Politica Sindacato

Donat-Cattin, la scelta di stare dalla parte delle persone

Carlo Donat-Cattin
Ai problemi della gente dedicò le energie migliori. Dal sindacato alla politica, al Governo, un’azione fedele ai valori del cattolicesimo sociale. Difese il sindacato di fronte ai potentati economici, attaccando anche i cedimenti filopadronli della Cisl alla Fiat. Contrastò la linea, giudicata debole e precaria, di quanti cercavano un raccordo con la componente comunista. Le sue ultime riflessioni sul ruolo della Dc denunciarono l’immobilismo del partito e ribadirono le linee portanti del suo pensiero
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di Fondazione Donat-Cattin

 

Ricordare Carlo Donat-Cattin significa ripercorrere la storia del cattolicesimo sociale che ha segnato la vita della Repubblica nella seconda metà del ’900. Con questo spirito, la Fondazione ha promosso le celebrazioni che sono iniziate ieri dal Senato, alla presenza del Presidente della Repubblica e con il saluto del presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Casellati.

 

Quello che fu definito il “ministro dei lavoratori” nell’autunno caldo ha lasciato un segno profondo nelle vicende politiche, dimostrando sempre un profondo senso dello Stato unito alla fedeltà alle sue radici cristiane.

Dalla Resistenza al sindacato, dalla Dc al governo, ha espresso sempre una coerenza ed un’onestà intellettuale che gli hanno conquistato il consenso delle classi più umili insieme al rispetto degli avversari.

 

Un percorso umano segnato da successi e da sconfitte che la Fondazione intende celebrare per costruire sulla memoria un futuro legato a quei valori che sono stati la forza di Carlo Donat-Cattin e di tanti cattolici che hanno speso la loro vita al servizio dell’Italia.

 

La scelta di stare dalla parte delle persone

 

Lavoro e sindacato sono al centro dell’attenzione di Carlo Donat-Cattin, ragazzo nell’Azione cattolica durante il regime fascista. I pensatori cattolici francesi dell’epoca, da Péguy a Maritain, e la scuola nata intorno all’Università cattolica di Milano rappresentano in quell’epoca i suoi riferimenti culturali.

 

Nel 1945, appena uscito dall’esperienza partigiana nel Canavese, Carlo Donat-Cattin ritorna a Torino dividendosi tra la professione di giornalista al ‘Popolo Nuovo’ e l’attività sindacale nella corrente cristiana della Cgil. All’inizio svolge un ruolo di addetto stampa per diventare poi, sotto l’ala di Giuseppe Rapelli, uno dei giovani protagonisti del sindacato piemontese di matrice cristiana.

Il momento di rottura del sindacato unitario avviene quando la Cgil, nel 1948, proclama lo sciopero generale per l’attentato a Palmiro Togliatti. A Torino le manifestazioni di protesta sfociano nell’occupazione degli stabilimenti Fiat, un episodio condannato da Carlo Donat-Cattin con un editoriale sul ‘Popolo Nuovo’: “Un’insanabile frattura è provocata dall’azione svolta sotto il comando comunista dietro la facciata dello sciopero. Noi abbiamo assistito alla fase iniziale di una mobilitazione, compiuta all’ombra delle bandiere, di una premeditata insurrezione rivoluzionaria. L’organizzazione sindacale si è prestata al gioco e non si è limitata a subirlo passivamente”.

 

Con la nascita della Lcgil, prima emanazione della corrente sindacale cristiana, Carlo Donat-Cattin assume ruoli sempre più rilevanti, diventando segretario provinciale dell’Unione torinese.

In questa fase, seguendo l’insegnamento di Rapelli, suo maestro di sindacato, dal quale poi si sarebbe allontanato negli anni Cinquanta, Donat-Cattin si dichiara, in un primo tempo, contrario alla scissione sindacale perseguita da Giulio Pastore, che poi si rivela invece la scelta vincente.

Fondata la Cisl nel 1950, Donat-Cattin ne diviene segretario provinciale torinese fino all’inizio del 1956, quando assume la guida della Dc torinese.

 

Ai problemi della gente dedicò le energie migliori

 

Nel sindacato trovò referenti privilegiati nelle spiccate personalità, sia pure diverse tra loro, di Rapelli e Pastore, anche se in seguito le sue scelte si differenziarono da quelle dei maestri. Tra il 1948 e il 1956 assunse vari incarichi nella struttura sindacale torinese, come segretario della Lcgil prima e della Cisl poi. Il suo impegno si sviluppò soprattutto in duplice direzione.

Per un verso condivise con Rapelli la costruzione di un sindacalismo cattolico strettamente collegato all’insegnamento sociale della Chiesa e in diretto rapporto con l’area politica di provenienza (differenziandosi in questo dalla linea espressa da Pastore); per altro verso si adoperò nella difesa del sindacato di fronte ai potentati economici, denunciando in particolare i cedimenti filopadronali della Cisl alla Fiat, fino a consumare nella seconda metà degli anni ’50 il proprio distacco da Rapelli e dal suo progetto di sindacalismo autonomo.

 

Accanto al lavoro sindacale, unito anche ad un’attiva presenza nelle Acli, Donat-Cattin Intensificò la militanza politica che ne avrebbe sempre più caratterizzato l’esperienza. Il suo coinvolgimento diretto nella Dc, già avviato nel periodo resistenziale, conobbe un’accelerazione nell’immediato dopoguerra.

 

Esponente del movimento giovanile del partito, fece parte del comitato regionale e di quello provinciale di Torino.

Più volte consigliere comunale e provinciale, nel 1954 fu eletto nel Consiglio nazionale della Dc e nel 1959 nella direzione del partito.

 

Deputato dal 1958 e senatore dal 1979, fu vicesegretario della DC tra il 1978 e il 1980. Nel partito rappresentò la sinistra sociale, legata alla storia sociale e sindacale del movimento dei cattolici in Italia e rilanciata soprattutto da Pastore nei primi anni ’50 con il gruppo ‘Cronache sociali’, poi diventato ‘Forze sociali’, quindi ‘Rinnovamento’e infine, dal 1964, ‘Forze nuove’, di cui Donat-Cattin fu incontrastato leader.

 

Considerò la Dc come essenziale strumento di riscatto politico per vasti ceti popolari e occasione di affermazione per classi dirigenti nuove.

A più riprese rivendicò, sulla scia di Sturzo, la caratteristica della Dc come partito di ‘liberi e uguali’, nel quale “il criterio della cooptazione dall’alto non prevalesse su quello della selezione democratica dal basso” (S. Fontana).

 

Con le sue nette prese di posizione, accompagnate da caparbietà e franchezza anche aspra nel confronto, non mancò di evidenziare contrasti e dissensi con le varie componenti democristiane, riuscendo tuttavia in varie circostanze, pur guidando un gruppo minoritario, a influenzare la linea del partito e la scelta dei gruppi dirigenti.

 

Senso del dovere anche a costo dell’impopolarità

 

Nella circostanza le scelte di Donat-Cattin si trovarono al centro di reazioni particolarmente vivaci e di interpretazioni controverse, che ancora attendono più documentati chiarimenti.

 

Le sue valutazioni lo portarono a contrastare la linea, giudicata debole e precaria, di quanti cercavano un raccordo con la componente comunista che, sebbene rappresentata in Italia da un partito ancora attestato su posizioni di forza, andava evidenziando sul piano internazionale i primi sintomi di una crisi profonda.

 In effetti il giudizio di Donat-Cattin sulla questione comunista rimase decisamente critico, in netto contrasto sul terreno delle scelte istituzionali, economiche e di politica estera. Di tale giudizio rivendicò peraltro la natura rigorosamente politica, priva di preconcetti, pregiudiziali o chiusure assolute, come di fatto attestarono, specie in alcuni momenti della sua militanza, i punti di incontro con il mondo comunista.

 

Nel partito, inoltre, Donat-Cattin mostrò convinta attenzione all’intreccio tra la dimensione politica e quella culturale. Un’iniziativa come la rivista ‘Settegiorni’ (1967 – 1974) segnò una stagione di vivace confronto e crescita della cultura cattolico-democratica e, nello sforzo di contribuire – sono ancora espressioni di Donat-Cattin – “alla soluzione dei problemi della società in armonia con i tempi, con le forze vive e i giovani del paese”, liberò nuove voci nel dibattito politico del mondo cattolico.

 

La stessa attenzione che ispirò anche, sempre in quegli anni, la breve ma intensa esperienza di un lavoro culturale progettato nell’Acpol con gli aclisti di Livio Labor e alcune componenti socialiste.

 

In anni successivi, a partire dal 1983 e ancora in omaggio a Moro che aveva coniato l’espressione, ideò la sua ultima rivista, ‘Terzafase’, a sua volta aperta ad una pluralità di voci e di orientamenti.

 

Funzione analoga cercarono di svolgere anche i convegni annuali di ‘Forze nuove’, in particolare quelli di Saint -Vincent, che, superando i confini di circoscritta iniziativa di corrente, offrirono momenti di riflessione collettiva e spunti per vari sviluppi della politica italiana, ponendosi altresì, ad una loro rilettura attuale, come utile strumento per ripercorrere le tappe più significative del pensiero politico di Donat-Cattin.

 

Altrettanto intensa, infine, la sua esperienza di governo. Dopo i primi impegni come sottosegretario alle Partecipazioni statali nei tre dicasteri guidati da Moro tra il 1963 e il 1968, si impose all’attenzione del paese come ministro del Lavoro (1969 – 1972), soprattutto nella combattuta stagione sindacale del ’69.

 

Con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori e la gestione dell’Autunno caldo, un ministero ‘di servizio’ divenne interlocutore privilegiato di ministeri finanziari nella definizione e nella gestione della politica economico-sociale.

 

Ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno nel IV Governo Rumor (luglio 1973 – marzo 1974), si schierò contro le ‘cattedrali nel deserto’ richiamando, accanto al valore della solidarietà, l’opportunità di scelte politiche di riequilibrio socio-economico del paese.

 

Quale responsabile del Ministero dell’industria nel IV Governo Moro e nel III e IV Governo Andreotti (novembre 1974 – novembre 1978), sviluppò un progetto compiuto di politica industriale, attivando tra l’altro un primo programma ener getico e sostenendo la necessità dell’innovazione tecnologica.

 

Ministro della Sanità in vari governi (agosto 1986 – maggio 1989), si impegnò per la creazione di un sistema sanitario equo ed ebbe modo di manifestare, suscitando contrastanti reazioni, una forte tensione etico-sociale, specie in occasione di alcuni interventi in difesa del diritto alla vita e sul problema dell’Aids.

L’ultimo impegno di governo lo vide ancora (dal luglio 1989) ministro del Lavoro nel VI Governo Andreotti e, accanto alla revisione del sistema pensionistico, anche in questa circostanza si trovò coinvolto, come vent’anni prima, sul terreno di difficili vertenze contrattuali, portate a soluzione con decisive proposte di mediazione fra le parti.

 

Alla guida del ministero del Lavoro intervenne anche presso la Comunità europea con alcuni significativi documenti, specie in relazione alle politiche dell’impiego ed ai problemi posti dalle nuove trasformazioni demografiche e sociali.

 

I suoi ultimi impegni governativi, così come le ultime riflessioni sul ruolo della Dc, offrirono ancora un’immagine di Donat-Cattin deciso nel denunciare, da un lato, l’immobilismo del suo partito e in generale della politica italiana; nel ribadire, dall’altro, le linee portanti del suo pensiero e della sua azione: sforzo di porre la questione sociale al centro di ogni indirizzo politico, conciliazione di solidarietà e libertà, fedeltà al metodo democratico e ai valori dello Stato di diritto.

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