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Francesco e l’Islam sunnita, la ‘geopolitica’ che funziona

Dialogo interreligioso: i protagonisti della Conferenza, di cui sono stati protagonisti Papa Francesco e la principale autorità dottrinale dell’Islam Sunnita, l’imam di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib
Il documento sulla ‘Fratellanza umana” apre una nuova fase tra Chiesa cattolica e Islam
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di Gian Francesco Romano

 

“Il dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio”: sono, questi, alcuni dei principi guida contenuti nel documento comune sulla ‘Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’ siglat ad Abu Dhabi, dal massimo rappresentante della Chiesa cattolica, papa Francesco, e dalla principale autorità dottrinale dell’Islam Sunnita, l’imam di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib.

 

A leggerlo sembra quasi che l’abbia scritto lo stesso papa Francesco: un po’ per le argomentazioni tripartite che compaiono qua e là nel documento – e che normalmente costellano le sue omelie e i suoi discorsi – un po’ per quel riferimento alla “terza guerra mondiale a pezzi” che ha chiaramente impresso il suo marchio di fabbrica. Invece la ricchezza e il valore di quel testo sta proprio nell’essere stato il frutto di un lavoro condiviso durante un forum delle religioni, che per la qualità e la quantità dei suoi ospiti riguarda praticamente l’intera popolazione globale.

 

Il documento ha rappresentato una sorpresa per molti aspetti. In primo luogo, per il motivo più scontato: non era stato annunciato, e quindi ha costituito un vero e proprio scoop. In secondo luogo, per la molteplicità e la potenza di molte posizioni espresse. Se infatti, soprattutto nei Paesi occidentali e in particolare dopo le stragi perpetrate da fondamentalisti islamici, si è lamentato spesso la mancanza di prese di posizione nette e inequivocabili nei confronti delle autorità religiose islamiche – asserendo non tanto che benedicessero certi gesti, ma che non contrastassero a sufficienza ‘il brodo di coltura’ del fanatismo religioso – il testo sottoscritto ad Abu Dhabi manifesta in maniera inequivocabile un argine alla strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza.

 

“Le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo” è uno dei passi più chiari sull’argomento, insieme a quello, immediatamente successivo, in cui tali manifestazioni vengono definite come “sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni che hanno abusato dell’influenza del sentimento religioso… per realizzare fini politici e economici mondani e miopi”.

 

Altre importanti novità si trovano in quelle parti della dichiarazione che presentano come irrinunciabili quei valori e quelle conquiste sociali che in Occidente sono già radicati, ma che nel mondo musulmano sono ancora fonte di contrasti. Ad esempio, non solo vengono affermati i diritti politici, all’istruzione e al lavoro delle donne, ma viene pure richiesto di modificare quelle leggi che ne impediscono l’effettivo godimento: se si pensa che in Arabia Saudita, roccaforte dell’Islam sunnita, le donne possono guidare da sole da neanche un anno, si capisce bene la forza dirompente di una tale affermazione.

 

Così come è oltremodo impegnativo anche affermare di voler stabilire pienamente “il concetto della piena cittadinanza” nelle società, un concetto non sempre pacifico nelle culture permeate dall’Islam, perché spesso ha prevalso la linea per cui cittadini a pieno titolo erano solo i musulmani.

 

Ancor più ambiziosamente, i dodici punti del testo sembrano voler andare verso la proclamazione di una nuova era di collaborazione tra Occidente e Oriente (“un’indiscutibile reciproca necessità”) e proseguire anche oltre, presentandosi come una Magna Charta del pensiero religioso nel mondo moderno: un testo che individua principi minimi ed esprime delle posizioni “non negoziabili” per chiunque si professi credente in Dio, indipendentemente da quale sia poi la propria fede.

 

In tal senso esso propone una sorta di alleanza tra le religioni, in particolare tra Cattolicesimo e Islam sunnita, per l’edificazione di società migliori e realmente fraterne. E elenca sin da subito gli ambiti di impegno comune: la tutela della famiglia, “quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità”; la richiesta alla comunità internazionale di agire di fronte all’iniqua distribuzione delle risorse naturali e al degrado ambientale e culturale; la condanna di “tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia”.

 

Certamente, si potrà obiettare che le parole sono parole e i fatti sono un’altra cosa. In effetti, già tre anni fa, di questi tempi, Papa Francesco animò le cronache internazionali per un altro storico incontro, a Cuba, con il Patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, e anche in quel caso venne siglata un’importante dichiarazione contenente numerosi fronti d’azione comune. Tuttavia la secolare diffidenza tra Mosca e Roma non è che sia sparita per incanto e tolte le collaborazioni sporadiche cattolici e ortodossi non hanno dato vita ad iniziative congiunte di grande portata.

 

In questa circostanza, però, ci sono delle differenze che fanno ben sperare: l’imam di al-Azhar, dopo aver interrotto bruscamente i rapporti con Benedetto XVI proprio per una sua ferma condanna del terrorismo di matrice islamista (all’Angelus del 1° gennaio 2012), con papa Francesco ha invece stabilito un’intensa collaborazione (quello di Abu Dhabi è stato il quinto incontro tra i due) e soprattutto ha preso a guidare un percorso di rinnovamento in senso moderato dell’interpretazione dell’Islam. La conferenza di Abu Dhabi viene infatti dopo due precedenti assemblee, tenute entrambe ad al-Azhar, che avevano già tracciato il solco dell’avanzamento sia in rapporto alla condanna della violenza in nome di Dio, sia delle libertà individuali. In uno scenario da mille e una notte, e nel contesto di diverse “prime volte” – quelle di un pontefice in un Paese della penisola araba, di una grande Eucaristia pubblica in un Paese del Golfo – papa Francesco ha conseguito un’importante vittoria ‘fuori casa’: perché il testo siglato ad Abu Dhabi non è destinato solo alle cronache dei quotidiani di oggi, ma alla riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, cristiani e islamici. Insomma, è destinato a fare cultura. Il progetto di papa Francesco di “avviare processi” ha segnato in questa circostanza un bel passo avanti.

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