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Il Mondiale delle outsider

Bilancio prima dei quarti: a parte Brasile, Francia e Croazia, avanzano team inediti e dalla enorme prepotenza atletica. In finale una squadra che non c’è mai stata o che non ci va da molto tempo: il segno del calcio che cambia. L’attesa per Mbappè, Neymar, Modric e il più grande: Tabarez. Tra la fine del dominio iberico e mille rimpianti svedesi
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Ora che il Mondiale è entrato, sia pure per poco, in modalità ‘pause’ ed è dunque possibile un piccolo bilancio, diciamoci la verità. Ha proprio ragione Roberto Mancini: il panorama della qualità tecnica offerta dalle partecipanti a Russia 2018 è di un livello tale da far pensare che, se l’Italia, avesse partecipato, si sarebbe dimostrata inferiore al massimo al Brasile. Forse alla Francia. Ma ben poche formazioni sono state irresistibili in questa prima parte dei Mondiali, ottavi di finali inclusi.
Dando poi uno sguardo al tabellone dei quarti di finale, saltano subito agli occhi elementi per alcune considerazioni. Prima di tutto che da un lato del tabellone ci sarà di sicuro in finale una nazionale che o non è mai stata in finale oppure c’è stata, giocando in casa, tanto tempo fa (Svezia 1958 e Inghilterra 1966). Ci sono quattro squadre nordeuropee, senza considerare la Francia che può dirsi a metà fra il Mediterraneo e il Nord. Se consideriamo che delle altre soltanto il Brasile e la Croazia non hanno un calcio che si basa sull’atletismo e la potenza dei calciatori, ma sulla fantasia e la tecnica dei singoli, viene fuori una tendenza molto chiara: il calcio, dopo il lungo dominio spagnolo che ha messo al centro di tutto la grazia tecnica e che ora volge al tramonto, torna ad essere uno sport molto fisico, in cui la prepotenza atletica di alcune squadre ha la meglio sui valori tecnici di altre.
Intendiamoci, saremo i primi a sederci sul divano per goderci le supersfide, a cominciare da Uruguay-Francia, per scoprire se fu vera gloria quella transalpina contro un’Argentina mai così sconclusionata, oppure se il fenomenale Mbappè saprà ripetere le sue gesta a velocità supersonica. Guarderemo con grande commozione alle sorti di Oscar Washington Tabarez e tiferemo per lui, nemmeno tanto nascostamente, perché il calcio ha bisogno come il pane di uomini e di esempi veri. Anche se poi, diciamolo, un Uruguay senza Cavani non sarà la stessa cosa.
Come potremmo poi perderci la finale anticipata? Da una parte il Belgio con la sua esclusiva duttilità tattica, i suoi giocatori sorprendenti, da Fellaini ad Hazard che continua sempre ad essere decisivo sbucando dal nulla; dall’altra il Brasile, la squadra più europea tra le sudamericane dalla cintola in giù, tanto solida, tosta e quadrata nella fase difensiva quanto brasiliana, fantasiosa, imprevedibile in quella offensiva, dove – tra Neymar e i suoi fratelli – risiedono le armi per vincere il Mondiale.
Inghilterra-Svezia non promette scintille. Due formazioni molto fisiche che non daranno spettacolo. E poi, diciamolo, ogni volta che vediamo scendere in campo le maglie gialle ripensiamo inevitabilmente alla nostra sVentura, quanto sarebbe stato facile batterli evitando di attaccarli in quel modo slegato e scriteriato, esaltando così il loro criterio, la capacità di ammortizzare il peso specifico degli avversari e di riproporsi, vero punto di forza che riproporranno anche contro un’Inghilterra votata al pressing asfissiante. Avremmo dovuto stanarli e siamo però certi che anche l’Inghilterra faticherà a riuscirvi.
La considerazione di cui sopra sull’atletismo è quasi tutta per la Russia padrona di casa, squadra che Cercesov ha impostato al limite dell’abnegazione tanto da far fuori il colosso spagnolo proponendosi come seria candidata nonostante i paurosi blackout difensivi. Prima del Mondiale il pronostico sarebbe stato obbligato, troppa la differenza di classe e di tecnica pura, troppa l’esperienza di (esempio) un Modric. Ma ma i tempi stanno cambiando e con essi il calcio. Chissà.06

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Antonello Ferroni

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