Editoriali

Il caso umbro tra clientelismo e moralismo

Giorni tempestosi per la politica umbra tra i ‘cantastorie’ della moralità e i presunti protagonisti del clientelismo. Giorni che influiranno sul corso della storia prossima in questa regione. Giorni che decreteranno vincitori e vinti.
Web Hosting

di Luca Ferrucci*

Giorni che non so se scriveranno il meglio della storia futura che ci attende. Ma non giudico i provvedimenti giudiziari né le indagini svolte né i giudizi moralisti, sia accusatori che assolutori, in circolazione. Vorrei solo fare alcune osservazioni astratte – e paradossalmente – proprio per questo laiche e pragmatiche.
Nel corso della storia, specie nel corso del Novecento, si sono irrobustite pesantemente le strutture e articolazioni della ‘macchina’ complessiva pubblica in tutta l’Europa (ma non solo).

Le istituzioni pubbliche sono state chiamate a svolgere e sostenere vecchie e nuove attività e funzioni, da quelle della scuola, alla sanità, al welfare, all’ordine pubblico, alla giustizia sino a ad attività economiche di cosiddetto interesse pubblico (dalle infrastrutture viarie, ferroviarie e aeroportuali, sino alla gestione integrata dei rifiuti, ai parcheggi e così via).

In altri termini, la ‘macchina’ pubblica complessiva si è dilatata enormemente per poter rispondere a crescenti bisogni collettivi (veri o immaginati o artatamente creati).
Oramai, in Italia, vi sono circa 3.3 milioni di dipendenti pubblici, che non sono in quanto tali ‘fannulloni’ ma semplicemente svolgono il loro lavoro, direttamente o indirettamente, mirato ad erogare servizi di natura pubblica.

Il neo-liberismo degli ultimi venti anni ha in parte arrestato questo processo secolare di estensione della ‘macchina’ pubblica, inducendo privatizzazioni e forme di regolamentazione miranti a introdurre dosi di concorrenza all’interno di mercati originariamente protetti.

Ma si è trattato di un modo per arrestare, in diversi casi, la dilatazione diretta della ‘macchina’ pubblica (con i propri dipendenti e strutture), sostituendola con imprese private, spesso ben relazionate con la dimensione politica.

In altri termini, sovente la regolamentazione pubblica non è riuscita a generare ‘vero’ mercato, ma ha creato forme di rendita economica a favore di soggetti imprenditoriali ben relazionati con il regolatore pubblico.

In questo quadro, ogni inchiesta giudiziaria solleva evidenti situazioni di diffusa illegalità nel campo delle relazioni tra soggetti pubblici e privati: appalti ‘truccati’, tangenti pagate a funzionari o amministratori, reclutamenti di personale o avanzamenti di carriera ‘mascherati’ da concorsi pubblici, soldi versati illecitamente a partiti politici durante le elezioni, e così via.

La ‘macchina’ pubblica è cresciuta enormemente per assolvere ai crescenti bisogni collettivi. Ma proprio in questa crescita stanno i ‘germi’ del suo decadimento. Non è solo un problema di efficienza (per esempio, la produttività dei dipendenti) o di efficacia (per esempio, la qualità dei servizi erogati), ma di finalità che essa stessa si trova a perseguire. Essa è nata per perseguire legittime e condivisibili finalità pubbliche (per esempio, nella scuola, nella sanità, nelle forze dell’ordine e così via) ma, prima o poi, è divenuta anche strumento per perseguire le finalità che i governanti si sono dati.

E da questo punto di vista vi sono due possibili conseguenze sul piano del reclutamento del personale pubblico, perlomeno in astratto. Da un lato, esiste la logica dello spoils system all’anglosassone: un nuovo governo eletto cambia i dirigenti per avere la loro ‘fedeltà’ rispetto al perseguimento degli obiettivi politici, economici e sociali che il primo si è posto davanti agli elettori.

Si tratta di un meccanismo trasparente, democratico e che, in linea di massima, aumenta la coerenza tra la volontà degli elettori, quella dei governanti e quella delle figure apicali presenti nella ‘macchina’ pubblica.

Dall’altro lato, invece, esiste la logica di reclutare, da parte dei governanti, persone in base alla loro appartenenza politica. In altri termini, assumendo quelli della mia area politica, consolido ed estendo il mio potere. Si tratta evidentemente di due situazioni piuttosto diverse tra loro.
La prima, indiscutibilmente, è auspicabile e corretta; la seconda, invece, viola regole giuridiche e morali di particolare rilievo.

Il problema è che qualunque amministratore, di qualsiasi ‘colore’ politico, sa che governare significa non solo far funzionare bene la macchina pubblica, ma soddisfare anche bisogni ed esigenze di vasti strati della popolazione.

Quando la crisi economica imperversa, quando molte famiglie sono sotto la soglia della povertà, quando le imprese chiudono e ci sono nuovi disoccupati, quando molti figli non trovano lavoro, che ci piaccia o no, gli amministratori pubblici si trovano nella quotidianità ad ‘ascoltare’ questi bisogni e queste sofferenze.

E talvolta, per un lavoro di usciere o di addetto ai servizi ecologici, a prescindere dallo strumento giuridico del concorso, si persegue un collocamento ‘obbligatorio’ o consigliato di una persona ‘vicina’ alla politica.

È sempre stato così, ma quando le condizioni di vita delle famiglie e imprese peggiorano, questa tensione cresce e aumenta la pressione quotidiana sugli amministratori pubblici. In questi casi, la ‘sacralità’ del concorso pubblico è un paravento formale per risolvere altre questioni sociali, ben più allarmanti.
Ma l’assunzione di uno è sempre alternativa a quella di un altro, ovvero l’ingiustizia regna sovrana se il ‘premio’ della vicinanza alla politica è l’unica condizione per vincere un concorso.

Come si immunizzano alcuni comparti della pubblica amministrazione da questo rischio dei concorsi ‘truccati’?

La ‘macchina’ pubblica non si suddivide in due mondi separati in modo semplicistico: da un lato, i comparti della pubblica amministrazione dove vige la meritocrazia; dall’altro lato, i comparti della pubblica amministrazione dove, invece, vige il clientelismo. A mio giudizio, la distinzione è molto più sottile, e non deve lasciarsi ingannare da visioni superficiali.

Allora, dove la politica non costituisce il soggetto decisore dominante (per esempio, università, forze dell’ordine, magistratura), prevale lo spirito corporativo.
In questi casi, il reclutamento e gli avanzamenti di carriera sono decisi dai vertici apicali di queste strutture, magari sotto forma di concorsi, ma con un margine di discrezionalità tale da non essere facilmente accusati di clientelismo.

Così, la gente pensa che in questi ambienti la ‘carriera’ è garantita dalla meritocrazia, ignorando il fatto che lo spirito corporativo ‘protegge’ l’opacità e la discrezionalità delle decisioni assunte.

E se qualcuno non crede a ciò, vada a vedere gli atti pubblici con i quali si svolgono le procedure concorsuali, e l’ampio margine di discrezionalità che i decisori possiedono per decretare i vincitori rispetto ai vinti.

Al contrario, vi sono altri ambienti della pubblica amministrazione dove i vertici apicali sono costituiti dai politici (o comunque da amministratori pubblici da essi designati). In questi casi, le procedure per il reclutamento e l’avanzamento di carriera devono essere immaginati con una ‘sacralità’ formale assoluta in termini di trasparenza. Non si possono ammettere margini di discrezionalità nel giudizio concorsuale, altrimenti sarebbero situazioni ‘clientelari’ e concorsi ‘truccati’.
Tutti i cittadini che vi partecipano debbono essere valutati e analizzati in modo approfondito a tutela dell’interesse collettivo. E se i politici provano a influenzare questi processi concorsuali, sono accusati dai moralisti di turno di ‘clientelismo’ e di altre nefandezze.

Ma attenzione, i moralisti politici di oggi che accusano i governanti di oggi di gestire il potere in modo clientelare, saranno gli stessi che, domani, al governo saranno chiamati a rispondere a sollecitazioni finalizzate a generare nuovo consenso politico.

E quindi gli strumenti per farlo saranno gli stessi di oggi. E quindi nella macchina pubblica, salvo una quota di occupati riconvertiti al nuovo verbo, i nuovi reclutamenti saranno ispirati al nuovo orientamento politico.
E quindi i moralisti di oggi non saranno i meritocratici di domani ma i nuovi clientelari di domani. Come uscire da questo circolo vizioso? Con tanta laicità e pragmatismo, e con tanta intelligenza politica che, a mio giudizio, questo paese, dal 1992, non mostra di possedere abbastanza.

Ma anche con una nuova classe dirigente caratterizzata da maggiori dosi di capacità e competenza nella gestione della cosa pubblica.

Solo persone serie e capaci, oltreché ispirate da profondi valori etici, e non improvvisati senza alcuna cultura ed esperienza professionale, potranno saper bilanciare in modo ragionevole le oramai contraddittorie e crescenti aspettative sociali con risorse pubbliche sempre più limitate.

*Professore ordinario dipartimento di Economia Università di Perugia

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

Sfoglia Gratis l’edizione di oggi:

ULTIMA EDIZIONE NCN

on-line tutti i giorni tranne il lunedì

manifesto


Web Hosting