Politica

Europee: dal Manifesto di Ventotene al rogo di Notre Dame

Lo scontro tra europeisti e sovranisti
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Il rogo della cattedrale di Notre Dame, luogo simbolo della cristianità, dell’Occidente e della stessa civiltà umana, sembra evocare la crisi del progetto europeo, a poco più di un mese dalla campagna elettorale per il rinnovo del parlamento di Strasburgo: “C’era una grande fiamma che saliva fra i due campanili con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa, di cui il vento ogni tanto si portava via un lembo nel fumo”. Lo scriveva Victor Hugo in Notre Dame de Paris, romanzo del 1831.

Le prossime elezioni europee si annunciano come una disfida tra sovranisti ed europeisti. Se i primi, con sfumature e toni diversi nei singoli paesi, hanno come comune denominatore la sottrazione di competenze all’Unione europea, per trasformarla in una mera confederazione di Stati, i secondi propongono invece di rafforzare la costruzione europea con più poteri.
E gli europeisti evocano, nel confronto e nella dialettica politica con il campo sovranista, il Manifesto di Ventotene del 1944.
Bisogna, però, evidenziare che se per Europa si intende la perversa camicia di Nesso, basata sull’euro e l’austerity, che sta strangolando i cittadini del Vecchio Continente, badando a preservare dai sacrifici i cittadini tedeschi e i banchieri, che in Italia ha come nume tutelare qualche vegliardo e oracolare giornalista, nulla c’entra con la bella utopia socialista federalista di stampo azionista, degli Stati Uniti d’Europa, teorizzata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Il Manifesto di Ventotene nel 1944 invero, si inserì nel dibattito sull’autorganizzazione delle comunità territoriali, che hanno storicamente visto in Italia il protagonismo, culturale e politico, dei socialisti di ispirazione libertaria e mutualistica, a partire dal teorico del “socialismo liberale” Carlo Rosselli.
Rosselli sviluppa già a partire dagli anni ’20 l’idea di un federalismo in primo luogo infranazionale, con una chiara influenza del GuildSocialismdi Cole e di Proudhon che sostiene il rovesciamento del rapporto tra il governo centrale e le autonomie locali tipico dello Stato nazionale: “il risultato di questo dualismo”, scrive Proudhon nella Teoria dell’imposta“, è di fare in modo che un giorno, attraverso la federazione delle forze libere e il decentramento dell’autorità, tutti gli Stati, grandi e piccoli, riuniscano i vantaggi dell’unità e della libertà, dell’economia e della potenza, dello spirito cosmopolitico e del sentimento patriottico”. E al “federalismo integrale” si ispirava anche un sostenitore del socialismo della “terza via”, cristiana e umanitaria, ante litteram molto vicino a Rosselli, André Philip che, durante la Resistenza, militerà nel gruppo “Libérer e fédérer” guidato dall’esponente di Giustizia e Libertà Silvio Trentin, padre di Bruno, uno dei grandi leader del sindacalismo italiano del do
poguerra.

L’esperienza realizzata a cui guardavano Rosselli, assieme a molti esponenti di Giustizia e Libertà, era quella della Catalogna nella fase di costituzione della Repubblica spagnola negli anni ’30, apprezzando apertamente “il federalismo economico e politico” e la “libertà attiva, positiva, in tutte le sfere dell’esistenza”.
Soluzione infranazionale che Rosselli collocava nella prospettiva della Federazione europea lanciata nel 1935, attraverso la convocazione di un’Assemblea europea eletta dai popoli, che “elabori la prima Costituzione federale europea, nomini il primo governo europeo, fissi i principi fondamentali della convivenza europea, svalorizzi frontiere e dogane, organizzi una forza al servizio del nuovo diritto europeo e dia vita agli Stati Uniti d’Europa”. Come è evidente si tratta di un federalismo europeista genuino, che molta influenza ebbe su Altiero Spinelli ed il “Manifesto di Ventotene”, ben diverso dal dogma monetarista che, invece, ai giorni nostri ha segnato la nascita dell’Unione europea e la sua triste ed oppressiva, sul piano sociale, esperienza.

Norberto Bobbio ricordando la sua partecipazione alla prima Marcia della Pace Perugia-Assisi del 24 settembre 1961, in cui presero la parola, tra gli altri, il promotore dell’iniziativa Aldo Capitini, oltre a Arturo Carlo Jemolo, Ernesto Rossi e Renato Guttuso, ebbe a dire: “… i problemi urgenti, caduto il regime e finita la guerra sono soprattutto la democrazia e la pace, fra loro connessi da un medesimo intento: eliminare la violenza come mezzo per risolvere i conflitti sia all’interno di uno stesso Stato sia nel rapporto tra Stati nazionali. Per quel che riguarda il problema internazionale, il primo passo da compiere era la federazione tra gli Stati europei, per scongiurare il ripetersi di quella che era stata giustamente chiamata la guerra civile europea, durata quasi un secolo. Gli Stati uniti d’Europa erano concepiti come prima fase di una federazione universale che avrebbe realizzato il sogno di Kant della pace perpetua. L’unione di Stati passa attraverso tre fasi successive: l’alleanza, la confederazione, lo Stato federale”.
Una sintesi mirabile dell’ideale comunitaria di stampo liberalsocialista, che non si capisce come possa essere accostata all’Europa antisociale e oligarchica della “Cancelliera di ferro” tedesca e del ricostituito asse franco-renano, con la firma ad Aquisgrana di un trattato che ha formalizzato un nucleo centrale europeo, con echi neo-carolingi: ma la Merkel e Macron non sono Carlo Magno!

*Titolare Diritto del lavoro Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche all’Università di Messina. Avvocato di Cassazione

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