Geo economia

I britannici hanno perso, ma ora non lasciamoli soli

Brexit, l'autogol britannico
La Gran Bretagna dopo Brexit. L’Ue ha dimostrato la sua forza e i britannici si sono scoperti più soli di quanto non pensassero. L’Italia, oltre che giustamente per sè, chieda flessibilità anche per il Regno Unito. Perché negare ai britannici la possibilità di ripensare concretamente all’errore commesso nel referendum? L’unica soluzione al momento è accettare la Gran Bretagna nel’Unione doganale, una volta pagati i debiti
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di Giuseppe Scanni

 

Chissà se i miei nipoti valuteranno la Brexit come l’ultimo atto che ha suggellato la fine di un Impero ed ha dato inizio alla colonizzazione della Gran Bretagna, o soltanto come il grande choc che per due anni ha occupato la mente e le conversazioni dei britannici e di qualche europeo.

 

Fino all’ultimo momento i sondaggi offrirono un’immagine di incertezza sul risultato che fu fugato dalle urne: la Gran Bretagna povera e quella modesta, soprattutto dei piccoli centri abitati, delle campagne, votò per la Brexit; i più benestanti cittadini di Londra o delle grandi città per il Remain, assieme ai cattolici irlandesi ed alla maggioranza degli scozzesi.

 

L’Unione europea ha retto all’impatto dell’uscita volontaria della Gran Bretagna, sulla base dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e, nonostante la profonda manifesta antipatia verso il governo Junker dei governanti italiani, quelli di oggi come quelli di ieri ad esclusione di Gentiloni, non soltanto la Ue ha condotto il negoziato sull’uscita con fermezza e successo, ma si è rafforzata. I sovranisti, che appoggiarono l’uscita della Gran Bretagna, proprio a causa dei risultati dell’accordo ‘prendere o lasciare’ cui è stata costretta Londra, sono stati obbigati ad un incontro ravvicinato col sistema basato sul principio di realtà.

 

La Brexit è stata un contenitore di diverse istanze prodotte dalla rivoluzione post ideologica che nell’ultimo trentennio è sinteticamente stata descritta come ‘globalizzazione’ ed è divenuta l’esempio classico di quanto il ripiegamento nazionalista peggiori le cose. I ‘brexiter’, quelli d’oltre Manica ma anche quelli che sono al Governo in Italia o che attribuiscono alle istituzioni europee, in Francia piuttosto che in Germania o nei paesi di Visegrad, la responsabilità dell’immigrazione incontrollata, delle scelte operate dalla ‘burocrazia’ anziché dalla ‘politica’, l’elitismo presunto in chi ha studiato e si esprime non a gesti ma nelle appropriate lingue, cominciano a verificare quanto sia dolorosa la messa in pratica dei desideri che nascono dalla velleità e dall’incompetenza.

 

Il risveglio è duro sia per chi ha una visione minimalista dell’Unione: assieme di soluzioni pratiche a problemi complicatissimi legati ai flussi commerciali (per cui farla saltare è come dar fuoco alla cucina di casa); sia per chi ha in antipatia una visione ‘alta’ dell’Europa, quella che affina con costante e lenta regolarità la crescita dello speciale federalismo che può produrre una terra che ha storicamente creato gli Imperi ed imposto il colonialismo e che si lascia osservare, con una punta di cinico e melanconico realismo, come “un continente intero cosparso di ricordi”, secondo la definizione di Miranda Richmond Mouillot .

 

Gli effetti più pericolosi del male oscuro della Brexit, dell’isteria anti globalista continuano a riguardare tutti, perché sono prima di tutto politici: Trump ha diffuso l’idea di un nemico interno antipatriottico. Per molti antisemiti, globalista è diventato sinonimo di ebreo.

 

Alla fine la trattativa è giunta alla definizione ultima: pagati i debiti dovuti agli impegni assunti (quaranta miliardi di euro), nessuna altra soluzione è possibile se non quella di accettare la Gran Bretagna nell’unione doganale, dove non potrà partecipare alla redazione delle ‘regole’ scritte dagli altri stati membri; frontiere regolate dal sistema in vigore nell’Unione tra la Repubblica irlandese e l’Ulster britannico, perché la Ue è garante della pace stipulata tra indipendentisti ed unionisti.

Nessun’altra soluzione è possibile, proprio grazie alla minuziosa complessità dello schema istituzionale che i Trattati hanno perimetrato per mantenere il continente stabilmente in pace e benessere.

 

Felici quei popoli che conoscono la storia e perciò, non commettendo gli stessi errori, non la replicano. Perché non è vero che la Storia non si ripeta, ciò accade soltanto se conoscendo l’oggetto del nostro amore lo proteggiamo con attenzione e cura, sapendo come reagisce a quel che incontra.

 

È perciò sbagliato, seppure con buone ragioni, infierire sulla Gran Bretagna, non soltanto per la lunga e complessa storia che la lega all’Italia e che appartiene al mondo stretto della nostra cultura, spesso dialettica, non capricciosamente consanguinea ed eternamente rivaleggiante come lo è con la Francia; è sbagliato perché, se la Gran Bretagna è in difficoltà, tutta l’Europa è in crisi, non soltanto, e non è poco, l’Europa dei commerci, ma l’Europa che ci ha formati alla libertà, al diritto degli individui accomunato al diritto dei popoli, a saper trovare la forza di essere ironici anche trattando di noi stessi, delle nostre debolezze. Ciò posto parteggiare per un ‘Mayday’ cruento significa commettere un errore che potrebbe essere strategicamente deleterio.

 

Difficilmente il testo concordato tra i negoziatori non sarà stravolto da Westminster, perché appare evidente che la dichiarazione trionfante della premier May: “la Gran Bretagna controllerà le proprie frontiere, tornerà sovrana dal punto di vista legislativo e uscirà sia dal mercato interno europeo sia dalla Unione doganale” corrisponde a necessità politiche e che è “Brexit in name only”.

 

Il problema è cosa accadrà alla scadenza del tempo negoziale. Legittimamente l’Unione può prendere atto che Londra non è in grado di rispettare gli accordi ed avviarsi al divorzio ‘duro’, eppure saggezza vorrebbe che si prendesse altro tempo, perché la mezza inversione di rotta nel sistema degli equilibri mondiali che negli ultimi due anni il presidente Trump ha dato l’impressione di voler a tutti i costi ottenere, ha subito una forte decelerazione con il voto di midterm.

 

In linea generale è, correttamente, accettata l’analisi sul voto del direttore di “Limes”, Caracciolo, che sostiene di scarso rilievo la conquista della Camera dei rappresentanti da parte dei democratici a fronte del rafforzamento dei repubblicani al Senato. Anzi l’analisi di Caracciolo è stata più o meno la stessa del New York Times, punto di riferimento della sinistra liberale e radicale statunitense, mentre chi ha messo in allarme Trump è stato il grande giornale della destra, il Wall Street Journal. Secondo il Wsj, i democratici si sono ripresi la Camera dopo otto anni e hanno registrato “guadagni sostanziali” in Stati che nel 2016 furono decisivi per la vittoria di Trump, eleggendo i governatori in Michigan, Illinois, Wisconsin, Kansas e Nevada. È la conseguenza del fatto che il presidente “non ha neanche provato a costruire una coalizione più ampia della minoranza che lo ha fatto vincere contro Hillary Clinton. Ha parlato solo alla sua base di fedelissimi. Se vuole essere rieletto deve convincere più elettori metropolitani di reddito e istruzione alti”, molti dei quali sono repubblicani e indipendenti “soddisfatti dell’andamento dell’economia, ma alienati dal narcisismo e dalla petulanza» presidenziali”.

 

I democratici in due anni hanno conquistato 40 seggi in distretti chiave; questo dato corrisponde all’aumento record di votanti che ha sfiorano i 113 milioni di elettori, battendo un altro record. Mai nelle elezioni di Midterm hanno votato più di 100 milioni di cittadini. Non solo. Chi è andato a votare sono stati i giovanissimi, i Millennials e le donne. Stati fondamentali per l’indiretto sistema che regola il voto per e dei delegati all’elezione presidenziale; se Trump perde nel Michigan, in Pennsylvania, nel Wisconsin, dove i votanti tra 18 e 29 anni e le votanti rosa fanno la differenza, può ragionevolmente essere messa in discussione la certezza della sua conferma nel 2020.

 

È almeno dal 2012, quando formalmente Obama annunciò che la sua Amministrazione si accingeva ad un “rebalancing”, riequilibratura, con l’Asia, che i rapporti euro-statunitensi sono turbati, a causa anche della debolezza e della eccessiva dipendenza di difesa militare degli stati europei, che si sono riversati sul governo delle Istituzioni a Bruxelles. Complici gli effetti della grave crisi recessiva del 2008, l’evoluzione politica delle due sponde dell’Atlantico ha registrato la crescita di partiti, movimenti, candidati populisti e sovranisti che, pur non vincendo, hanno fortemente condizionato i programmi delle maggioranze al potere.

 

È in questo quadro che si sono rafforzate in Europa tendenze sovraniste e, sulla base del nuovo ed intrigante fenomeno dell’incompetenza al potere, è nata, si è sviluppata ed ha vinto, democraticamente in una nazione che ha esportato democrazia, l’idea, con la Brexit, di esorcizzare soltanto con un voto quaranta anni di solida edificazione di una nuova ricchezza nazionale nell’ambito di una istituzione che, proprio perché non statuale, ha bisogno per la convivenza pacifica, da mantenere e rafforzare, di regole a volte imperfette ma sempre, anche se banalmente, necessarie. D’altronde è difficile immaginare cosa provi un popolo che vive con signorilità una certa ridotta capacità di spesa ma che si senta coinvolto nei fasti vero o presunti di un Impero che certamente ci fu e che non è più proponibile, neanche sotto nuove sembianze, se non nella propaganda dei tanti, nuovi, incompetenti dottor Dulcamara.

 

Angela Merkel è molto ferma nel definire assolutamente non travalicabile la data limite che le negoziazioni hanno concordato, dopo due inutili anni. La Cancelliera, come spesso accade, ha dalla sua buone ragioni che la forza economica e politica della Germania trasformano, ingiustamente, in atti di prepotenza. Ciò posto, in considerazione dell’imprescindibile rapporto che lega all’Europa l’impero statunitense – che è tale non perché auto proclamato o statuito, ma perché comunemente accettato come tale per la sua forza economica, politica, militare – la cancelliera , così come tenne conto del senso di indebolimento provocato dalla politica di Obama, proseguita in forme più dialetticamente e verbalmente forti da Trump, non può far finta che non sia in corso una modifica concreta di alcuni dati essenziali del sistema globale dei commerci e degli accordi che regolano il sistema finanziario; modifiche in parte forzate da Trump, ma che si accompagnano ad una capacità dimostrata dall’Europa di resistere, e bene, ad istanze centrifughe e nei singoli stati di assistere, soprattutto dopo la confusione generata in Italia dalla gestione del potere dei 5Selle ed alla violenza verbale di alcuni esponenti della Lega. Il pericolo del contagio sta scomparendo e si nota un passo indietro delle istanze populiste ed anti globalizzazione.

 

Gli errori marchiani commessi nelle politiche di accoglienza, la non occupazione, la durezza delle patrimoniali a senso unico, cioè alla tosatura sistematica della classe media – non per antipatia ideologica, salvo, forse che per i 5Stelle, ma nel loro caso bisogna anche sottolineare che l’incompetenza ha superato qualsiasi test comparativo – hanno per il loro verso migliorato l’analisi sociale sui bisogni essenziali da preservare e proteggere.

 

Nello stesso tempo le Amministrazioni americane che si susseguono nel tempo- ricordate la scudisciata di quel bontempone del professor Kissinger, che chiedeva quale fosse il numero da chiamare a Bruxelles in caso di emergenza militare? – dimostra che, mentre nello scacchiere militare la Nato è, allo stato attuale, più forte con la partecipazione diretta degli Stati e non con una partecipazione unica europea, al contrario nello scacchiere commerciale è conveniente anche per gli Stati Uniti trattare con un colosso amico e ben sostenuto da un sistema bancario, finanziario ed economico forse un po’ lento, ma sicuramente affidabile.

 

La questione britannica si muove all’interno della questione euro atlantica. Londra, meglio alcuni importanti esponenti sia conservatori che laburisti, pensa che esista ancora quella special relationship che ha accompagnato dalla fine della prima guerra mondiale a Tony Blair i rapporti tra Gran Bretagna e Stati Uniti. I tempi sono passati. È restata soltanto la regina Elisabetta ad attendere, di malavoglia e con regale buona grazia, la visita protocollare di Trump, che – come in Italia al G7, nella visita al Papa e nei rapporti con la Germania – dimostra di essere, a differenza dei suoi predecessori, più conscio dello status che rappresenta che dei doveri conseguenti.

 

La Gran Bretagna è sola, fa parte dell’Europa per storia, tradizione, cultura, assai più di altri Stati appena divenuti membri dell’Unione. L’Italia, che chiede giustamente flessibilità per le sue politiche economiche, potrebbe, tra un insulto e l’altro a Junker ed al suo gabinetto, chiedere flessibilità anche per Londra: l’arbitro potrebbe far giocare ancora un tempo supplementare.

 

Perché negare la possibilità che chi chiede un nuovo referendum non sia soltanto il simpatico gallese mister Steve Bray, che dal luglio dello scorso anno si presenta a manifestare, originalmente abbigliato, davanti a Westminster, ogni giorno che il Parlamento è in funzione, chiedendo di chiudere la parentesi Brexit, ma la maggioranza di un popolo che sa riflettere?

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