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Grandi eventi sportivi, il male italiano

Un momento di Italia '90, uno degli ultimi Grandi eventi sportivi tenuti in Italia
Una sequela di sconfitte e rinunce. I limiti (assurdi) dell’Italia a chiedere e ottenere l’organizzazione di manifestazioni sportive di rilievo. Il gioco di squadra latita, il Paese affondato da egoismi di parte. I casi da ricordare bene. Morale pentastellata ‘double face’. In un Paese che vive sempre in uno stato emergenziale impossibile organizzare grandi eventi sportivi
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di Antonio Maglie

 

Nel mondo dell’economia e delle aziende si usa spesso dire: “Fare squadra”. Dovrebbe essere più semplice nello sport, ma in realtà non lo è e la conferma sta venendo in questi giorni, in queste ore, dalla storia delle Olimpiadi invernali del 2026. Dalla soluzione ‘tripartita’ (adottata per non scontentare nessuno, in particolare M5S e Lega) si è sfilata Chiara Appendino, la sindaca di Torino negando, però, di averlo fatto (la politica è bella perché alla fine non cambia mai, neanche quando agita la bandiera del cambiamento): “Se si decide di fare un percorso deve essere chiaro”. Dall’altra parte Milano e Cortina, con Matteo Salvini che invita ad andare avanti con il tandem perché il governo ha “il dovere di sostenere chi non si ritira”. In mezzo a questo trambusto, il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che con la patata bollente olimpica si è già scottato: due anni fa, esattamente di questi tempi.

 

La carenza culturale, la contraddizione che fa emergere i limiti dell’Italia a chiedere e ottenere l’organizzazione di grandi eventi sportivi. E morale pentastellata è ‘double face’

 

Allora era in ballo la candidatura di Roma ai Giochi estivi del 2024 e dal suo blog il garante del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, tuonava: “Le Olimpiadi o i Mondiali possono essere funzionali alle classi politiche ed economiche per appagare il delirio di onnipotenza di immarcescibili saltimbanchi”. Era il 9 settembre 2016. E, fedele al principio che la politica non cambia mai, il 10 marzo del 2018 sempre Grillo a proposito dei Giochi invernali del 2026 diceva: “Dobbiamo provare a ideare una Olimpiade diversa, una Olimpiade sostenibile. Non possiamo perdere l’opportunità di dimostrare che il Movimento sa raccogliere le sfide e provare a gestire cose complicate”. Quello che un tempo era “il delirio di onnipotenza di immarcescibili saltimbanchi” si trasformava in una “opportunità”.

È da questa più che evidente contraddizione che emergono i limiti dell’Italia a chiedere e ottenere l’organizzazione di grandi eventi sportivi; è in quelle parole che si misura una carenza culturale che vede lo sport come un semplice gioco, senza riuscire a rendersi conto che è ed è sempre stato uno straordinario strumento di marketing. Certo, nel bene e nel male. Però, provando ad andare un po’ oltre i malanni italiani (la corruzione, il consumo del suolo, l’uso privato dei soldi pubblici) che una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe provare a sanare (perché non riguarda solo lo sport, ma la vita di tutti i giorni), poniamoci qualche domanda. Ad esempio: in quale misura i Mondiali di calcio dell’82 hanno consentito alla Spagna di riscattarsi agli occhi del mondo dopo il franchismo? In che maniera le Olimpiadi di Barcellona nel ’92 hanno trasformato la città rendendola più appetibile al turismo? Le Olimpiadi di Pechino non sono state utilizzate per aprire la Cina ancora di più al mondo? Roma ’60 non ha favorito gli ultimi interventi strutturali sulla città?

 

Gli egoismi di parte che affondano l’Italia. I casi da ricordare bene

 

Purtroppo, però, prevalgono gli egoismi di parte (non a caso, di fronte all’ipotesi Milano-Cortina per i pentastellati decade “l’opportunità” e prevale la risposta ‘punitiva’: “Lo Stato non può metterci soldi”, come se lo Stato fosse solo il M5S), le contrapposizioni politiche, le antipatie personali.

Roma per tre volte ha provato a conquistare l’organizzazione dei giochi olimpici e per tre volte è stata fermata dal ‘fuoco amico’. La prima risale al 1996. Sembrava una passeggiata di salute. Ma poi vinse la Grecia (che ha pagato un pedaggio altissimo per i 15 miliardi spesi), trainata dall’instancabile Ianna Angelopoulos nel pomeriggio della votazione di Losanna (5 settembre 1997). Nell’aria c’era l’ipotesi (che si materializzò subito dopo quel voto) della candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2006. Difficilmente ne avrebbero assegnate all’Italia due consecutivamente. E c’è chi fece il tifo, sembra anche tra i membri Cio italiani, per la sconfitta di Roma che avrebbe spianato la strada a Torino.

Jas Gawronski, uomo vicino al mondo Fiat, scrisse alla vigilia un articolo per l’Herald Tribune dal titolo significativo: “Risparmiate a Roma le Olimpiadi”. E il giorno dopo la sconfitta Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, giornale all’epoca di proprietà anche della Fiat, commentò: “Il verdetto del Cio segna una dura sconfitta per l’Italia delle promesse mirabolanti e delle spese dimezzate, per l’Italia della demagogia populista, per l’Italia del conformismo politico e giornalistico”.

 

Il ‘no’ sbagliato di Monti, quello auto accusatorio della Raggi

 

Il 14 febbraio del 2012 toccò a Mario Monti bocciare la candidatura per motivi finanziari (“Non vogliano che chi governerà l’Italia nei prossimi anni si trovi in una situazione di difficoltà”), senza nemmeno chiedersi se quella scommessa sul futuro non potesse essere utile proprio in un momento di difficoltà. Due anni e mezzo dopo (21 settembre 2016) toccò a Virginia Raggi dire ‘no’ alle Olimpiadi perché “non vogliamo che siano usate per ulteriori colate di cemento”. Come se le “colate” avvenissero con la sola evocazione dei Giochi e non dipendessero, invece, dalle autorizzazioni comunali. La Raggi, insomma, esprimeva un giudizio negativo non tanto nei confronti delle Olimpiadi, ma di se stessa e della sua capacità di tenere sotto controllo la speculazione. Ma c’era anche dell’altro. L’uso politico della vicenda: si disse che il boicottaggio serviva alla sindaca per ritrovare un minimo di armonia interna. E così, mentre Malagò l’attendeva in Campidoglio, lei si intratteneva a pranzo in una trattoria di via dei Mille.

 

In un Paese che vive sempre in uno stato emergenziale diventa impossibile organizzate grandi eventi sportivi. Che in un’altra situazione sarebbe invece possibile. Il caso della mancata assegnazione all’Italia degli Europei del 2012

 

Non è impossibile organizzare grandi eventi sportivi. Lo diventa in un Paese che vive sempre in uno stato emergenziale ed è particolarmente abile nella costruzione di motivi di conflitto. Nel 2007 la Figc provò a portare gli Europei del 2012 in Italia. Sembrava un calcio di rigore a porta vuota. La delegazione italiana prese il palo. Il torneo andò a Polonia e Ucraina. Eravamo reduci da ‘calciopoli’, la Federazione era stata commissariata per dieci mesi e Giancarlo Abete era stato eletto solo 16 giorni prima (il 2 aprile) del voto di Cardiff. Non facemmo squadra e finì 8 a 4.

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