Società

De Rita: “Il nuovo Governo e il ‘continuismo’”

Giuseppe De Rita, Il fondatore del Censis, individua i tratti dell’italico adattamento al nuovo durante il dibattito al primo appuntamento del 2018 del Censis: "Discontinuità politica e variabili fondamentali del governare"
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Tratto dalla parte finale dell’intervento del professor Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, al dibattito del primo appuntamento 2018 del Censis “Un mese di sociale”. Il titolo dell’intervento di De Rita è “Discontinuità politica e variabili fondamentali del governare)”.

di Giuseppe De Rita*

Il ‘continuismo’ è la vera logica di evoluzione che caratterizza da decenni il sistema economico e sociale italiano.

1. Per coloro, me compreso, che non si affannano sulla cronaca politica e i suoi retroscena, la formazione e il programma del nuovo governo pongono una paradossale domanda: sono una ulteriore esplicazione della forte discontinuità politica espressa dalle elezioni di marzo? O sono piuttosto i segni di un’attrazione demoniaca al continuismo, inteso come progressivo italico adattamento al nuovo, anche il più radicale?
Io sono convinto che è il continuismo la vera logica di evoluzione (o stabilizzazione) che caratterizza da decenni il sistema sociale e politico del nostro Paese. Per cui, da suo antico (e criticato) profeta, mi sono fatto prendere dalla curiosità di verificare come e quanto si scontrassero nelle ultime settimane gli opposti istinti di discontinuità e continuismo, analizzando a tal fine i comportamenti delle forze in campo, il programma di governo faticosamente messo insieme e la composizione del governo stesso. E chiedo venia se questo mio impegno di analisi ha prodotto la strana frustrante sensazione di rivedere all’opera il ‘mio’ continuismo.

Una linea di continuità anche nella villania usata come strumento di azione politica

2. Anzitutto nei comportamenti delle forze in campo, dei protagonisti di vertice di questi mesi. Molti hanno pensato in proposito che abbiano vinto comportamenti di voluta, sottolineata, aggressiva, gridata, rozza alterigia, quasi fosse necessario, per i ‘vincitori’ della tornata elettorale, mostrarsi diversi dagli ‘altri’, passati o presenti che siano. Eppure, a coloro che hanno accompagnato lo sviluppo degli ultimi decenni non è sfuggito che le ‘villanate’ di queste settimane hanno ricalcato una schiera pluridecennale di comportamenti maleducati assunti a strumenti politici.
Ero ancora un ragazzo quando in piena piazza San Giovanni, proprio sotto casa mia, Togliatti (peraltro finissimo intellettuale) prometteva di prendere a calci nel di dietro il rivale De Gasperi; così come ricordo bene la fredda spregiudicatezza con cui nei primi anni ’60 Carli e Colombo avocarono tutto il potere nella politica monetaria, astraendosi da un popolo che si stava godendo un inatteso piccolo miracolo economico; ricordo bene anche la pretesca impudenza con cui De Gasperi fu messo ai margini dai suoi stessi compagni di partito, strategia ripetuta quindici anni dopo nell’emarginazione di Moro; ricordo la teppistica arroganza dell’avventura di Tambroni nel 1960 (anche contro caldi moti di piazza); ricordo lo sbrigativo modo con cui Fanfani tentava di far fuori i suoi concorrenti, lui che pure aveva studiato e insegnato in Università Cattolica; ricordo bene lo spirito corsaro, spesso ai limiti della malcreanza, con cui si fece strada Craxi (e ricordo la interna violenza, pur educatissima, con cui lo contrastò Belinguer); e, per restare all’ultimo decennio, penso alla sgarbata successione a Palazzo Chigi fra Letta e Renzi.
In fondo, non credo di sbagliare dicendo che c’è stata una linea di continuità nella villania (anche istituzionale) usata come strumento di azione politica: gli attuali nuovi protagonisti della politica italiana ne hanno solo tratto esempio, più continuisti di quanto essi stessi pensino.

Il ‘continuismo’ vince se la discontinuità tutta intenzionale non riesce a tradurre in testi con azioni precise la propria carica innovativa.

3. Ancora più continuista mi è apparso il modo in cui si è definito il programma del nuovo governo, attraverso molti e fotografati gruppi di giovani incaricati di rimettere su carta le forti dichiarazioni della campagna elettorale e di farne delle intenzioni e degli impegni di governo.
Mi sono venuti irresistibilmente alla memoria gli anni ’50 e ’60, quando noi giovani ricercatori della Svimez e dell’Iri venivamo incaricati dal professor Saraceno di scrivere capitoli dei grandi documenti di piano o di un programma di un singolo governo: ci spiegava il senso tecnico-politico dell’operazione (concordato più in alto con Vanoni, prima, e poi con La Malfa e Moro) e ci lasciava all’allegro lavoro di compilazione dei singoli capitoli. Poteva capitare che fossero capitoli per noi ben conosciuti (penso ai miei testi sulla politica scolastica o sulla formazione professionale), ma poteva anche capitare di dover scrivere qualcosa di meno consolidato (penso ad alcuni miei testi sulla chimica fine o sugli enti lirici).
Tutti comunque con grande lena scrivevamo pagine e pagine, poi però i nostri ‘capi settore’ (da Sebregondi a Novacco, ad Annesi) rivedevano gli scritti, emendandoli e cancellandoli prima di portare tutto a Saraceno, che alla fine rivedeva minuziosamente tutto (chiamando a confronto talvolta qualcuno di noi nella sua casa di Villa Fratelli Ruspoli) e poi portava ai politici un testo compatto e senza sbavature.
Non dico che fossero programmi meravigliosi, ma almeno avevano avuto un doppio, anzi un triplo, controllo tecnico-politico. Non andavano direttamente, quasi con posta pneumatica, all’onore o al disonore del mondo.
Senza fare polemiche, mi sento solo di rilevare che il metodo delle scorse settimane è esattamente lo stesso di sessanta anni fa, in una continuità di comportamenti redazionali che mi impressiona, anche se con la contropartita di una ‘botta’ di ringiovanimento. E forse questo continuismo di metodo ha marchiato anche il contenuto e lo stile del materiale programmatico prodotto, troppo segnato (proprio come i nostri testi di allora) da indicazioni di massima, da volenterose intenzioni, da prudenti ambivalenze, da furbi scivoloni nel generico.
Non mi espongo a dire giovani ricercatori degli anni ’50, posso solo constatare che metodi e contenuti non sono cambiati: la continuità delle cose e il continuismo dei processi umani finiscono per vincere se la discontinuità tutta intenzionale non riesce a tradurre in testi con azioni precise la propria carica innovativa.

La composizione della classe di governo si ancora alla storia e alla realtà, magari spigolando nelle pieghe dell’aborrito establishment esistente, specialmente in quelle più continuiste e conservative

4. Questo ancoraggio quasi esistenziale alla storia e alla realtà lo si ritrova anche in un terzo aspetto oggi sotto gli occhi di tutti: la composizione della classe di governo.
Qui l’incoerenza fra il break duro delle elezioni e le paludose vicende della formazione del nuovo governo non potrebbe essere maggiore: le elezioni avevano creato un’onda di inattesi protagonisti, orientati a ‘fare il nuovo’ e ad esserne la guida concreta; ma nel giro di poche settimane quella opzione non è così radicale e definitiva come si pensava.
Abbiamo infatti assistito a due direzioni di marcia:

– da un lato, con radicalità abbiamo escluso ogni recupero dei componenti delle precedenti gestioni politiche; abbiamo escluso con forza il ricorso ai tecnici e rivendicato il primato della politica; abbiamo contestato la dipendenza verso regole e istituzioni esterne ed ancor più verso i loro gestori politici e tecnici; abbiamo trascurato il peso delle grandi centrali burocratiche, forse nella illusoria convinzione che ‘l’intendenza seguirà’; e abbiamo soprattutto perseguito la morte del potere di quell’ambiente trasversale (fatto di amministratori, funzionari, banchieri, industriali, intellettuali) che ci si è abituati a definire sprezzantemente establishment o addirittura ‘casta ‘(anche se di fatto è stato il vero e antico soggetto di stabilizzazione dei processi decisionali);

– questo lungo elenco di volontà di cambiamento (contro i tecnici, le istituzioni europee, l’alta burocrazia, l’establishment) poteva far pensare ad una rapida costituzione di una classe dirigente alternativa. Ma la cosa risulta più difficile di quanto si pensasse e dovremo aspettare: che crescano le capacità tecnico-politiche dei giovani redattori del programma; che qualche segmento di alta burocrazia si allinei ai nuovi potenti con un più o meno interessato trasformismo; che le schiere di possessori di spendenti curriculum imparino a maneggiare il potere economico e amministrativo; che la qualità di chi vuole governare venga certificata dalla dinamica delle cose, più che nelle ambizioni e in isolate dichiarazioni personali.

E sembriamo allora quasi costretti a raschiare il barile di quel po’ di establishment che, per fedeltà civile o per amor di patria, non si sposti nella soggettivistica sfida a farsi una vita e un potere di personale soddisfazione, domestica e internazionale.
Nell’attesa che maturi qualcosa di ciò che desideriamo o aspettiamo, la società si concede una ‘sospensione’ fra l’esigenza di una esplosione di una nuova classe di governo e un cauto silenzioso affidarsi alla classe dirigente che c’è, magari spigolando nelle pieghe dell’aborrito establishment esistente, specialmente in quelle più continuiste e conservative (avvocati, civilisti, accademici, lobbisti, amministratori), contribuendo di fatto all’assestamento congiunturale e al continuismo strutturale del sistema.

Un sistema che cambia continuamente pelle ma che nei fatti resta sempre lo stesso

5. Queste brevi riflessioni sul possibile, sommerso, continuismo delle vicende italiane di quest’ultimo periodo potranno essere considerate da qualche maleducato come un ‘attaccarsi a qualsiasi cosa’ pur di non accettare la saga storica di una Terza Repubblica.
Rispondo che sarebbe stato difficile spogliarmi dell’antica convinzione che il sistema italiano esprime sempre una sua capacità di adattamento, una sua elasticità di comportamento, se vogliamo anche una sua realistica e magari codarda dose di trasformismo. Nel bene e nel male, nella buona come nell’avversa ventura, questo sistema cambia continuamente pelle, ma nei fatti resta sempre lo stesso.
L’unico dubbio mi viene da una domanda: siamo sicuri che il continuismo non porti, silenziosamente, ad una progressiva mediocrità del sistema?
Sono abbastanza sincero per dire che vedo anch’io il nesso fra continuismo e progressiva sistemica mediocrità; sono abbastanza cinico per dire che il continuismo è mediocre se la discontinuità è delirante; e sono abbastanza un professionista per non capire che la situazione di oggi rivela, non solo una mediocrità politica, ma anche e specialmente una speculare mediocrità di tutto il corpo sociale. È lo spazio di lavoro del prossimo futuro.

*Presidente e fondatore del Censis

Informazioni sull'autore

Alessandro Pignatelli

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