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Giovani, il 31% di chi ha genitori con bassi stipendi è ‘condannato’

Lo ‘spettro’ dell’immobilità sociale è diventato realtà. Il Cnel lancia l’allarme e traccia interessanti spunti di interventi socio-economici
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L’Istat ha stimato in povertà assoluta, nel 2017, 1 milione 778mila famiglie residenti per un totale di 5 milioni e 58mila individui, con una incidenza del 6,9% per le famiglie e 8,4% per gli individui. Valori, in crescita rispetto al 2016 e i più alti della serie storica (dal 2005). La povertà relativa riguarda 3 milioni e 171 mila famiglie residenti (12,3%) e 9 milioni 368 mila individui (14,0%).

In entrambi i casi si registra un’incidenza maggiore nelle regioni del Mezzogiorno (10,3% povertà assoluta, 24,7% povertà relativa), in un quadro generale che vede aumentare la povertà in tutte le aree del Paese e una maggiore incidenza tra le famiglie di soli stranieri regolarmente residenti (29,2% povertà assoluta e 34,5% povertà relativa).

I recenti dati Eurostat relativi al rischio povertà ed esclusione sociale confermano l’acuirsi di una situazione del nostro Paese già caratterizzata da forti squilibri nella distribuzione del reddito e di ampie sacche di povertà.

Infatti l’indice già elevato nel 2008, era pari al 25,5% della popolazione, è salito fino al 28,9% del 2017, pari a quasi 17 milioni e mezzo di persone, ciò in controtendenza rispetto a quanto accaduto nel complesso dell’Unione europea dove si è assistito ad una riduzione nel medesimo periodo dal 23,7% al 22,5%. In Italia peraltro tutte le componenti di questo indice (rischio povertà, grave deprivazione e bassa intensità lavorativa) sono peggiorate.

Il profilo della povertà è radicalmente mutato rispetto alla situazione pre-crisi perché, secondo i dati Istat è caratterizzato: da una maggiore incidenza delle famiglie numerose, in particolare con figli minori; dall’emergere del fenomeno in misura significativa anche in aree del paese precedentemente meno coinvolte (in particolare al centro-nord), da un coinvolgimento non più solo delle persone fuori del mercato del lavoro (working poor) o con una bassa scolarizzazione e da una crescita esponenziale nelle fasce più giovani della popolazione, soprattutto, tra i minori.

Tra i fattori che determinano la maggiore incidenza della povertà nelle famiglie con figli minori vi è la insufficienza e frammentazione di prestazioni e servizi pubblici a sostegno dei figli che favoriscano la piena occupazione dei genitori, in particolar modo delle donne. Sono necessarie pertanto politiche di conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari che intervengano in maniera coordinata su congedi e permessi, sulla organizzazione del lavoro, su istituti innovativi disciplinati dalla contrattazione collettiva e, soprattutto, sul sistema dei servizi all’infanzia. Questi ultimi risultano ancora scarsamente diffusi, con riferimento alle diverse tipologie qualitativamente appropriate in relazione alle diverse fasce di età, ed eccessivamente onerosi, per cui non viene scongiurata la catena di trasmissione intergenerazionale della povertà, generata in particolare dalla disuguaglianza di opportunità in età scolare, e la dispersione scolastica.

La rete pubblica dei servizi per il lavoro è composta da 501 Centri per l’impiego principali, da cui dipendono ulteriori 51 sedi secondarie e 288 sedi distaccate o sportelli territoriali.

La spesa pubblica destinata a finanziarie i servizi per il mercato del lavoro in percentuale del Pil, nel 2015, è stata dello 0,04%, rispetto allo 0,36% della Germania e lo 0,25% della Francia, in termine di spesa per disoccupato e forza lavoro potenziale, in Germania la spesa è stata di circa 3.700 euro pro-capite, in Francia di circa 1.300 euro, in Italia di circa 100. Il ritardo strutturale nell’infrastruttura pubblica delle politiche attive è certificato, inoltre, dai dati relativi all’elevato rapporto tra operatori e persone in cerca di occupazione, un rapporto ostativo di un’adeguata presa in carico.

A questi dati sulla cresciuta e crescente porzione di popolazione in condizione di povertà e a rischio povertà, che coinvolge in misura maggiore determinate segmenti di popolazione, si sommano quelli sull’immobilità sociale del Paese che lasciano presagire una cristallizzazione della situazione in assenza di un deciso intervento pubblico.

Circa il 60% dei figli di genitori con un basso grado di istruzione, resta con lo stesso livello; il 40% dei figli di lavoratori manuali, ha un lavoro manuale, il 31% di chi ha genitori con basse retribuzioni, percepisce basse retribuzioni.

La prima misura strutturale di contrasto alla povertà, in Italia, è stata introdotta, con estremo ritardo, solamente nel 2017 con l’approvazione del decreto 147/2017 “Disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà (ReI)” entrata in vigore il 1 gennaio 2018. I dati forniti dall’Inps sui beneficiari del reddito di inclusione (aggiornati al 19 luglio 2018) mostrano che nel primo semestre 2018 sono stati percettori della misura 266.653 nuclei familiari (in prevalenza con presenza di minori: 168.580), per un totale di 840.745 individui coinvolti, con un importo medio di 307,99 euro. A questi potremmo aggiungere le 44.249 famiglie che fanno ricorso alla vecchia misura sperimentale (il Sia), ma che in gran parte potranno trasformare nel Rei, ottenendo un numero di famiglie superiore a 310.000, ovvero oltre un milione di individui. Si tratta di una quota assai rilevante (oltre il 60%) delle famiglie potenzialmente interessate, stimate dal governo pari a 500.000.

Il contrasto alla povertà, il superamento delle disuguaglianze e le politiche per l’inclusione richiedono interventi molteplici il cui pilastro centrale sono le politiche sociali, da finanziare adeguatamente con la dotazione dei fondi nazionali a garanzia delle prestazioni (a partire da quelle definite e da definire come livelli essenziali) e l’infrastruttura territoriale che garantisca uniformità e adeguatezza della rete dei servizi a governance pubblica in ogni Regione.

Riteniamo fondamentale, data la complessità dei fenomeni in esame, l’adozione di politiche pubbliche per l’inclusione educativa, sociale e lavorativa che operino in stretto coordinamento tra loro con la pluralità di strumenti, prestazioni e servizi necessari a ciascuna politica, a partire dalla diffusione e qualificazione del sistema di servizi per le famiglie con carichi di assistenza e cura e per la prima infanzia (integrato con lo 0-6 e del tempo pieno per l’inclusione educativa) e dal rafforzamento del Rei per il contrasto alla povertà assoluta e delle politiche attive per l’inserimento lavorativo. Il Rei è un primo passo nella definizione dei livelli essenziali e nella promozione della strutturazione del pilastro più debole del nostro sistema di welfare, quello dei servizi per l’inclusione sociale, ma è necessario procedere all’individuazione di tutti Lep, a partire da quanto previsto dalla legge 328/2000 e da interventi strutturali che rafforzino l’intero sistema di welfare locale affrontando povertà e disuguaglianze per quello che sono: fenomeni complessi che richiedono interventi “multidisciplinari” da parte del sistema pubblico.

Le cause che possono condurre le persone in condizioni di povertà sono molteplici e non si attestano alla sola condizione reddituale o di non occupazione, ma possono essere legate a condizioni di salute, formative, abitative…

È necessario dunque definire i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio per superare le sperequazioni generate dalla attuale profonda divaricazione dei sistemi territoriali delle politiche sociali e prevenire un’ulteriore diversificazione dei servizi pubblici che potrebbe verificarsi con la concessione di ulteriori forme di autonomia ad alcune regioni. Una legislazione nazionale di riferimento che assicuri l’uniformità dei diritti sociali fondamentali, da cui ciascun territorio, secondo le proprie peculiarità, possa partire per produrre avanzamenti.

Tra i livelli essenziali delle prestazioni da definire, sono prioritari anche alla luce dei dati evidenziati, quelli relativi ai servizi socio-educativi per la prima infanzia nell’alveo del sistema integrato 0-6, con l’obiettivo che siano presenti in modo omogeneo sul territorio nelle diverse tipologie, di qualità ed accessibili. Ciò unitamente al rafforzamento sia degli strumenti di natura fiscale per sostenere le famiglie con figli, specie se numerose e con carichi di cura, sia dei permessi e congedi remunerati a motivo della cura di figli, a partire dal congedo parentale e dai permessi di paternità e sostenendo la contrattazione collettiva dedicata al tema.

I dati presentati mostrano la necessità di incrementare strutturalmente la dotazione dei Fondi nazionali e di attivare criteri e regole che ne favoriscano il coordinamento ed una programmazione pluriennale multilivello, adottando meccanismi di ripartizione che tengano conto di indicatori socioeconomici, oltre che demografici. Vanno pertanto incrementati i principali fondi nazionali, in particolare quello per la lotta alla povertà, al fine di allargare la platea dei potenziali beneficiari a tutte le famiglie in povertà assoluta e aumentare gli importi del beneficio in misura adeguata a permettere alle famiglie l’uscita da tale condizione e potenziare i servizi per l’inclusione; quello per le non autosufficienze (condizione che comporta un forte rischio di povertà ed esclusione) per dare sostanza ad un piano nazionale integrato sociosanitario ed alla definizione dei Lesna.

Inoltre, vanno rafforzati gli strumenti di coordinamento e pianificazione nazionale multilivello a partire dallo sviluppo della rete della protezione e inclusione sociale, coinvolgendo attivamente le parti sociali nella definizione della programmazione e progettazione degli interventi a tutti i livelli territoriali. Un utile strumento in tal senso sarebbe l’implementazione di “un sistema informativo dei servizi sociali”, per assicurare una compiuta conoscenza dei bisogni sociali, del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali per poter disporre tempestivamente di dati ed informazioni necessari alla programmazione, alla gestione e alla valutazione delle politiche sociali, per la promozione e l’attivazione di progetti europei, per il coordinamento con strutture sanitarie, formative, con le politiche del lavoro e dell’occupazione.

Condizione essenziale per realizzare questo sistema integrato di servizi pubblici è lo sbocco del turn over nella P.A., incrementando gli organici per i Comuni (servizi sociali) e le Regioni (Cpi) e assicurare, come previsto dalla normativa sul Rei, la gestione associata dei servizi sociali (questa riguarda ad oggi solo circa la metà degli ambiti territoriali) e garantire forme di collaborazione e cooperazione tra servizi a partire dalla determinazione di confini omogenei per gli ambiti sociosanitari e le politiche del lavoro. Le medesime logiche di integrazione dovrebbero riguardare il necessario coordinamento con i servizi sanitari per garantire continuità assistenziale, valutazione multidisciplinare e presa in carico attraverso competenti equipe territoriali e percorsi assistenziali socio sanitari. Come detto il contrasto dell’esclusione e della marginalità è possibile laddove vi siano servizi capaci di integrare professionalità e risorse pubbliche e di terzo settore.

Testo tratto dal documento Osservazioni e proposte sul tema “Povertà, disuguaglianze e inclusione”
del Cnel, Consiglio nazionale economia e lavoro

 

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