Editoriali

Gilet gialli: solo fiammata o incendio europeo?

Le analisi politologiche stanno già provando a inserire il movimento dei ‘gilet gialli’ nell’ambito della tradizione rivoluzionaria francese.
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di Maurizio Ballistreri

E, d’altronde, dalla Francia con l’illuminismo e la Rivoluzione del 1789 si sono sviluppati gli Stati moderni sulla base dei principi di libertà, di democrazia e di laicità; con l’insurrezione del giugno 1848 a Parigi, repressa nel sangue, Karl Marx vide una sorta di prova generale della rivoluzione proletaria e socialista, che avrebbe dovuto inverare il “Manifesto del Partito comunista”; e poi la Comune di Parigi tra il 18 marzo e il 28 maggio 1871 e il governo socialista di Parigi formato da proudhoniani, marxisti, blanquisti, garibaldini, anarchici, scaturito dalla proclamazione della Repubblica, anch’esso finito con un massacro ad opera delle forze militari; e il movimento del ’68, nato a Nanterre ma che ebbe alla Sorbona l’epicentro, dilagando in tutta la Francia, che per più di un mese visse un clima insurrezionale, con occupazioni, cortei, scontri e barricate ovunque. Fu una fiammata rivoluzionaria che dalle università si estese alle fabbriche, facendo scricchiolare la Quinta Repubblica, salvata solo dall’abilità politica e dal carisma del presidente De Gaulle; nel 2005 la rivolta delle banlieues e nel maggio (mese ‘fatale’ per i movimenti collettivi francesi) 2016 la grande rivolta contro il presidente Hollande e la sua politica anti-sociale. Ai nostri giorni in Francia la protesta dei cosiddetti ‘gilet gialli’, anch’essa oggetto di una dura repressione da parte delle forze di polizia, voluta dal ‘cosmopolita e democratico’ presidente Macron, che ha suscitato l’ironia del presidente turco Erdogan (non esattamente un modello di leader democratico) e il consenso di quello americano Trump e che ha richiamato, con le immagini degli studenti di scuola media con le mani sulla testa e in ginocchio sotto i mitra puntati delle forze dell’ordine, le tristi immagini delle SS naziste e del Cile di Pinochet. Ufficialmente la contestazione di massa nasce contro l’aumento delle imposte sui carburanti, con l’incremento dei prezzi, ma ormai è chiaro che si tratta del primo grande conflitto contro il neoliberismo e il monetarismo che stanno alla base della costruzione dell’Unione economica e monetaria europea, oltre, però, i tradizionali schemi ideologici del ‘900. Come ha opportunamente osservato il geografo transalpino Christophe Guilluy, che ha elaborato quattro anni fa il termine “France Périphérique”, mappando sul territorio le classi popolari escluse dalla globalizzazione con il libro “No Society”: “Ora tutti vedono il problema di una classe media che non arriva a fine mese. Ma ormai siamo arrivati all’insurrezione contro le classi dominanti”. Ed è questo uno dei significati delle dure contestazioni contro Macron in Francia. Ma ce ne sono altre e, tra queste, il rilancio del conflitto sociale, che vede uniti ceto medio, operai, sottoproletariato urbano, contadini e studenti, in forme e tematiche nuove, con il superamento del ruolo tradizionale dei sindacati nelle lotte sociali. Infatti, in Francia, che sconta peraltro una tradizionale debolezza organizzativa dei sindacati, Cgt, Cfdt, Cgt-Fo, Cfdc, Unsa, Cgc, i ‘gilet bianchi’ rappresentano un significativo esperimento di autorganizzazione sociale, che salta le storiche intermediazioni dei soggetti collettivi rappresentativi del mondo del lavoro, D’altronde, se nella società industriale il luogo dello scontro sociale era principalmente la fabbrica ed attraverso il conflitto la classe operaia e quella imprenditoriale si contendevano la distribuzione del reddito, nella ormai concreta società 4.0 la posta in gioco è la verticalizzazione delle differenze, tra chi è in cima alla scala sociale e chi, la grande maggioranza, è sotto. Ed è per questo motivo che i nuovi conflitti sociali saltano le tradizionali forme di rappresentanza politica e sindacale, tutte ritenute appartenenti alla più generale “casta” di potere. Come finirà in Francia? E la rivolta si estenderà oltre i confini transalpini, visto che è già arrivata a Bruxelles, quale simbolo dell’Unione europea? Difficile a dirsi. Neppure uno come Toni Negri, teorico dell’Autonomia operaia e studioso dei fenomeni sociali, che di rivolte se ne intende, ha azzardato una previsione, limitandosi a dire: “…questo non è il ’68 che fu troppo novecentesco. Questa è una cosa diversa e soprattutto non è destra o sinistra: è contro Macron che ha distrutto i corpi di intermedi, si ritrova senza possibilità di mediazione e non ha la minima possibilità di fare un appello gaullista. È un problema grossissimo, un disastro che dovrebbe interrogare chi concepisce il populismo di centro”. Il tema è, a questo punto, se i ‘gilet gialli’ siano soltanto un’effimera rivolta sociale, ovvero se costituiscano l’incipit per una rivoluzione europea contro il neoliberismo e l’impoverimento dei cittadini.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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