Politica

Giovanni Toti, il delfino che non vuole essere ‘mangiato’

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di Antonio Maglie

C’era una volta un Giovanni Toti che in una intervista rilasciata al Corriere della sera (fine 2013) diceva: “Con Berlusconi parliamo spesso di politica e mi onoro che ascolti ciò che ho da dire. Se vuole imprimere vigore a Forza Italia gli ho spiegato che il rilancio deve essere sostenuto da una campagna virale che lo veda in primo piano: deve stare a centrocampo e deve tenerlo. Ma non ha avuto bisogno di consigli, ne era già convinto”. C’è adesso il suo doppio che afferma a Rtl 102,5 (10 aprile 2019): “È evidente che questo centrodestra non è più quello di qualche anno fa… Questo non vuol dire che quello spazio politico non esista più, ma che l’offerta così come è congegnata oggi non trova più il favore degli elettori”. Oppure che dopo la vittoria della coalizione in Abruzzo con la pessima performance del partito di Berlusconi, scriveva su Facebook: “C’è qualcuno che ha voglia di fare qualcosa e mettersi in gioco, oppure dobbiamo scomparire per salvare ancora per qualche mese la poltrona dei nostri dirigenti?”.

Starebbe lavorando a un nuovo partito che dovrebbe raccogliere le membra sparse e ormai scarnificate di un’area travolta dal ciclone-Salvini. Nel frattempo, dà l’impressione di essere il quarto (il più impaziente) dei Fratelli Bandiera impegnati nell’interpretazione di ‘Fatti più in là’. Fedele all’impostazione televisiva del fondatore, la vita del centro-destra italiano è parsa spesso simile a una di quelle ‘soap’ che Silvio Berlusconi da tempo immemorabile manda sulle sue reti, con protagonisti che invecchiano nonostante i massicci interventi di chirurgia plastica. Le elezioni europee potrebbero dare l’ultima spinta a un processo di riaggregazione che passa inevitabilmente attraverso un’ultima fase di disgregazione. Probabilmente la più dolorosa perché certificherebbe il definitivo accantonamento di un protagonista che, nel bene e nel male, ha caratterizzato l’ultimo quarto di secolo della nostra vita politica.

Persino l’eventuale elezione del vecchio capo al Parlamento europeo (si è candidato in tutte le circoscrizioni fatta eccezione per il centro dove ha sistemato uno degli ultimi fedelissimi, Antonio Tajani) potrebbe assumere il carattere di un ‘premio alla carriera’. Almeno così finisce per apparire attraverso le dichiarazioni rilasciate due giorni fa da Toti: “Oggi sono iscritto a Forza Italia e alle Europee voterò per il presidente Berlusconi, non solo per il personale affetto che provo nei suoi confronti ma perché ritengo che dopo quello che ha passato ingiustamente sia una aspirazione legittima tornare in una assemblea elettiva”. Insomma, un educato ‘arrivederci e grazie’ accompagnato dall’apertura di una finestra sul futuro: “Giorgia Meloni ha la mia attenzione perché è stata tra i primi a dire: sono disponibile a mettere in discussione il mio partito, la mia organizzazione, la mia bandiera”.

La politica è crudele. Soprattutto se a calarsi nel ruolo del “parricida” è una delle persone che dal “padre in declino” ha ottenuto di più: notevole carriera professionale in Mediaset (direttore del Tg4), consigliere politico (“Il Cavaliere mi ha chiesto più volte se avessi intenzione di entrare in politica, in generale non lo escludo, ma comunque non siamo arrivati a discutere alcun dettaglio”), presidente della Regione Liguria (“Voglio ringraziare il presidente Berlusconi che mi ha dato fiducia”). Curriculum di tutto rispetto per un uomo di cinquant’anni in un Paese in cui l’anagrafe della politica scorre secondo tempi rallentati. Toti, però, guardandosi attorno deve aver scoperto che l’Italia anestetizzata dalla gerontocrazia ha improvvisamente scoperto il brivido della trasgressione giovanilistica. Matteo Salvini è diventato vice-premier a 45 anni; Luigi Di Maio addirittura a trentuno; Matteo Renzi, poi, ha bruciato tanto le tappe che alla fine ha bruciato anche sé stesso: premier a 39 anni. Giorgia Meloni, infine, ha conquistato le redini del partito a trentasette anni, roba da non credere in un ambiente che unisce alla vocazione gerontocratica, una certa propensione maschilista. Se scalpita, se ha deciso di “mettersi in proprio”, lo si può capire, anche al di là delle valutazioni politiche (la crisi di Forza Italia che i risultati elettorali e i sondaggi tendono a considerare strutturale).

Giovanni Toti, insomma, non ha alcuna intenzione di finire come gli altri ‘delfini’ del centro-destra a marchio berlusconiano: impigliato nell’ampia e indistruttibile rete del vecchio leader che appena cinque anni fa in Sardegna lo presentava così a una manifestazione di partito: “Ho chiesto a un mio amico che da oltre vent’anni lavorava a Mediaset di venirmi a dare una mano: ha rinunciato a uno stipendio altissimo come tutti quelli che lavorano in Mediaset. Ve lo presento: si chiama Giovanni Toti ed è venuto per amore mio, ma voglio precisare che non siamo due gay”. Battuta finale non particolarmente originale né particolarmente raffinata ma il senso del discorso era quello di un sodalizio che nasceva sotto una stella fulgida, seppur in un clima di tempesta. Avrebbe voluto nominarlo coordinatore di Forza Italia ma insorse Raffaele Fitto (“Sarebbe umiliante”), uno dei ‘delfini’ finiti nella rete, messo dal Capo alla porta di Palazzo Grazioli una sera d’autunno (il 20 ottobre 2014) in maniera decisamente tumultuosa: “Vattene, qui non c’è spazio per te. Noi dobbiamo fare le riforme con Renzi, sono le nostre, sennò le fa da solo”.

Nelle soap i ruoli spesso si invertono, le amicizie svaniscono diventando inimicizie e viceversa. Il declino di Fitto sarebbe stato favorito proprio dal “cerchio magico” che si era aggregato intorno a Berlusconi e di cui Toti faceva parte. Ripescato (insieme ad altri transfughi) in occasione delle ultime ‘politiche’ come ‘quarta gamba’ della coalizione proprio da Berlusconi con parere non entusiastico di Salvini, Fitto oggi si ritrova candidato alle Europee con Fratelli d’Italia, dunque possibile protagonista di quella nuova aggregazione a cui lavora Toti e, forse, partner di Salvini in un futuro governo di centro(?)destra rinnovato secondo i desideri del leader della Lega (cioè depurato da Berlusconi).

Toti gioca la sua partita in condizioni decisamente favorevoli rispetto a quelle in cui la giocarono Gianfranco Fini (“Che fai? Mi cacci?”, vero e proprio momento di culto della politica italiana del terzo millennio) e Angelino Alfano che ora sembra tornare a far capolino in quell’area che aveva lasciato senza suscitare particolari rimpianti. Berlusconi non ha le ali, né la falce né la lunga barba (detesta i peli superflui) eppure è la perfetta immagine del dio Kronos: i ‘figli’, i ‘delfini’ se li è divorati tutti. Forse, però, uno gli è sfuggito. Come alla divinità mitologica sfuggì Zeus.

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