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Franco Bicini, uomo di teatro: il ricordo a 30 anni dalla scomparsa

Franco Bicini
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di Anton Carlo Ponti

Correva l’autunno 1989, Franco Bicini (nato a Perugia il 18 novembre 1921) era mancato il 4 novembre del 1988, era trascorso dunque un anno e Mariella Chiarini, musa e ancella, vestale e sua attrice centrale, suo archivio e memoria; Mariella dicevo si mise all’opera per ricordarlo in modo degno, come meritava il suo virtuoso, entusiasta e lungo lavoro di animale di scena, di commediografo, attore, regista, teatrante nato. Franco non l’ho quasi conosciuto di persona, sapevo chi era quando lo si scorgeva nel negozio di via Bartolo a servire i clienti, e a sognare un perenne palcoscenico gremito di personaggi in cerca d’autore, o anche uno spazio buio e silenzioso quando lo spettacolo è terminato, si sono spente le luci e il vuoto rimasto tra le quinte e il boccascena attende paziente le repliche o nuove commedie e nuove parole e nuove macchine scenografiche. Domani è un altro giorno.

Mariella Chiarini mi prospettò verso la fine del 1989 il disegno di pubblicare una smilza scelta fra i copioni scritti e messi in scena da Franco nella sua gremita e gloriosa carriera di scrittore, produttore, regista, attore. Ci mettemmo al lavoro e ci rivolgemmo all’indimenticabile Gastone Chellini, editore-tipografo di Guerra Edizioni, che accolse volentieri il libro nel suo agguerrito catalogo. Nacque un libro: Il Teatro di Franco Bicini. Quattro commedie, che, come si diceva una volta, uscì dai torchi nel febbraio del 1990. Il ricordo cartaceo di Franco, 240 pagine, era servito a dovere, in un libro allegro fin dalla copertina dove campeggia un ilare e spiritato e felice commediante, col cappellino nero a bombetta e la frangetta sulla fronte. Ammiccante, ben oltre la simpatia. Franco Bicini. Ovvero una maschera della commedia dell’arte, un’icona del teatro perugino e umbro, la faccia di un protagonista s’intuisce felice soltanto sulla scena accanto ai suoi personaggi e ai suoi fantasmi. Il libro Il Teatro di Franco Bicini è chiuso da un album fotografico, una cronistoria visiva, una galleria di volti e di maschere dove Vipera, Ciarfuglia, Piazzoli, Mariella, Piselli, Ciacci, Rossi e altri fidi attori compongono una silloge, una sinossi di facce e di tipi dentro il covo del Canguasto, coraggiosa tana teatrale spostata poi e proseguita nel Teatrino di via del Cortone a lui intitolato.

Il libro racchiude La fu Berta Grey; Quando piovono gli angioletti; Paralisi progressiva; I neonati, ossia s’è detto una cernita ristretta e dolorosa di soli quattro titoli sottratti al faldone degli inediti, un totale di 12 cabaret e di 16 commedie. Riproduco e leggo, come un malinconico nostalgico reperto, la mia nota stampata nella bandella di sinistra de Il Teatro di Franco Bicini, un testo vecchio di quasi trent’anni. Scrivevo: “Non c’è umorismo in cielo, lamentava Mark Twain, e voleva dire che ‘tutto ciò che è umano è patetico’, che la segreta fonte dell’umorismo “non è gioia ma dolore”. Franco Bicini persona, e ancor più l’uomo di spettacolo, l’autore di teatro, il brillante attore di cabaret, mi sono sempre apparsi come toccati da un’eterna angoscia, da un ‘male di vivere’ mai redento come si conviene del resto agli esseri pensanti. Lo salutavo con uno sventolio di mani quando passavo per via Bartolo davanti alla sua schiva bottega di stringhe e lucidi, oppure – non troppo spesso – entravo per due, dico due chiacchiere, perché ci separava una cortina d’imbarazzo, non eravamo che due timidi incalliti a confronto, e la sua timidezza la sublimava entrando in scena.

Franco Bicini era un comico triste, solitario y final, come tutti i comici, è risaputo. Esistono tipi meno spiritosi degli umoristi di professione quando non sono nell’esercizio delle loro funzioni? La sua faccia era la maschera di Pierrot lunaire, e nel suo orgoglioso splendido isolamento così ricco di umori e di disprezzo verso il potere c’era quel tanto di patetico che appunto s’innesta nell’umano troppo umano, cifra del suo teatro non farsesco e il cui dialetto è strumento e mai fine delle sue commedie irresistibili. E a ben leggere, neppure il riso sembra esserne lo scopo. Non ha ragione Eugène Jonesco che “il comico è più disperante del tragico?”. Frano Bicini era un aristocratico padrone dello spazio scenico, che sentivi insostenibilmente vuoto quando lui non ne era al centro. Erede nobile della commedia dell’arte di cui l’Italia nutrì l’Europa. Sì, Franco in tutta la sua lunga ed encomiabile carriera non ha ricevuto in vita quanto meritava. Ma ha avuto la fortuna d’incontrare Mariella, creatura devota, che non l’ha dimenticato come dimostra questo libro che è una dichiarazione d’amore” Questo scrivevo davvero tanti anni fa. E il ricordo di Franco oggi continua, un figlio di Perugia che ha dato molto lustro alla cultura teatrale dell’Umbria.

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