, interpretato da un’artista che farà parlare di sé: Maria Chiara Tofone.

Un testo difficilissimo sulla solitudine, “Tre once di lana nera”, alla ricerca del ‘tempo’ necessario perché due corpi, tra loro ed uno con la Società, tra questa e le stelle creino una storia credibile per traversare il presente senza fuggire la realtà, le responsabilità, capendole fino in fondo, sapendo che non ce la caveremo né con la negazione, né con vane scuse. Un monologo, quello interpretato da Tofone, di scuola raffinata.

 

C’è un’Italia, un’Europa generosa, che si allontana dal camino di casa, come nel caso di Calvi, per battere la solitudine sociale in comunità di propositi innovativi, responsabilmente e con capacità spesso non conosciute e valorizzate. C’è e quindi gli incontri romani tra destra francese spruzzata di infantilismo rivoluzionario delle borgate multietniche e il pressapochismo ora ambientalista, ora comunistoide, ora neo fascista restano quel che sono: una sciocchezza della quale non sentivamo il bisogno.

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