Economia

Gig economy, l’illusione di diritti di ieri per sfruttati di oggi

Servizi a chiamata dal web, un nuovo lavoro con poche regole per oltre 7mila italiani
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di Antonio Maglie

Agli albori del governo Conte-Salvini-Di Maio, la Gig economy andava molto di moda. Assumendone un aspetto (quello dei ragazzi che consegnano pasti a domicilio, i cosiddetti rider), il vice-premier pentastellato l’aveva elevata a esempio di sfruttamento e svalutazione del lavoro, tipico di una società condizionata da una selvaggia globalizzazione. Non aveva nemmeno tutti i torti, né era fuori luogo quel suo attivismo considerate le condizioni in cui operano ragazzi normalmente molto giovani (i fattorini del food hanno un’età media di 25 anni) e allo stesso tempo piuttosto sfruttati da piattaforme online che non appaiono molto interessate, avendo una identità sfuggente e indefinibile, a soddisfare obblighi sociali. Al momento parliamo di un frammento molto limitato dell’economia mondiale ma in rapido sviluppo, di pari passo all’internet delle cose. Dal punto di vista delle conseguenze sulle garanzie e le tutele del lavoro siamo in presenza di un mondo in larga misura sconosciuto e che potrebbe nel tempo travolgere argini già abbondantemente indeboliti.

A gennaio di un paio di anni fa, ad esempio, Oliver Roething in un intervento sul “Progressive Post, la rivista della Feps, la fondazione che raccoglie tutti i partiti e le organizzazioni socialiste, socialdemocratiche e laburiste d’Europa, segnalava come “la digitalizzazione e la transizione legata a industria 4.0 abbia determinato – e determinerà in futuro – una radicale trasformazione delle condizioni per i lavoratori impiegati nei servizi”. Spiegava: “Le cosiddette piattaforme di crowdsourcing al servizio della gig economy usano per lo più lavoratori autonomi. Queste piattaforme consentono alle aziende di avviare gare online per incarichi di lavoro per i quali è possibile ingaggiare persone sul mercato libero. Quelli che si aggiudicano i contratti operano come liberi professionisti attraverso società individuali, una condizione nei confronti della quale non è possibile applicare le norme della legislazione sul lavoro”. In sostanza, il rischio sarebbe una enorme e ancora più massiccia deregulation con conseguenze inevitabili su orari, ferie, tutele previdenziali.

Di Maio decise di affrontare il problema partendo dall’aspetto più evidente, più immediatamente percepibile. Ma la questione, per quanto relativa a una realtà dai numeri piuttosto modesti, potrebbe regalarci un futuro ricco di incognite. L’iniziativa del vice-premier (non ancora corroborata da risultati concreti) pur generosa, avrebbe dovuto però muoversi in un’ottica maggiormente sistemica, affrontando i problemi più urgenti dei “rider” ma provando a immaginare gli stravolgimenti che le piattaforme online potranno determinare nel mondo del lavoro attraverso una surrettizia riscrittura delle regole. Un orizzonte inesplorato a cui né Matteo Renzi né l’ex ministro del lavoro, Giuliano Poletti, né l’ex ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, che pure si sente il padre italiano di quell’Industria 4.0 cui fa riferimento Roething, hanno voluto volgere il proprio sguardo.

C’è, ad esempio, un problema che riguarda l’equilibrio tra domanda e offerta. In realtà, le dinamiche non sono diverse da quelle che caratterizzano i rapporti nell’economia tradizionale. Il fatto è che qui le parti tendono ad assumere profili più sfumati. I fattorini del food in Italia hanno fatto spesso ricorso alla magistratura per ottenere il riconoscimento dei propri diritti, in particolare lo status di lavoratori subordinati. Ma anche all’estero la gig economy ha fornito lavoro ai tribunali. Come sottolineano Cristina Giorgiantonio e Lucia Rizzica in uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia (Il lavoro nella gig economy. Evidenze dal mercato del food delivery) la risposta delle piattaforme (ad esempio, di Uber) è stata che loro in realtà non hanno alcuna responsabilità in quanto si limitano a mettere in collegamento il cliente e il lavoratore, il committente e il prestatore d’opera. Non si sentono, insomma, in alcun modo legati a obblighi di tipo sociale, al rispetto di garanzie non avendo una parte diretta nell’incontro tra domanda e offerta.

All’interno di un meccanismo simile, il potere contrattuale del lavoratore tende a sfumare. Laddove la prestazione è di livello tecnico non particolarmente elevato, i prezzi li fa di solito il cliente; laddove, al contrario, il contenuto tecnico è piuttosto elevato, ha maggiore voce in capitolo il prestatore d’opera che alla fine usa la piattaforma anche come strumento per pubblicizzare sé stesso, la sua “azienda individuale”, acquisendo attraverso la visibilità anche altri lavori.

La realtà è che la gig economy si presenta come una galassia multiforme. Da tutti i punti di vista: da quello dei lavori e da quello dei lavoratori, prevalentemente (se non totalmente) autonomi. Secondo le stime aggiornate al 2017, tra Europa e Stati Uniti attraverso la gig economy lavorano nove milioni di persone. Una realtà modesta che, però, ha avuto una notevole crescita negli ultimi anni (tra il 2012 e il 2016 il fenomeno negli Usa si è decuplicato); Deliveroo, che opera nella distribuzione dei pasti, ha visto crescere il suo fatturato in Europa del 107 per cento nel giro di tre anni. Come sottolinea lo studio di Bankitalia, le piattaforme sono di tre tipi: crowfunding o finanza alternativa, “labor based” nelle quali sono gli utenti a offrire il proprio lavoro, o “capital based” cioè consegna di beni a domicilio che in Italia sono passate in sei anni da una a ventiquattro con un tasso di crescita annuale del fatturato del 25 per cento.

Un universo a bassa regolamentazione. Negli Usa e in Gran Bretagna ci pensa la giurisprudenza a colmare i vuoti; in Belgio e Danimarca hanno provveduto con i contratti; in Francia un accenno è presente nella Loi Travail. In Italia per i fattorini del food Di Maio ha proposto la firma di un accordo che prevede un salario minimo, il divieto di pagamento a cottimo (che è al momento la forma più usata), la copertura Inps e Inail e un tfr forfettario. Il rapporto, però, non sarebbe subordinato (nonostante il vice-premier ne avesse parlato all’epoca del decreto dignità). Cosa che non sta bene ai rider che hanno presentato una proposta di legge che prevede proprio la loro equiparazione ai lavoratori subordinati. In Italia si calcola che ci siano 7.650 gig worker (43 per cento under 35) pari allo 0,16 per cento dei lavoratori autonomi e allo 0,037 per cento degli occupati. I fattorini del food sono, invece, 2847 un quinto dei quali laureati, il 23 per cento stranieri.

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